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Franz Thaler, cittadino onorario

Una figura esemplare venuta a mancare in un momento drammatico nella vita di Bolzano

Il direttore di QT mi ha chiesto di scrivere sulla situazione del Comune di Bolzano, dopo la crisi dell’estate, seguita alle elezioni di maggio, che hanno spaccato il quadro politico a proposito di un enorme centro commerciale da costruirsi nel pieno centro storico.

Scrivere dello sconcerto e disperazione della cittadinanza? Dell’esplodere della follia esibizionista, con politicanti e mass media giocolieri che propongono Durnwalder sindaco, Dietlinde Gruber sindaca, liste da “partito della nazione” che riuniscono destra e sinistra, che premiano il trasformismo e la mancanza di idee, e spengono la voce della cittadinanza sulle questioni fondamentali che la concernono?

La penso come Maurizio Viroli: “In regime repubblicano e democratico i partiti devono rimanere parti. Parti che rappresentano interessi diversi, con diverse visioni della società, con diversi progetti per il futuro e diverse memorie rispetto al passato. Parti che cercano accordi e compromessi per il bene comune e si sforzano di convincere il maggior numero possibile di cittadini della bontà delle loro proposte. Parti che si sentono sinceramente leali alla Costituzione repubblicana e operano per mandare in Parlamento cittadini che sanno e vogliono rappresentare la nazione. Ma sempre parti rimangono e non aspirano a diventare il tutto”.

Scrivo allora di un illustre cittadino onorario di Bolzano, morto in questi giorni, il ricamatore di piume di pavone Franz Thaler, testimone scomodo di un tempo difficile della storia del Sudtirolo e “cattiva coscienza” dei migliaia che corsero dietro al nazismo.

Il padre era Dableiber (aveva cioè optato per rimanere in Italia nelle opzioni del 1939), e Franz subì le angherie e la persecuzione dei suoi compaesani optanti, finché con l’occupazione germanica, pur essendo cittadino italiano venne chiamato alle armi. Si rifiutò e si rifugiò sui monti, ma i tedeschi imprigionarono la sua famiglia e lui si consegnò. Aveva 17 anni. Fu deportato nei lager di Dachau e Hersbruck, dove vide cose terribili e da cui riuscì a ritornare, aiutato, come disse, dalla fede religiosa e dalla voglia di vivere.

Quando tornò non tacque. Venne accolto male dai suoi compaesani, coloro che l’avevano tradito e consegnato alla polizia nazista. Nella Svp e nella stampa dominante, nelle sedi istituzionali, i filonazisti e le loro vittime sedevano fianco a fianco. Magnago, il leader degli optanti, esortava a dimenticare il passato in nome della comune lotta etnica contro Roma. Franz Thaler fu isolato e perfino sbeffeggiato, attaccato e offeso.

Cominciò allora a scrivere i suoi ricordi. Già nel lager si era riproposto di perdonare tutti. Ma anche di non dimenticare mai. Di non permettere che l’oblio scendesse su fatti tanto orribili e sulle responsabilità ben diverse di vittime e persecutori. Politica e mass media gli furono ostili. Per tanti anni Franz Thaler ha accompagnato le classi a Dachau, anche se era per lui una grande sofferenza.

Magrolino e pallido, aveva una voce forte e chiara, e chiarissime erano le sue parole, i suoi ricordi, le sue esortazioni alla convivenza pacifica. Scrisse anche dell’atteggiamento dapprima sottilmente sprezzante e poi sempre più apertamente aggressivo degli optanti tornati in patria o che avevano recuperato la cittadinanza italiana perduta nell’opzione per il Reich tedesco, contro coloro che avevano rifiutato di giurare per il Führer, definiti apertamente “traditori”.

Nel 1988, con l’aiuto decisivo dello storico Leopold Steurer, pubblicò il suo bellissimo libro di ricordi, “Unvergessen”, poi tradotto con il titolo “Dimenticare mai”. Uscì come supplemento della rivista culturale “Sturzflüge”, curato da giovani intellettuali alternativi, finanziato dal Centro di Documentazione della Resistenza austriaco. Nel ricco Sudtirolo non aveva trovato un editore. Molti studiosi lo considerano il più importante libro per la conoscenza di quel tempo e di una fase della storia sudtirolese studiata solo in parte.

Colpisce chi legge, come colpiva chi aveva il privilegio di parlare con lui, la mancanza di rancore, di odio verso chi l’aveva tanto fatto soffrire e poi offeso per lungo tempo, e non sentirlo disilluso nel vedere che il suo impegno a favore della verità otteneva poco ascolto e piuttosto attacchi feroci sulle pagine della stampa dell’Athesia, che solo da poco ha cambiato atteggiamento.

Sulle rocce della Val Sarentino comparve la scritta “Verräter”, traditore. Un compaesano gli sputò in faccia. Altri lo isolarono e gli resero la vita difficile. Lui proseguì tranquillo e fermo. Lavorava, seguiva la sua bella famiglia, era sempre attento anche agli avvenimenti della vita pubblica. Senza esibizione, ma sostenendo con parole e incoraggiamenti chi lavorava per la convivenza pacifica, per una società in cui si anteponesse il vivere insieme amichevolmente alle rivendicazioni e al pregiudizio etnico.

Lo conobbi ai tempi della mostra sulle opzioni e mi piaceva la sua gentilezza e il suo spirito. Anche quando divenne un’icona dell’eroismo antinazista, conservò sempre la sua semplicità e però anche acutezza nello sguardo e nelle parole.

Il suo libro ebbe un enorme successo. Da allora viene letto nelle scuole. Lui veniva invitato ovunque. Nel 1995, a cinquant’anni dalla fine della guerra, fu chiamato a raccontare in Consiglio Provinciale la sua vicenda e fece le sue considerazioni. Avevamo invitato le vittime della guerra, invece degli eroi.

Un grand’uomo, riservato e mite, piccolo e sottile, pallido e spiritoso, il cui impegno civico stride con la condizione di squallore della vita pubblica della città di Bolzano, che gli ha dato qualche anno fa la cittadinanza onoraria, insieme a Josef Mayr Nusser, un altro cattolico e fondatore dell’unico gruppo di resistenza antinazista, condannato per avere rifiutato, come Franz Thaler, di giurare al Führer, e morto di stenti lungo il tragitto della deportazione.

Franz Thaler è sopravvissuto e ha usato bene a favore di tutti noi la lunga vita che gli è stata concessa. Aveva compiuto novant’anni in marzo e fino all’ultimo è stato presente e ha potuto esprimere in interviste le sue opinioni.

Il lager di Dachau

Gli sarebbe piaciuto il libro edito in questi giorni da Raetia, “Südtiroler in der Waffen-SS” (Sudtirolesi nelle Waffen-SS), scritto da Thomas Casagrande. L’autore ha indagato per più di vent’anni sulle motivazioni e il fanatismo dei giovani che, come in ogni zona fuori dai confini del Reich, entrarono nelle SS più numerosi che in Germania. Lo spinse a farlo la morte di suo padre Otto, avvenuta nel 1990 nel corso di un incontro di reduci di SS cui prendeva parte. La ricerca storica scopre brani di verità sulla via aperta con tanta fatica per merito di testimoni e protagonisti d’eccezione come Franz Thaler.

L’ultimo onore ricevuto da Franz Thaler, molto tardivo in verità, è venuto dal presidente della giunta provinciale Arno Kompatscher, il 5 settembre di quest’anno.

Il presidente, nella riunione di Castel Tirolo convocata per celebrare l’anniversario dell’autonomia, si è “inchinato” (sue parole) davanti a coloro che non seguirono il richiamo del nazismo come pecore, riconoscendo loro, che seppero mantenere con coraggio la loro giusta posizione il merito di avere reso possibile l’autonomia del Sudtirolo. Erano molto pochi, ha detto, e hanno pagato a caro prezzo, con la vita, o con l’isolamento e il disprezzo da parte della maggioranza che al nazismo aveva aderito volentieri o per mancanza di coraggio. Erano pochi ma avevano ragione. Franz Thaler era fra quei “molto pochi”. La sua figura diritta, il suo viso sereno e sorridente, la sua chiarezza, la sua simpatia per i giovani, la sua gentilezza sono ricordi che chi l’ha conosciuto di persona non potrà dimenticare. La lettura del suo libro è per tanti giovani un incitamento a un impegno morale e civile in tempi confusi come quelli di oggi.

Proprio ora, nella situazione moralmente drammatica in cui si trova, la città di Bolzano, che gli ha dato la cittadinanza onoraria, dovrebbe prendere ad esempio il suo insegnamento di vita. Seguire il proprio cuore e la propria idea anche se minoranza, cercare di capire con la propria testa, impegnarsi per gli altri, prendere parte, fare proposte e cercare di convincere, raccontare ciò che è stato anche se la maggioranza la racconta diversamente, non farsi sopraffare dai mass media subordinati a poteri e interessi che ignorano l’umanità, dare speranza alle nuove generazioni, non farsi schiacciare dal conformismo, non odiare o disprezzare chi la pensa diversamente, perdonare e non dimenticare mai.