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“La Verità” e “L’Italia in guerra”

Il Teatro Sociale per tutti

Lucrezia Barile
“La verità”

È autunno inoltrato e i teatri trentini hanno cominciato ad offrire le loro proposte agli spettatori fedeli, affezionati e neofiti. Il 16 e il 17 ottobre è stata la volta del Centro Servizi Culturali S.Chiara, che quest’anno ha anticipato la sua Stagione con uno spettacolo pirotecnico ricco di colori, acrobazie, immagini e suggestioni, “La verità” del coreografo e regista svizzero Daniele Finzi Pasca, andato in scena al Teatro Sociale nelle due serate di venerdì e sabato. Sullo sfondo una copia del fondale dipinto negli anni ‘40 da Salvador Dalì per il suo “Tristano e Isotta”, sul palco tredici artisti, musicisti, attori, acrobati, danzatori che hanno accattivato e incantato adulti e bambini in un continuo fluire e sovrapporsi di corpi sospesi, numeri circensi, coreografie surreali. “La verità” più che a far riflettere e meditare sulle cose della vita, come sembrerebbe preannunciare il suo ambizioso titolo, ha provato a portare gli spettatori in un viaggio onirico, concedendo circa cento minuti di evasione multicolore nell’immaginario surreale del pittore spagnolo. Il tentativo sembra riuscito: tanti i commenti positivi di chi lo ha visto: “Bello, bellissimo!” - hanno detto entusiasti in molti.

Se però non siete interessati alla magia acrobatica, se non dovesse interessarvi l’evasione, se non sentite il bisogno di fuggire e siete già abbastanza evasi o se vi piace tenere i piedi saldi a terra e ricordare piuttosto che immaginare, c’è una possibilità anche per voi.

“L’Italia in guerra”

Il Sociale di Trento ha aperto i suoi spazi anche la domenica mattina, alle 11, con un ciclo di appuntamenti gratuiti sulla Grande guerra dal titolo “L’Italia in guerra”, iniziati il 4 ottobre e che si concluderanno il 1° novembre a Trento per continuare poi fino al 29 novembre al Teatro Zandonai di Rovereto.

Si tratta di nove lezioni, ognuna delle quali osserva il primo conflitto mondiale da un’angolazione diversa, meno comoda, più interessante e più vera di quella vulgata.

A molti, spero almeno a qualcuno, sarà capitato di avere un insegnante, un maestro, un esperto che ha ascoltato con tanta partecipazione, la cui autorevolezza ma soprattutto la cui bravura lo ha tenuto inspiegabilmente attento, quel professore che non parlava di ciò che c’è scritto sul libro, che con la sua lezione imperdibile era in grado di inchiodarvi al banco fermi e assorti a ragionare su quello che diceva. Magari non sarà capitato a scuola, magari non era un professore. E se mai qualcuno non avesse avuto questa fortuna, la domenica mattina ha un’opportunità.

Nella sua lezione su Caporetto, Alessandro Barbero, ruotando la prospettiva dalla parte dei nemici, ha messo in luce un aspetto meno considerato di un evento che, oltre ad essere stato per l’esercito italiano una pesante disfatta, fu anche la vittoria dell’esercito tedesco piuttosto che degli austriaci (questi ultimi peraltro considerati dalla Germania soldati inaffidabili). La Grande guerra è così definita perché fu il più grande conflitto mai combattuto fino ad allora, c’è scritto su tutti i libri di storia: l’aspetto meno noto è che ancor prima di scoppiare esso cominciò a mostrare una forza e una potenza mai viste prima: quando i giochi non erano ancora decisi, quando morti e feriti non avevano ancora addolorato le nazioni. I grandi ideali che avevano campeggiato in Europa sembrano trasformarsi fino a diventare il proprio contrario, si impongono nuove convinzioni, più funzionali e più credibili e i vecchi miti giungono al capolinea; ce lo ci insegna un altro maestro, Mario Isnenghi. Gianni Toniolo ci ha spiegato invece in che modo l’economia degli Stati ha dovuto ripensare se stessa per finanziare la guerra e per contenere le conseguenze del dopoguerra. Si sa e si studia sui libri cosa fu la Prima Guerra Mondiale, ma quanto sappiamo del peso che ebbe la minoranza organizzata dei capitalisti, ingolosita dagli affari che il conflitto avrebbe portato, più forte della maggioranza che invece vedeva vantaggi nella pace? Quante occasioni abbiamo avuto di guardare la Storia mettendoci gli occhi dentro, capendo come le cose realmente siano andate? Quand’è che siamo andati a teatro di mattina?

Al di là dell’indubbia importanza del tema e dell’autorevolezza dei relatori chiamati a parlarne, sono due gli aspetti che più hanno colpito de “L’Italia in guerra”: da una parte la capacità dei relatori di presentare la materia trattata in forma di chiaro, appassionante, documentato racconto. Dall’altro il fatto che questa narrazione si sia tenuta nel contesto efficace del palco (ancorché vuoto) di un teatro. È bastata una luce, una competenza testuale ed espressiva, un uso professionale dei tempi, un argomento ben trattato, a fare incontrare la Storia e il teatro.

Il fatto che sia stato un palco ad ospitare l’iniziativa aggiunge valore a questi incontri e al Teatro Sociale stesso che, ospitandoli, ha mostrato di saper diversificare e potenziare la sua funzione di luogo, appunto, sociale.

La verità può rivelarsi nel sogno, nell’incanto dell’immaginazione, regalandoci momenti di salvezza e di riparo dal vile quotidiano, ma può anche rivelarsi in uno sguardo altro sulla realtà.

Gli spettacoli arricchiscono la cultura di chi li guarda, ma quando accade che sia la cultura a diventare spettacolo, il teatro può offrire opportunità imperdibili e rare.

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