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La rivincita della politica

Partiamo dalle fibrillazioni politiche, che di solito ci interessano poco. Il Comune di Trento è a un passo da una crisi apparentemente incomprensibile, se non in termini di personalismi: alcuni consiglieri di maggioranza, che hanno ricevuto tanti voti ma nessuna seggiola, e che anzi si sono visti scavalcati da chi nelle urne era stato trombato, sono sul piede di guerra. A questo si aggiungono le tensioni nell’ex-UPT, lacerata tra dellaiani e non-dellaiani, le solite sbandate del PD, nave in gran tempesta senza nocchiero, e il PATT, che scruta se da questa confusione può trarre vantaggio, e abbiamo il quadro di fondo. Ma in primo piano c’è lui, il sindaco Andreatta. Senza carisma e senza progetti; è la sua inconsistenza che autorizza le insubordinazioni.

In questi mesi ha collezionato una serie impressionante di buchi, tutti risoltosi in danni per la città: ha accettato lo spostamento della biblioteca universitaria, stravolgendo le previsioni urbanistiche sull’università innervata nel centro storico; ha subìto lo spostamento di Trento Fiere, che probabilmente vorrà dire l’azzeramento di una significativa realtà economica; ha cincischiato sulla sicurezza, facendo ingigantire un piccolo problema; si è lanciato - complice la Provincia - in promesse di nuove grandi opere, alcune utili altre assurde (spostamento della stazione delle corriere, nuova funivia Trento-Bondone, funicolare piazza Venezia-Povo, nuovo polo all’Italcementi...) finalizzate solo a creare cortine fumogene; ha aperto a nuovi mega centri commerciali in ogni lembo della città. In tale confuso contesto di dilettantesca approssimazione ogni consigliere si è sentito libero di avanzare le proprie personali pretese. Il tutto si è chiuso - per ora - con la promessa di un rimpasto. O forse no, con nuove deleghe o nuova distribuzione delle vecchie. Non viene neanche da ridere.

Altro versante: le inattese difficoltà di Dellai nel contrastare il suo assessore Tiziano Mellarini nella corsa a segretario dell’UPT. Non sappiamo come la contesa andrà a finire, certo fa specie vedere l’uomo solo al comando del Trentino per 5 anni, che a Roma doveva diventare Presidente della Camera, messo in difficoltà a Trento da una sua creatura, e nemmeno delle più brillanti. In questa caduta c’è indubbiamente la storica difficoltà dei trentini nel trovare uno spazio politico nella capitale; ci sono anche le scorie personali di 15 anni di imperio, finiti i quali le persone già sottomesse rialzano la testa; c’è pure il potere clientelare che più facilmente fa capo agli assessori provinciali piuttosto che ai deputati; c’è anche la riluttanza a seguire il capo in un avvicinamento al PD, verso il quale si nutrono antichi pregiudizi e nuove perplessità. Ma esiste anche un’altra lettura, meno personalistica. Nelle difficoltà dellaiane vogliamo vedere un giudizio politico sul fatto che un’era è da ritenersi chiusa, e che forse, come continuamente emerge dalla cronaca (vedi anche Gli infiltrati ai vertici della Pat) non sono stati anni propriamente positivi.

Terzo punto: la giunta Rossi e la sanità. Dopo la pantomina del NOT c’è la tragicommedia dei punti nascita, successiva a quella sui turni di riposo dei medici. Partiamo da questi ultimi: le norme europee prevedono che dopo 13 ore di servizio un medico debba riposare per le successive 11. Sembrerebbe questione di buon senso: oggi a un medico ospedaliero può toccare di fare ore e ore di sala operatoria, seguite da visite ambulatoriali, e poi visite in reparto, e poi ancora interventi di emergenza; con quale sicurezza è facile intuire. Ebbene, la sacrosanta disposizione europea (emanata 11 anni fa) piomba come un fulmine, ci si dispera perché non si può (ancora!) derogare ecc. Alla fine si decide di utilizzarla per razionalizzare i punti nascita, disponendo che negli ospedali periferici le partorienti siano assistite solo 5 giorni su 7, e 12 ore su 24; cioè, realisticamente, che in quegli ospedali nasca solo il 20-25% dei nati attuali. Ora, se quei reparti erano già sub iudice perché vi si verificavano meno di 500 parti e la casistica era scarsa, ora, con la “riorganizzazione”, che senso può avere tener aperto un reparto, che da 300 parti passerebbe a 60? Nessuno, è una chiusura mascherata, e lo capiscono tutti.

Il bello è che una settimana prima, l’assessore Zeni aveva fatto una proposta che andava in un’altra direzione: decentriamo in periferia una serie di chirurgie ortopediche (la mano, il ginocchio, il bacino ecc) in modo da accentuare la specializzazione, creare delle unità con elevate competenze e contrastare il depauperamento culturale delle valli. Era un discorso coerente: vi togliamo un servizio approssimativo (il punto nascita) e ve ne diamo uno specialistico, dove i pazienti confluiranno anche da Trento. Ma si è preferito andare avanti nell’ambiguità, con i noti risultati. E l’ambiguità continua: alla sanità servono più muri (il NOT) o più personale (medici e infermieri)?

È la politica che latita, in tutti e tre i casi. Ma non se ne può fare a meno.