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Umanità

Mi sembra di essere diventata un morboso voyeur della sofferenza. Si accende la televisione, si leggono le notifiche di un social ed ecco che il dolore si trasmette più rapidamente di un virus, è un mantello di piombo che avvolge e spaventa. Siamo in guerra. Una guerra terribile perché si svolge con le armi del terrore. E colpisce cittadini inermi che vanno a trascorrere una serata di gioia. Vorremmo nasconderci per non vederla, ma non è possibile, dobbiamo reagire senza farci vincere dallo sconforto.

Non è un caso che sia stata colpita Parigi. È un messaggio mediatico forte da parte delle schegge impazzite dell’Islam contro la capitale della cultura che rappresenta il punto più alto dell’evoluzione del mondo occidentale. È anche la città romantica per eccellenza, la capitale dell’amore, quella che rappresenta meglio di ogni altra la gioia di vivere. Ma quella di oggi mi rammenta piuttosto la Parigi in fuga alla vigilia dell’arrivo dei nazisti, descritta come in un affresco, da Irene Némirovsky nella “Suite francese.”

Poi ci sono altre immagini che simboleggiano un’altra cronaca e sono un pugno nello stomaco, un incubo ricorrente. In questo caso non si tratta di morte-spettacolo, ma la testimonianza che una parte del mondo è in ginocchio. Uomini, donne e bambini che fuggono con un progetto di speranza. La speranza di potersi riagganciare alla vita. Nelle anime più nobili troveranno una mano tesa, in altre il cinismo barbaro di chi non vuole venga scossa la propria quiete. Siamo padri e madri e quei bambini spiaggiati come piccoli delfini devono scuoterci, seminare inquietudine.

I poveri sono tutti uguali, si assomigliano. Che si tratti di una favela in Brasile o di un quartiere di disperati in Eritrea, sono posti in cui la vita vale meno di un centesimo. La miseria non è mai protesta, indignazione o invidia. È semplicemente fame, e pur di mangiare viene accettato tutto. Nella miseria manca anche la forza per pregare. Sono già all’inferno senza aver commesso alcun peccato. Hanno addosso il sorriso spento di chi ha l’impressione di non meritare di vivere.

Senza un lamento. Anche i sopravvissuti sono già morti. Come barchette alla deriva, e noi ne raccogliamo gli stracci. Dall’altra parte del mondo sono guardati con insofferenza, ne parlano utilizzando un numero. I cattolici sgranano gli occhi, hanno paura di essere contaminati dalla miseria. Eccola la società del benessere, del capriccio, della vanità, la società del colesterolo alto!

Nel giorno in cui il mondo annuncia la Terza Guerra Mondiale e si prepara a inondare di sangue i suoi quattro angoli, riceviamo una lezione di umanità commovente. È un uomo normale, aveva un lavoro, una casa, una figlia. Un gruppo di terroristi pazzi gli ha ammazzato la figlia che era bella e anche buona. Lui piano piano, senza alzare la voce, senza versare una lacrima pubblica, spiega al mondo che la pace è possibile. Lui è Alberto Solesin, il padre di Valeria morta al Bataclan. Al funerale civile, non laico - precisa - ogni preghiera, ogni benedizione, ogni lacrima sarà accolta.

La mia pagina di novembre raccontava la felicità di essere diventata nonna con la foto di Lorenzo, bello come il sole. Sembra passato un secolo, oggi tutto scricchiola dentro di me, riemergono paure ataviche. Penso a papà che al solo riandare con la mente là, in quel campo di concentramento di Mauthausen, al quale sopravvisse tornando a casa più morto che vivo, sarebbe impazzito. Il mio pensiero angosciante è: come fece a salvarsi? Quali orrori dovette fare oltre che subire? Sento spesso il bisogno di una parola di sostegno per aver fatto questi pensieri. E parole di completa assoluzione per papà, costretto chissà a che cosa, certa che con la sua bontà avrebbe comunque ritenuto la pace possibile.

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