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Agenzia babbonatale

Quando ero piccolo i regali me li portava Gesù-bambino, no di certo il babbonatale. Come avrebbe potuto quel ciccione in tuta rossa assolvere una missione così importante? La distribuzione dei regali era cosa seria e spettava ai vip del Paradiso. Santa Claus (con quel suo look fantasy, tipico della mitologia nordica) non rientrava nei miei esigenti parametri spirituali.

Oggi Gesu-bambino, nella sua identità dispensatrice, è praticamente estinto mentre spopola il trippone barbuto, assurto a icona incontrastata del marketing natalizio. Sa cosa penso di lui e perciò non mi porta mai niente. Per me l’essere ignorato da quel coso antropomorfo non rappresenta un problema, tanto i suoi regali non mi interessano: sono come lui, senz’anima. Nella mia infanzia la richiesta di un dono a Gesù-bambino era subordinata alla promessa di comportarsi bene, avere bei voti a scuola... cose così. Tutto questo aveva un senso perché ci si rivolgeva a un essere speciale: la sua intrigante patente divina giustificava il piccolo miracolo che si compiva. Ma poi Gesù-bambino apparteneva pure al genere umano, ne rappresentava un distillato di equità. Invece il babbonatale è come Topolino, appartiene al genere dei pupazzi. Quale bambino prometterebbe di essere più buono a un pupazzo?

Così il babbonatale, insulso ectoplasma ideologico sublimato negli asettici back-office degli ipermercati, ha sottratto alla dazione natalizia quel piccolo corrispettivo morale richiesto alla coscienza di chi viveva la notte di Natale in trepidante attesa. D’altra parte quale spazio può concedere alla coscienza la nostra bulimica ricerca di appagamenti? Pretendiamo tutto senza preoccuparci di restituire qualcosa di noi stessi. Siamo i cittadini del mondo di Steve Jobs (che è quello di babbonatale). Un mondo di agenzie virtuali che legittimano la nostra felicità proponendoci simboli confezionati in oggetti socialmente irrinunciabili. La provvigione per il servizio non è gravosa, anzi, non è richiesto nulla in cambio se non pagare il prezzo. Comodo escamotage per un popolo di consumatori, a cui sempre meno si addice il coinvolgimento di se stessi per conquistare le cose.