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Dal Mozambico: la vita - e lo sfruttamento - vanno avanti

Tornando in Africa: novità private e pubbliche

Andrea Facchetti
Pai Emílio con Pedro, penultimo di 7 figli

Il giorno prima di ripartire per l’Africa ho chiuso la valigia a metà mattina. È la seconda metà di ottobre: autunno cominciato, sole pallido segue a giorni di cielo uggioso. Dopo avere salutato la gente, è doveroso salutare la terra, gli alberi e il fiume. Cosi prendo la bici in direzione del ponte, dove la canoa è rimasta in questi tre mesi. Il calore del sole si riflette sull’acqua e dopo pochi minuti tolgo la maglia. Metto dentro gli ultimi raggi di sole padano. Le braccia remano l’acqua, mentre la testa e il cuore remano il tempo. Le braccia remano in avanti. Testa e cuore remano all’indietro. Remano tre mesi trascorsi nella terra che mi ha generato, con i volti, gli incontri e le storie che si portano dentro. In mezzo a un fiume che si chiama Po. È un attimo e, d’improvviso, diventa Zambesi. Perché i fiumi comunicano tra di loro e bevono la stessa acqua. Allora, pianura padana diventa savana. Savana padana.

Di nuovo la guerra

Mi fermo tre giorni a Dondo. Poi, con p. Nicola partiamo verso nord. Dopo 9 ore di viaggio siamo presso le rive dello Zambesi. Il battello sul quale siamo soliti caricare la macchina per attraversare il grande fiume quel giorno non funziona. Così siamo costretti ad allungare il percorso attraversando prima lo Zambesi a Caia e a superare il fiume Chire col battello a trazione manuale. Nei pressi del villaggio di Sabe constatiamo che per strada non c’è anima viva. Va bene che sono le due del pomeriggio e c’è un caldo terribile, ma 10 km senza vedere né umani, né capre, né galline è insolito. Notiamo anche che le capanne hanno le porte chiuse col lucchetto. Arrivati a Sabe, un gruppo di militari ci ferma con il kalashnikov spianato. Ci fanno scendere e perquisiscono la jeep. Dicono che alle tre del mattino c’è stato uno scontro armato tra esercito regolare e uomini della Renamo. Ci sono stati morti e feriti: per paura, la popolazione ha cercato rifugio nella foresta. Poi i militari ci lasciano ripartire.

Il giorno dopo cerco informazioni. Le uniche fonti che accennano qualcosa sono la pagina in portoghese dell’agenzia di stampa tedesca DW e due blog locali. La stampa nazionale, allineata sulle posizioni del Governo, tace. Finché due giorni dopo, di fronte all’evidenza dei fatti, il Ministro degli Interni ammette quanto successo. La situazione non è tranquilla da fine settembre, quando per due volte hanno tentato di ammazzare il leader dell’opposizione. La chiamano “guerra a bassa intensità”. È cominciata tre anni fa e ogni tanto riprende. Le parti in gioco sono le stesse di sempre: Frelimo e Renamo che, dopo avere fatto un milione di morti in 16 anni di guerra civile e dopo avere firmato gli accordi di pace nel 1992, oggi si contendono la spartizione delle immense ricchezze naturali del paese.

Di nuovo Charre

Dopo 600 km e 12 ore di jeep eccoci di nuovo a Charre. È l’ora del tramonto. Apro la porta della stanza: uno strato di sabbia portata dal vento copre il letto, la scrivania e il pavimento in cemento. Sento un crepitio da dentro l’armadio; apro e trovo le termiti che hanno già divorato due scatole di cartone. Provvidenzialmente, non hanno ancora attaccato lo scaffale dei libri. Il giorno successivo gonfio le gomme della bicicletta e vado a spasso per il villaggio a salutare la gente. I bambini corrono dietro alla bicicletta gridando: “Baba Andrea abwera!” (“Padre Andrea è tornato!”). Anche gli adulti sono felici: “Padre, sei tornato! Avevamo nostalgia. Come hai lasciato tua madre e tuo padre?”. Rispondo che anch’io ho avuto nostalgia e regalo delle foto fatte ad alcune famiglie di Charre prima di partire. Dico che i miei stanno bene, ma mia madre ha male alle gambe. Sorridono e chiedono: “Anche i bianchi hanno male alle gambe?”.

Dopo pranzo si arriva ai 42° in casa. Il corpo umano ha 6 gradi di meno, così gli oggetti sono caldi: il bicchiere, il materasso, l’acqua del rubinetto. Dopo pranzo, che si fa? Si suda. Impossibile fare altro. Al pomeriggio si alza il bangwe, il vento secco e potente che viene da sud. Fa lievitare dal suolo nuvole di sabbia che dipingono di giallo le foglie degli alberi, l’aria, i volti dei bambini.

Lo Zambesi al posto del Po. Il bao-bab che sta mettendo le foglie al posto del pioppo che le sta perdendo. Le capanne di mattoni in terra cotta e paglia al posto delle fabbriche dismesse per la crisi. I bambini che spingono la mia bicicletta sulla strada sabbiosa al posto delle mie quattro nipotine portate a spasso in bici assieme a mia sorella.

Nyaeka: inaugurazione della cappella

Di nuovo la gente

Anche quest’anno la stagione delle piogge tarda ad arrivare. Il cielo ha centellinato poca acqua sufficiente solo a togliere la sabbia dall’aria per due giorni. La gente ha pazienza e aspetta. Nel frattempo ha preparato i campi. Ore sotto il sole, prima a zappare e poi a scavare i buchi dove verrà collocata la semente appena sarà caduta la prima vera pioggia.

In questi mesi la vita è andata avanti. Per qualcuno ha preso altre destinazioni. Pochi giorni prima che arrivassi hanno sepolto pai Enfermeiro, il signore lebbroso di cui ho già raccontato. Aveva cominciato la cura contro la lebbra a dicembre dell’anno scorso. Una volta al mese andavo all’ospedale a ritirare le pastiglie che doveva continuare a prendere per un anno. Avevamo fatto una visita la settimana prima che partissi per le ferie ed era entusiasta perché dopo sette mesi di terapia la malattia si era fermata. Ma ai primi di ottobre è stato colpito da una malaria che forse ha trascurato e in pochi giorni è morto. A causa della lebbra aveva perso mani e piedi. “Ndisafamba na matako” (“Cammino con il culo”) - diceva sorridente. Nonostante questo, aveva un piccolo orto attorno alla sua capanna dove coltivava fagioli e verdura. A modo suo, impugnava con i polsi una piccola zappa e aveva segnato sulla terra dei sentieri fatti su misura per il suo... matako.

Una sera di metà novembre, dopo il tramonto, assieme alla moglie, bussa alla porta pai Felix. Con volti preoccupati, chiedono di accompagnare all’ospedale di Mutarara la loro nipotina di 4 anni, Chica, colpita dalla malaria. Prendo la macchina e partiamo. Vengono anche i giovani genitori che nei 15 km di viaggio mi spiegano che il giorno prima il padre aveva portato la bambina in bicicletta all’ospedale, dove le avevano somministrato la terapia antimalarica, ma senza effetti: la febbre era anzi cresciuta.

Arrivati all’ospedale, sistemano Chica su un letto troppo grande per i suoi quattro anni. Lasciamo la bimba all’ospedale assieme ai genitori, mentre io torno a casa coi nonni. Fuori, notte e polvere di vento. In macchina, silenzio. “Tiri kuphembera, baba” (“Stiamo pregando, padre”). Mentre vado a dormire ascolto pianti a distanza nel silenzio della notte. Un presentimento. “Ma no, non sarà lei”, mi dico.

All’alba pai Felix è già a casa nostra. Mi dice che due ore dopo essere tornati a casa, è arrivata la telefonata del figlio che comunicava la morte di Chica. È sabato mattina, c’è un caldo tremendo e la famiglia decide di fare subito il funerale. Tra la capanna e il cimitero ci sono poche centinaia di metri. Sole alto spietato, espressione immobile dei volti, indumenti poveri intrisi di vita e di sudore, sabbia gialla alzata dai piedi, quattro assi di bara coperte da un lenzuolo bianco. Nascondo le lacrime alla mia gente e chiedo a Dio perché.

Di nuovo a testa alta

È il tempo delle ultime visite alle nostre 76 comunità. Un sabato di vento e sabbia, a Merkano inauguriamo la nuova cappella e la comunità ammazza una mucca per la festa. A Nyaeka invece, la settimana successiva, bastano tre capre. Riprendiamo anche i lavori di “Giustizia e Pace”. A fine novembre organizziamo un incontro con le Commissioni delle parrocchie di Charre e Nyangoma per fare il punto della situazione sull’anno trascorso e programmare il lavoro di quello venturo.

Primo fronte: la questione della terra sottratta ad alcune comunità da una multinazionale indiana per impiantare la monocultura della canna da zucchero. Senza consultazione pubblica, senza assenso da parte delle famiglie interessate e senza indennizzo, come invece previsto dalla “Legge della Terra”. Nei tre mesi di ferie, ci sono state due novità. Prima novità: il progetto di esproprio della terra continua, ma non sarà per produrre canna da zucchero, bensì riso e fagioli. Con le piene di Chire e Zambesi a inizio anno, l’investitore straniero ha perso buona parte del raccolto e dei macchinari, constatando che sono venute meno le condizioni per un ulteriore investimento. Ha così venduto la licenza a un’altra impresa di cui per ora non conosciamo né nome, né provenienza. Quest’ultima, ha già cominciato a occupare alcuni terreni delle comunità locali, allontanando i residenti, ma spostandosi di qualche centinaio di metri dalle rive del fiume Chire rispetto all’impresa precedente per evitare le conseguenze delle esondazioni.

Seconda novità: a giugno avevamo consegnato un documento all’Amministratrice del Distretto. La signora Palmira Pinto aveva accettato la proposta di porre il Distretto (in Italia equivarrebbe alla Provincia) come soggetto di mediazione tra le famiglie espropriate e l’impresa. Nel caso la via diplomatica non fosse andata buon fine, le avevamo comunicato che saremmo ricorsi alle vie legali. Ora dobbiamo riprendere i contatti. Ma, stavolta, con l’Amministratore, al maschile. Non solo se ne è andata la signora Palmira Pinto, ma, dopo di lei, è arrivata e se ne è andata una seconda nuova Amministratrice. E ora, al suo posto, un nuovo Amministratore. Il tutto in soli tre mesi.

Secondo fronte: la questione del legname tagliato da un’impresa cinese in un’area dove abbiamo sei comunità. Prima di partire per le ferie ero venuto a sapere che l’imprenditore cinese avrebbe dato sottobanco un valore di 500.000 meticais (circa 10.000 euro) al capo del Dipartimento dell’Agricoltura del Distretto di Mutarara per aggiudicarsi una licenza irregolare per tagliare alberi di chanfuta, ebano e pau ferro. Una parte sarebbe andata a due capi villaggio che, ricevuta una moto ciascuno, avrebbero autorizzato lo sfruttamento delle loro terre senza la consultazione comunitaria prevista dalla legge. Questo spiegherebbe perché finora non si sa nulla di quel 20% della tassa pagata allo Stato da parte dell’impresa che la legge mozambicana stabilisce debba essere fatta pervenire alla comunità locale sotto forma di progetti di sviluppo sociale. E di come, allo stesso modo, non si sa nulla di quel 15% che dovrebbe essere utilizzato per il rimboschimento. Non si sa nulla, semplicemente, perché la tassa non è stata pagata. Che sia un caso di corruzione pare evidente, il problema è dimostrarlo. Pai Emílio, responsabile di “Giustizia e Pace” di Charre, sostiene che “la verità viene fuori da sola”. Bisogna mettere l’Amministratore con le spalle al muro, in modo che sia lui stesso a chiarire il perché risultino ancora non pervenuti il 20% alla comunità e il 15% per il rimboschimento.

Cambiano gli Amministratori. Cambiano i volti dei politici che mettono le loro tasche e gli interessi del partito al di sopra della vita della gente. Cambiano i nomi delle società di investimento e delle multinazionali. Non cambiano i meccanismi di sfruttamento e di corruzione a danno dei poveri. Ma non cambia nemmeno la determinazione e la perseveranza di chi è stanco di essere calpestato e ha deciso che è arrivato il momento di alzare la testa.