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La montagna falsata

Sempre più spesso servizi giornalistici affidati a grandi firme non sono altro che pubblicità occulta. Il Corriere si distingue per efficacia in questo campo. Recentemente (22 dicembre) due intere pagine vengono dedicate allo sci nelle Dolomiti, in particolare, ma non solo, al giro del Sella. Sotto il titolo “La montagna impensata” Franco Brevini ci racconta come, anche in assenza di neve, in Dolomiti si riesca a sciare e sognare. Come? Grazie a continui cambi di panorami e luci. E poi: “Anche in un inverno secco come questo, con la tecnologia che regala neve sostenibile... l’aria è gelida ma da quassù (Porta Vescovo) il mondo sembra fatto solo di neve e montagne... lo sci fatto di contemplazione, basta sapersi fermare... non si sa più se si scia per vedere o si va a vedere per sciare”.

E conclude quasi bestemmiando: “Girare intorno ad una montagna è un gesto carico di sacralità. Milioni di pellegrini lo fanno ogni anno intorno al Kajlash, la montagna tibetana ritenuta la sede di Shiva... oggi il monarca delle valli ladine è il Sella”. Un monarca che è stato escluso dal patrimonio di Dolomiti UNESCO!

Seguono due ampi servizi curati da Massimo Spamponi e Luca Barbieri che si inchinano, nel modo più servile, alla tecnologia che tutto risolve e allevia le nostre fatiche. Si parte dai chilometri di piste innevate, ai 238 impianti presenti in Trentino, per arrivare alla esaltazione della nuova funivia del Monte Bianco, fino all’ultima inaugurata ad Alba di Canazei, la Funifor Doleda, un concentrato di alta tecnologia che “ridurrà anche il traffico stradale con evidenti vantaggi per l’ambiente”. Non poteva mancare la solita banalizzazione della cultura ecologista: in Trentino le piste occupano solo lo 0,27% del territorio provinciale. Trascurando come, con le attuali modalità di sciare, il demanio invaso va moltiplicato per 4.

Il servizio continua affermando che è nello sci che “il nostro paese sembra dare il meglio: impianti di risalita spettacolari, airbag, occhiali intelligenti, piste costellate di sensori e cannoni che riescono a sparare la neve utilizzando pochissima neve ed energia”.

In conclusione non poteva mancare un lungo elenco delle aziende e dei loro marchi con relative proposte innovative. Una nuova seggiovia con i sedili riscaldati che prendono forme e materiali dalla Formula Uno, poggia-schiena ergonomici, cannoni che producono neve anche con temperature fino a 5°. E occhiali che proiettano sul visore mappe e dati sulla velocità, lenti che si adeguano istantaneamente al grado di illuminazione...

In pratica il turista cittadino arriva in cima ad una qualunque montagna senza che nulla cambi nel suo pensiero, nel modo di agire, di vivere il paesaggio. Tutto avviene grazie alla tecnologia, nostra amica, che ci modella non solo nella gestualità, ma anche e specialmente nell’interpretare natura e persone. Le due pagine rappresentano un capolavoro di pubblicità occulta, un inno allo sci privo di qualunque riflessione sulla complessità degli ambienti naturali, su cosa significhi aver addomesticato versanti e rocce, su quali siano le reali modificazioni imposte ai terreni interessati, sul valore dell’acqua e delle forme di vita presenti, anche in inverno, in alta montagna, sullo sperpero energetico insito in questa forma di turismo, sui costi pubblici che ricadono sulla collettività quando si porta all’esasperazione l’attività sciistica.

Da tanta semplificazione emerge non solo una montagna venduta al consumo più deteriore, ma privata di ogni altro significato, quindi di conoscenza reale e di cultura. Queste conseguenze deleterie vengono così riassunte in un efficace titolo del Corriere del Trentino: “Manca la neve naturale ma in pista nessuno lo nota”.

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