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“Anfitrione mon amour”

Fra commedia dell’arte e nuovi linguaggi

Che cos’è l’amore? Ha senso parlarne oggi, in una società in cui le possibilità sono infinite? Sono gli interrogativi lasciati aperti da “Anfitrione mon amour”, nuova produzione di Evoè!Teatro al debutto il 15 dicembre al Teatro Sanbapolis all’interno della rassegna “Residenze Diffuse”. Partendo dalla tragicommedia di Molière, la giovane compagnia roveretana ha imbastito un lavoro che mescola la ricerca di linguaggi e forme contemporanei con la tecnica della commedia dell’arte. Una modalità, questa, nel bagaglio di conoscenze artistiche di Emanuele Cerra (qui nelle vesti di regista), Clara Setti e Marta Marchi (con Silvio Barbiero e Mattia Giordano a completare il cast), ma che per la prima volta sfocia in una creazione di Evoè!Teatro.

Un quadretto idilliaco precede l’inizio: un paesaggio notturno reso da due costruzioni poligonali con finestre sul cielo stellato, dal fondale illuminato di blu e dal sottofondo di cicale. In questo scenario irrompe alle spalle del pubblico la Notte nei panni di un buffo esploratore che si intrattiene con gli spettatori e poi - via video - con un moderno Mercurio televisivo, che legge da una rivista gossip gli ultimi scoop su Anfitrione, Alcmena e Giove. Per perpetrare meglio l’inganno ai danni del protagonista, il messaggero degli dei prende le sembianze di Sosia; intanto, quello vero si presenta sulla scena come un pulcinellaccio. Inizia qui la commedia in maschera. La trama di Molière, con i suoi intrighi ed equivoci, è ben riconoscibile, ma destrutturata al fine di trarne un canovaccio che starà poi all’improvvisazione degli attori arricchire. I personaggi sono ridotti a tipi da commedia dell’arte: Anfitrione (e il suo doppio Giove) è un capitano, Sosia (e naturalmente Mercurio) il classico servo, Cleante una vecchia serva, Alcmena una giovane moglie innamorata. Le loro caratteristiche base prendono forma nella pregevole fattura delle maschere in lattice di Gianfranco Gallo e dei costumi di Marta Mazzucato. I momenti più riusciti si hanno con tutti e quattro gli attori sulla scena: Alcmena e Anfitrione (vero o falso) nell’azione principale in duetti molto ritmati e fisici, Cleante e Sosia in controscena a seguirne i movimenti. Il gioco dei doppi è reso attraverso dei video: il personaggio vero è in carne ed ossa, quello falso proiettato come ologramma. Mediante questi stratagemmi l’intreccio arriva al suo epilogo, dove il deus ex machina di Molière è sostituito da una riflessione sull’amore proposta a volto scoperto da Barbiero. Il monologo, liberamente ispirato a Barthes, Giraudoux, Marivaux e Gaber, si conclude sull’incessante domanda “Che cos’è l’amore?” seguita da un bagliore accecante.

Con “Anfitrione mon amour”, Evoè!Teatro inserisce, nel suo percorso di sperimentazione di codici in grado di parlare alla contemporaneità, la possibilità della commedia dell’arte. La regia di Emanuele Cerra guida i compagni a metterne in campo tutto l’armamentario, dal rapporto diretto con il pubblico al ritmo sostenuto alla performance fisica senza cedimenti. Clara Setti (Notte, Cleante) si distingue per la padronanza dei meccanismi, Mattia Giordano (Sosia, Mercurio) per l’istrionismo meridionale, Marta Marchi (Alcmena) per il notevole lavoro con il corpo, Silvio Barbiero (Anfitrione, Giove) per l’inventiva. Un lavoro di sottrazione nelle prime due scene non toglierebbe nulla, mentre nel monologo finale l’intenzione può e deve essere più precisa. Lorenzo Zanghielli firma scenografia e video: la prima poetica e pratica, i secondi vincenti quanto più funzionali al gioco dei doppi, meno convincenti nelle scelte più “televisive”. Da sfruttare meglio il disegno luci di Luca Brun.

Come previsto dal bando indetto da Opera Universitaria, Centro Servizi Culturali S. Chiara e Spazio Off, la compagnia ha avuto a disposizione 25 giorni di prove in residenza. Un tempo in cui alcuni dettagli avrebbero forse potuto essere regolati con più accortezza. C’è da tener conto però che questo Anfitrione divertente e incalzante è uno spettacolo per sua natura in divenire: una struttura solida c’è, si tratta ora di lavorare di fino.

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