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“Devalle 1940-2013”

Beppe Devalle che andò oltre il pop e l’accademia

Quella di Beppe Devalle è l’esperienza di un artista che ha saputo mettere più volte in discussione i risultati raggiunti, spostare altrove gli obiettivi del proprio lavoro, fino ad imprimervi una svolta radicale. Ma in qualche modo riuscendo a non buttare nulla di quello che aveva sperimentato. Sviluppo tutt’altro che scontato, per uno che è stato per decenni docente di pittura, prima all’Accademia Albertina di Torino (dove era nato nel 1940), poi a quella di Brera, a Milano (dove morirà nel 2013).

Beppe Devalle, “Guardandovi” (2010)

Lo fa ben vedere la mostra che gli è dedicata al Mart (fino al 16 febbraio 2016), prima completa retrospettiva di un percorso che inizia nel 1961. In quegli anni approda in Italia il nuovo linguaggio della pop art americana, producendo notevoli sommovimenti. Che rapporto ha Devalle con questa novità? Per lui, che all’epoca ha un gusto orientato verso la pittura informale, è un impatto beneficamente traumatico, che lo costringe a rifondare i suoi mezzi espressivi e la sua iconografia. In particolare, a scoprire le potenzialità del collage fotografico. Usato però con un senso della cromia, della struttura e del “clima” dell’immagine che ne fanno una cosa diversa da un passivo adeguamento allo “stile americano”, benché sia chiaramente affascinato dal paesaggio contemporaneo (come nelle opere del 1963-65 e nelle loro derivazioni pittoriche esposte alla Biennale del 1966).

Qui emerge e si consolida un modo di procedere che rimarrà un costante e specifico metodo di lavoro di Devalle, anche nelle opere più recenti, i cui esiti in grandissimo formato e i mezzi pittorici e grafici di enorme libertà espressiva sono il frutto di una lunga “fase istruttoria”, nella quale le possibilità combinatorie del collage costituiscono, accanto al disegno, i mezzi fondamentali del procedimento creativo.

La predilezione in questa fase per la fotografia, ritagliata da riviste patinate internazionali, di personaggi o contesti famosi, collega la sua ricerca alla cultura pop. Ma il modo di trattare questi materiali, come si vede nel decennio successivo, gli anni ‘70, va per un’altra strada: il montaggio e le ragnatele geometriche di Devalle segnalano l’atteggiamento analitico di chi, anche per professione, tiene sempre in primo piano l’indagine sulla percezione visiva, insomma una componente concettuale che per altro lo accomuna ad altri artisti in quella fase. Ma che lo porta a livelli di artificio alla lunga non sostenibili.

Infatti, ecco una svolta. Come mosso da un desiderio di decantazione e di ritorno ai fondamentali, si dedica per circa un decennio al puro disegno dal vero, certo in parallelo al suo lavoro in accademia: “nature morte” che paiono referti su se stesso, allestite come sono con una scelta di oggetti e riferimenti in qualche modo autobiografici. Tutto questo accresce sì in misura esponenziale la sua padronanza nel disegno, ma soprattutto sviluppa ulteriormente la sua già nota attitudine a “mettere in scena”, ad allestire una scenografia. Solo che il soggetto non gli basta più: occorre evadere dalle pareti di casa e dello studio. Sia che avverta il rischio di un estenuato ripiegamento estetico, sia che la sua sensibilità di uomo colto e attento al contesto sociale cominci ad incalzare l’artista, ad un certo punto (siamo ai primi anni ‘90) comincia a mettere nel proprio lavoro un’inedita, per certi versi spiazzante carica di aggressività. È lo spostamento di obiettivi di cui si diceva all’inizio: come se adesso non si trattasse più di lavorare solo sullo specifico del linguaggio artistico, ma fosse urgente anche intervenire, dire la sua sul mondo in cui vive. La figurazione prende dimensioni spropositate che invadono anche il soffitto, le immagini si interessano a fatti di cronaca nera, alle esplosioni di violenza, il linguaggio prende deformazioni e cromie espressioniste.

Ma il ciclo che più colpisce è il successivo, e ultimo (dal 2002 fino alla morte), quando questa specie di urlo si mitiga e lascia il posto a una messa in scena su fondali quasi bianchi, una visionaria e impossibile convocazione di personaggi che, guardando noi e non i propri compagni, ci interrogano. A volte c’è il dramma collettivo (la rievocazione dell’assassinio di Aldo Moro), la tragedia (Michael Jackson e il suo alter ego), la sferzante critica verso certe star dell’arte (come Andy Warhol o Cattelan), l’ironia di un confronto fra altre star dell’arte (Picasso e Haring). È un uso dell’icona che non è vòlto al suo culto, ma piuttosto a coglierne la fragilità, con accostamenti spiazzanti e anacronismi, allegorie e riferimenti simbolici, riflessioni su temi ardui come il suicidio, e sulla propria stessa malattia mortale, laddove raffigura se stesso con due accette in mano e l’involarsi di enormi farfalle. Fino all’opera conclusiva, che ci immette ormai in una inattesa forma d’arte sacra (“Marry me”), il matrimonio mistico tra Simone Weil e Gesù. Beppe Devalle, davanti alla consapevolezza dello scadere del proprio tempo personale, ha deciso di reagire con il lascito di una libertà creativa che è l’apice del suo percorso.

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