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Guarigione. Un disabile in codice rosso.

Il nostro piccolo Ulisse. Piergiorgio Cattani. Trento, Il Margine, 2015, pp. 164, € 15.

Piergiorgio Cattani, il nostro inviato dentro l’ospedale Santa Chiara, ma soprattutto dentro il suo corpo e il suo animo”. Queste poche parole dell’editore Paolo Ghezzi, de Il Margine, ben sintetizzano gli aspetti salienti del libro di Cattani. L’autore, con acuto spirito civico, ci parla - dall’interno - di ospedale e sanità. Ma ci parla anche del suo corpo, ci rappresenta, con precisione scientifica, le immense difficoltà e le continue problematiche di un uomo ridotto a 27 chili, affetto da una distrofia muscolare che gli ha distrutto i muscoli, preservandogli solo due cose: gli occhi, che continuano a guardare e investigare il mondo, e il cervello, che continua indefesso a lavorare, imparare, riflettere, elaborare. Per essere chiari: il super disabile Piergiorgio, oltre a essere nostro fondamentale redattore, ha tre lauree, ha scritto una decina di libri, è editorialista sul Trentino e Vita Trentina, nonché presidente di associazioni.

Tra il 21 agosto del 2014 e il 2 aprile di quest’anno viene per tre volte ricoverato al Santa Chiara, per tre volte rischia la vita, in un caso entra in coma: “D’improvviso, il buio. Neanche quello. Il tempo era scomparso”.

Cattani registra tutto, ci fa palpitare, partecipi, alla sua Odissea: dentro l’istituzione ospedaliera e dentro il suo fragile corpo; e anche dentro il suo spirito: “Credevo che sarei stato più forte”. “Non riuscivo a essere lucido”. “Avevo paura”.

È un libro traboccante di umanità, ma è anche un libro rigoroso, come il suo autore. Che in tutta la vita si è documentato sulla propria malattia, e che anche qui ha scorso cartelle cliniche, ha sentito e confrontato pareri autorevoli. In sostanza, il tema è la particolarità del disabile a confronto con le rigidità della struttura ospedaliera. La quale si affida a “protocolli”, del tutto inadeguati di fronte a pazienti particolari o particolarissimi, che oltretutto non vuole ascoltare, ritenendo la propria scienza assolutamente superiore alla specifica personale esperienza del paziente. Quando poi i parenti vengono allontanati, e il disabile, come appunto Cattani, ha difficoltà a parlare, si creano le premesse per errori disastrosi. Il nostro inviato, sempre più allarmato ma impotente, tutto memorizza. E poi riferisce.

Ma il suo non è un libro contro l’ospedale. A fianco dei meccanismi burocratici perversi, dei tempi sempre troppo stretti perché il personale, sempre insufficiente, deve sempre correre altrove, Cattani ci parla della molteplice umanità di medici, primari, infermieri; umanità che assolutamente prevale sulle pur esistenti supponenze o ruvidità. Ed è un libro che si addentra nei meandri di un corpo martoriato e nelle pieghe di una psiche che fortissimamente, sempre reagisce. Con la forza di volontà, ma anche con la forza della cultura, che continuamente collega il piccolo paziente rannicchiato nel suo lettuccio con l’universo mondo: le tante citazioni, alte e basse, dal filosofo al gruppo rock, dalla tragedia greca alla poesia giapponese, lo fanno sentire, ci fanno sentire, partecipi di un’umanità che sa soffrire, ragionare, commuoversi, resistere.

E anche di fronte all’estrema soglia, il nostro piccolo Ulisse si affaccia sì con tremore, ma anche con la cristiana certezza di una qualche ulteriore forma di esistenza e con la laica, dantesca, inesausta voglia di ulteriore, estrema conoscenza.

Finito il libro, chi scrive non ha potuto non pensare: “Sono orgoglioso di essergli amico”.

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