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Parco dello Stelvio: fine dell’agonia

L’Italia è l’unico paese europeo che abbia cancellato un Parco Nazionale

Il 4 dicembre il Consiglio dei Ministri, sfiancato dalle pressioni provenienti dalla SVP, ha ratificato la norma di attuazione che smembra il Parco Nazionale dello Stelvio in tre settori regionali. Il 13 gennaio il Presidente della Repubblica ha firmato il decreto: pochi, aridi passaggi e nessuna riflessione culturale e valoriale hanno così portato a termine la lunga agonia del più grande parco nazionale delle Alpi.

Il parco è stato demolito fin dal dopoguerra con una azione a volte arrogante e altre volte più sottile. Certo, questa istituzione scontava una nascita infelice: imposto dal fascismo tramite il CAI e il Touring Club per “italianizzare” le popolazioni della montagna, ha subito penalizzato, con confini che giungevano al fondovalle, gli abitanti della valle Venosta. Era un parco ideato, più che per conservare, per sottomettere popolazioni abituate all’autogoverno del territorio, a vivere con forme parziali di autonomia. L’autogoverno delle genti e del territorio non è mai stato accettato da nessuna dittatura.

Dal dopoguerra in poi la SVP ha provato tutte le strade possibili per liberarsi del parco. Negli anni ‘50-’60 in modo diretto, poi negli anni ‘70 ha cambiato strategia: invece di cancellarlo, ha posto attorno alla istituzione una robusta corda e si è cominciato a stringere per portarla al soffocamento. Un primo passaggio si è verificato dal 1992 al 1995 con la nascita del Consorzio fra i tre ambiti, le provincie di Trento e Bolzano e la Regione Lombardia. Il Consorzio non è mai stato messo nelle condizioni di funzionare, non ha mai avuto una governance di area vasta. Mentre Trento dimostrava di credere nell’area protetta, la SVP a Bolzano lasciava montare il disagio fra la popolazione locale, presso gli agricoltori, nella insofferenza dei cacciatori capaci di vedere in questo patrimonio solo un insieme di vincoli.

Da parte lombarda il disinteresse verso la sua montagna è storico: a Milano nessun governo si è mai seriamente interessato dello sviluppo socio-economico della Valtellina e della Val Camonica, il parco è sempre stato vissuto come un disturbo. Nonostante questo, il Parco dello Stelvio è riuscito a deliberare sia il piano faunistico che il piano di gestione del suo territorio.

A questo punto ci ha pensato il Ministero dell’Ambiente a diffondere rassegnazione e rabbia nelle vallate lasciando marcire le pianificazioni nei cassetti ministeriali, impedendo di fatto un governo serio e moderno del territorio. Certo, il piano parco dello Stelvio era costato anni di lavoro, ma il risultato prodotto era innovativo perché costruito su una discreta base partecipativa, non solo rivolta ai comuni, ma anche alle categorie economiche e sociali. Ma anche in questo caso la SVP riusciva a tenere sotto il ricatto dei voti indispensabili dei suoi parlamentari ogni governo, fosse questo di centrodestra o centrosinistra, costringendo così il Ministero non solo a tenere in naftalina il piano, ma anche ad impedire che i Consigli che decadevano, fossero territoriali (Trento, Bolzano, Lombardia) o quello centrale, nel 2012, venissero rinnovati. Il Ministero non ha avuto nemmeno la forza di nominare un nuovo presidente: da mesi sta prorogando la carica di facente funzioni (di becchino!) al discutibile e debole Ferruccio Tommasi.

Dopo i primi falliti e goffi tentativi del 2010 di smantellare il parco grazie ai voti regalati al traballante governo Berlusconi la SVP ha affinato le armi: nel 2013 inseriva nell’accordo elettorale con il Partito Democratico la clausola che prevedeva lo smantellamento definitivo, e l’operazione riusciva sul finire del 2015. Il Ministero dell’Ambiente ha anche promosso una operazione ascolto dell’associazionismo ambientalista, una riunione inutile, tenuta solo come passaggio formale, nella quale è stato impossibile far recepire ogni minima proposta.

Ora il Parco Nazionale dello Stelvio non esiste più come struttura unitaria. Lo dimostra la legge di recepimento delle norme di attuazione votata dal Consiglio Regionale della Lombardia il 22 dicembre (prima della firma del Presidente della Repubblica...quanta fretta!). Il governo del territorio lombardo sarà gestito solo da figure di piena affidabilità politica, non è stata prestata alcuna attenzione alle componenti scientifiche e della ricerca, non una parola in tutto il testo della legge riferita alla conservazione o alla biodiversità. Dalla legge lombarda emerge come la pianificazione rimarrà tutta interna a quello specifico territorio.

Quanto a Trento e Bolzano, stanno preparando la loro legge. Nessuno sa ad oggi se almeno queste due provincie riusciranno a varare un provvedimento coordinato, a concordare alcuni obiettivi tesi alla conservazione e al potenziamento della biodiversità o se le attenzioni cadranno solo sulla modifica dei confini (ovviamente riducendoli) e alla liberalizzazione della attività venatoria. Trento e Bolzano dovranno anche sostenere i costi del personale dell’attuale parco, assorbendo tutte le figure professionali nelle loro piante organiche, dovranno pagarne il funzionamento tramite i fondi “Odi” dei comuni confinanti.

Ecco due autonomie che invece di investire in nuovi valori e in prospettive di lungo periodo scelgono la carta del consenso immediato, facendo abbassare, forse azzerandola per sempre, l’asticella dell’attenzione rivolta alla conservazione di un bene pubblico.

Va detto che l’assessore trentino Mauro Gilmozzi sembra credere nella possibilità di una governance federativa dei tre territori, in una pianificazione che mantenga i contenuti di un piano parco nazionale. Ha anche sposato la proposta dell’ambientalismo di investire in una rete dei parchi nazionali e regionali delle Alpi centrali, o attraverso dei patti d’azione diretti, o con lo strumento di una Fondazione sul modello di Dolomiti UNESCO. Ma riuscirà Gilmozzi a coinvolgere in questa prospettiva i suoi colleghi lombardi e altoatesini? Al momento ne dubitiamo. Riusciremo ad avere qualche indicazione solo quando anche Trento e Bolzano discuteranno, si spera pubblicamente e attraverso forum partecipati, la legge di recepimento della norma di attuazione.

La società civile ne è cosciente: la natura non sopporta confini, ha bisogno nel suo sviluppo e nelle sue dinamiche di aree vaste, di collegamenti, corridoi, di rispetto. Chi ci rappresenta nella politica all’interno della Commissione dei 12 ha dimostrato l’esatto contrario. Al momento la risposta è solo negativa. Per Bolzano perché si voleva raggiungere questo obiettivo tanto netto, senza accogliere nessuna mediazione. Autonomia piena, lontana da Roma, e perché no, anche da Trento. Dalla Lombardia per il disinteresse ormai consolidato di tutti i governi di centrodestra (Formigoni e Maroni) verso le aree protette. E dal Trentino, Provincia ormai succube di ogni capriccio altoatesino e governato da partiti, in modo particolare in questo caso dal PD, privi di una visione del futuro e dunque di una strategia. Fra Trento e Bolzano solo due aree politiche hanno sollevato il problema: il Movimento 5 Stelle e i verdi sudtirolesi. Dai verdi trentini il silenzio è semplicemente assordante.