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I doveri del primogenito

Il racconto di un nigeriano in Italia da 25 anni. Da “Una Città”, mensile diForlì.

Christian Ekanau

Vivo in Italia da 25anni e ogni tanto torno a casa a trovare mia moglie e i miei figli. La mia è una grande famiglia. Mio padre ha sposato due donne, da cui ha avuto diciassette figli, poi sono arrivati 50 nipoti e 27 pronipoti... La poligamia è una tradizione antica, in Nigeria. In passato, ciò che faceva di un nigeriano un uomo ricco erano le mogli, doveva averne due o tre, e riuscire a mantenerle, perché tre mogli che lavorassero nel suo campo volevano dire che avrebbe potuto affrontare qualunque carestia. Mio nonno ne aveva quattro, di mogli. Oggi però i tempi sono cambiati: tanti sposano una donna sola.

Anch’io ho una moglie, che mi ha dato cinque figli. Il primo, purtroppo, è morto che era piccolo. Dopo quella tragedia sono arrivati due gemelli, un ragazzo e una ragazza, che ora hanno 16 anni, poi una figlia femmina che ne ha 14 e un maschio che ne ha 12. Vanno in una scuola privata cristiana.?Certo, costa, tra le divise, le scarpe, la tariffa per il bus, ma la scuola pubblica è un disastro, i bambini rischiano di saltare mesi di lezioni perché gli insegnanti entrano in sciopero di continuo, si perde un sacco tempo. Alla scuola privata, invece, imparano in fretta. Si vede la differenza!

Ora abito a Imola e faccio il venditore ambulante. Sono dovuto venire via dalla Nigeria appena finite le scuole superiori. L’economia da noi era un disastro, il tasso di cambio era tale per cui se fossi riuscito in Europa a tirare su anche solo mille euro, in Nigeria sarebbero diventati tanti soldi. È per questo che tanti nigeriani sono partiti.

Prima sono andato in Germania, ho speso un bel po’ di soldi e ho spedito un carico da Monaco pieno di borse, computer, televisori, frigo, scarpe, vestiti... Quando però il cargo è arrivato a Lagos, tutta la merce si era rovinata. Così ho dovuto ricominciare daccapo, ma non potevo più investire tanto denaro. Dopo che la mia prima esperienza era andata male, sono partito nuovamente, stavolta per l’Italia. Ho fatto il visto all’ambasciata italiana e sono arrivato con l’aereo, a Fiumicino, Roma. Certo, arrivare è stato più facile di quanto non lo sia adesso, ma la vita, quella no. Era dura anche allora. Per settimane ho dormito in macchina, altre volte all’autogrill o in stazione.

Ho girato molto. Dopo Roma, Napoli; dopo Napoli, Padova. Lì ho trascorso alcuni anni. Dopo Padova, sono andato ad Ancona, dove avevo trovato un buon lavoro in un pollificio; dopo un po’ mi ha assunto un marmista, ma con la crisi ho perso anche quel lavoro e non ho più trovato un posto. Un lavoro vero per me non c’è più, così ora faccio il venditore ambulante.

All’inizio non è stato facile, perché non parlavo neanche l’italiano: se non sai nemmeno comunicare con qualcuno, come fai a farci degli affari? Ora mi faccio capire, parlo un italiano “di strada” e ho i miei clienti. So dove andare nelle varie città, so che se suono a quel campanello mi apriranno e mi inviteranno a entrare. Arrivo in treno, poi giro per la città a piedi, mi incammino fino ai paesi vicini e suono ai campanelli.

La prima volta che incontro un cliente, cerco di convincerlo della mia onestà, che non sprecherò i soldi in alcol o prostitute, ma li manderò alla mia famiglia. E una volta che ci sono riuscito, mi dicono: “Ecco, tieni 10, 20, 50 euro...”, oppure: “Ora posso darti solo questo, torna fra una settimana” o “fra un mese”. Ci sono vecchietti che quando gli arriva la pensione tengono da parte dei soldi per me. Gli italiani sono molto diffidenti all’inizio, ma non è razzismo, è perché non ti conoscono. Una volta che t’hanno conosciuto, quando sanno di potersi fidare, ti invitano a mangiare insieme, ti offrono un letto...

Quando torno in Nigeria porto sempre dei regali ai miei figli: scarpe, orologi, telefonini, vestiti... Li compro a Napoli, dove costano meno che al nord. I miei figli, come tanti altri ragazzi africani, sono curiosi della vita che si fa qui in Europa: guardando la vita dei bianchi alla televisione pensano che qui sia un paradiso, che tutti siano ricchi... Non sanno che le cose non stanno così. Io non voglio che patiscano quello che ho passato io: voglio che vengano qui, certo, ma da turisti. Perché tutti vogliono vedere il mondo, ma poi vogliono tornare a casa.

Il funerale

Nigeria: danze durante un funerale

L’anno scorso sono dovuto tornare in Nigeria per il funerale di mio padre, che era il capo della famiglia. È morto nel novembre del 2013, ma il funerale si è tenuto solo l’estate successiva, quando sono riuscito a raccogliere tutti i soldi necessari. Non potevo tornare in Nigeria senza soldi. Cosa avrebbero detto gli altri? “Ecco, torna Christian che se n’era andato in Europa a far fortuna e non ha neanche i soldi per seppellire suo padre!”. Sarebbe stata una vergogna inaccettabile; non avrei potuto ereditare la casa e il terreno, né il potere di mio padre. Stava a me, suo primo figlio maschio, la responsabilità di organizzare tutto. Non sono il primo figlio, prima di me ha avuto quattro femmine, ma senza di me non si sarebbe potuto fare nulla, perché toccava a me il posto di capofamiglia.

Doveva essere un grande funerale, tutti volevano dire addio al capofamiglia, augurargli buon viaggio.

Un funerale così costa tra i 15 e i 20 mila euro. Ci sono le spese per gli abiti da cerimonia, per il cibo, per i musicisti, poi bisogna preparare la casa, pulirla, imbiancare i muri, mettere tutto in ordine; deve essere bella, perché viene molta gente e chissà cosa dice, se non è tutto in ordine... Ecco perché ci sono voluti tre mesi. Sono tornato a casa a maggio con un volo Ethiopian Airlines -il biglietto costa tra gli 800 e i 1.000 euro - e sono rimasto fino a fine luglio. Ci siamo dovuti incontrare noi fratelli per organizzare la cerimonia, procurarci gli abiti adatti, il bestiame da sacrificare... Per l’occasione abbiamo comprato quattro vacche. Tutti hanno dato qualcosa, chi soldi, chi cibo. Due delle mie sorelle hanno portato due vacche. Io ne ho comprata una. Sono care, costano tra i 700 e i 1.000 euro, certo dipende dalla stazza della bestia.

Abbiamo procurato anche l’accompagnamento musicale, perché nei nostri funerali la gente balla e canta, per due, tre giorni, tutto di fronte a casa. Di solito si chiama un gruppo a suonare dal vivo, ma quando non si può si prende un impianto audio potente e un deejay. Potrà sembrare strano, a un funerale, ma non facciamo sempre così: se muore un bambino o un giovane, non c’è una festa, non si uccidono le vacche, non c’è un banchetto, perché è una morte precoce e triste. La festa si fa per celebrare la vita di una persona che muore in tarda età, che ha raggiunto tanti traguardi. Sì, c’è un momento di tristezza, si piange, ma dopo un po’ tutti smettono di essere tristi e si comincia a banchettare, a ballare, a chiacchierare... Non ci vestiamo di nero. Abbiamo gli abiti cerimoniali; io ne ho cambiati tre.

Non siamo andati al cimitero: l’abbiamo seppellito di fronte a casa, e sempre lì di fronte abbiamo anche ucciso la vacca, che abbiamo scelto tra quelle che erano state portate per la cerimonia.

C’erano 1.200 persone, arrivate da varie parti della Nigeria. Qualcuno è stato ospitato dai parenti, c’è chi si è sistemato in albergo, altri ancora hanno portato la tenda per dormire nel terreno adiacente la proprietà. Dopo, tutti sono tornati ai propri affari. Io, rientrato in Italia, ho subito ricominciato i miei giri, perché avevo molti prestiti da rimborsare: nei mesi prima della partenza avevo lavorato duro e mi ero fatto prestare soldi dagli amici italiani, dai connazionali che ho conosciuto qui o dalle persone che ho incontrato lavorando. Organizzavo delle cene in cui cucinavo io e poi chiedevo qualcosa in prestito. È la nostra cultura: il primogenito non può presentarsi al funerale di suo padre e pretendere di eredtare tutto se non lo seppellisce come si deve. Quindi devi fare qualcosa di grandioso, devi dimostrare che te lo meriti, altrimenti i fratelli potrebbero dirti: “Ora è tutto tuo, sei il capo, ma quando è morto papà cosa hai fatto per lui? Come lo hai onorato?”. Non puoi permettergli di parlarti in questo modo. Devi ottenere rispetto. Ora potrò dire loro: “Quando è morto nostro padre ho ucciso una vacca, ho comprato la bara, ho pagato i conti dell’obitorio e tutto il resto”. Sì, il conto dell’obitorio era caro. È lì che hanno tenuto il suo corpo negli otto mesi prima del funerale.

Le nuove responsabilità

Ora, per tradizione, sta a me dire a tutti ciò che devono e ciò che non devono fare; lo faccio dall’Italia, per telefono. In questo mi dà una mano mio zio, che anche se è più grande di me deve fare come dico io. Per telefono impartisco le mie istruzioni, gestisco le diatribe, se c’è qualche incomprensione in famiglia mi telefonano e mi chiedono: “Sta succedendo questo. Cosa ne pensi, cosa dobbiamo fare?”. Allora chiamo mio zio: “Zio, le cose stanno così, devi fare questo e quello”. Lui va dagli altri, e dice loro: “Questo è ciò che vuole Christian”.

Vorrei rientrare in Nigeria, aprire il mio business e non tornare più in Italia. Un mio cugino ha una ditta di saponette e gli servirebbe che aprissi un’attività di importazione di sostanze chimiche per rifornirlo. Ogni due-tre mesi dovrei fare in modo di fargli arrivare un paio di container di soda caustica.

Non era questo il lavoro di mio padre. Lui era un commerciante: comprava abiti dalla Germania e li rivendeva. Mia madre, invece, faceva l’insegnante. Dopo, con la pensione, ha aperto un ristorante. Ora che è anziana sta a casa; non poteva continuare a stare dietro al ristorante e allo stesso tempo alla famiglia.

Prima di avviare la mia attività dovrò raccogliere altri soldi e organizzarmi i contatti. I soldi mi servono anche perché, ora che sono il capofamiglia, è mia responsabilità sistemare i fratelli minori. Uno ha sposato tre donne... Ora sono come un padre, per loro. Quando tornerò, vorranno vedermi tutti, chiedermi un aiuto. Ad alcuni darò dei soldi, ad altri magari il permesso di costruire la propria casa nel terreno che è diventato mio.

* * *

Christian Ekanau, 44 anni, è nato in Nigeria, nello stato di Imo, da cui poi la famiglia si è trasferita nell’Enugu. Oggi vive a Imola.

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