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Assunta

Non era una buona notizia, come lo sarebbe oggi, visti i tempi magri per il lavoro, quindi non serviva congratularsi. Assunta era una sarta a domicilio con la quale si concordavano i giorni di lavoro necessari per svolgerlo e ospitavi per qualche giorno dal mattino a sera. Doveva esserci una macchina per cucire in quelle case, dove andava perché di trasportabili, allora non c’erano.

Mamma possedeva una macchina per cucire di ferro incassata in un mobiletto di legno che si apriva e ricomponeva quando la parte di ferro si capovolgeva del tutto e spariva in una specie di cassettino a scomparsa. Funzionava a pedale, non era elettrica, faceva un rumore particolare al quale prestare orecchio. Qualche volta avrei voluto provare anch’io a usarla, ma, come spesso accadeva, la spiegazione di mamma era “a occhio”. Come la farina per la torta o i cucchiai di zucchero... quell’occhio che non ho mai avuto in dotazione, ma qui bastava la bilancia! Era proibito giocarci perché bastava un niente per metterla fuori uso, difficile e costoso farla riparare.

Possedere una macchina per cucire elettrica era un lusso, se poi avevi la passione per il cucito, era anche un buon risparmio. Le mie sette zie, sorelle di mamma, avevano le mani di fata in molte attività femminili. Chi il cucito e il ricamo, chi l’uncinetto e chi i ferri, chi cucinava come uno chef. Assunta era un riepilogo di quello che mamma non sapeva fare: cuciva, allargava o stringeva abiti che già possedevi, in casa tua e a prezzi modici. Mamma la aiutava, imbastiva, metteva bottoni e cerniere.

Noi bambini eravamo istruiti a dovere perché si pagava a giornata e quindi dovevamo evitare di fare chiasso, accendere la televisione, ascoltare la radio, farle perdere tempo. Per il mio ristretto cosmo infantile, era una conoscenza dalla quale attingere nuove storie. Non avrei saputo dirne l’età, più di mamma sicuramente. A me sembrava la sorella di Aldo Moro, che era l’unico politico che riconoscevo per via della fiamma bianca tra i capelli neri.

Assunta aveva una figlia di qualche anno più grande di me, che viveva in collegio e tornava a casa per le feste di Natale e le vacanze estive. Non ne parlava spesso e si rattristava mentre lo faceva o forse sembrava a me che trovavo giusto essere tristi senza la mamma accanto. Il papà non era nominato e quando fui più grande capii che non c’era. Quando ero bambina, le mamme crescevano i vari figli, cucinavano e pulivano la casa, andavano a udienza. La pagella era la prova del nove e quei giorni erano critici per chi non studiava abbastanza. Erano rarissime le mamme che lavoravano in ufficio o in qualche negozio. Ci conoscevamo tutti perché la nostra vita si svolgeva in due rioni attigui: quello delle elementari e quello delle medie; era alle superiori che le nostre strade si dividevano.

C’era Flora che aveva il negozio di pane e latte vicino a casa mia. Flora mi chiedeva sempre di andare al tabacchino a comprarle sigarette e qualche rivista: i famosi fotoromanzi che stavano spopolando e si scambiavano con altre signore. Tutte le mattine il camion del latte svegliava il vicinato. Per mamma era spesso occasione per dire che non aveva dormito e sentito arrivare il camion. Le bottiglie erano di vetro e si riconsegnavano. Avevano il tappo di stagnola e ci fu un tempo in cui girava la voce che con un certo numero di chili si acquistava un cane per un cieco. La cantina si trasformò in un deposito di stagnola leggerissima ma ingombrante. Poi una mamma cercò di approfondire questa storia. Chiese in parrocchia, alla Croce Rossa, ma nessuno ne sapeva niente. Oggi la chiamerebbero bufala.

Celestina invece lavava la biancheria di varie famiglie nella zona più ricca della città. Con mamma passavamo a salutarla ogni tanto, l’odore del sapone di Marsiglia e quei pentoloni dove bollivano lenzuola, tovaglie e federe con la cenere, la famosa lisciva, sono parti di un mondo scomparso. Sono sparite anche quelle fatiche, perché fare il bucato richiedeva tanta forza di schiena e braccia e il famoso olio di gomito.

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