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“L’Inferno di Dante illustrato”

Le acqueforti di Domenico Ferrari

La prima volta che gli fu suggerito da un amico, fine appassionato di Dante, di illustrare l’Inferno, la reazione spontanea di Domenico Ferrari - è lui a raccontarlo - fu che si trattava di una cosa improponibile. Ma ormai il pensiero e la sfida erano gettati. La rilettura dell’opera, e il dialogo serrato con chi gli aveva prospettato l’impresa - Ettore Lombardo, che sembra assumere in questa esperienza le vesti di un secondo Virgilio - lo hanno prima affascinato e poi persuaso che c’era posto anche per lui, accanto ai molti e grandi illustratori della Commedia.

Il risultato di tre anni di lavoro lo vediamo nelle 34 incisioni all’acquaforte in mostra a palazzo Trentini fino al 16 febbraio, esposte lo scorso anno al Senato in occasione dei 750 anni dalla nascita del poeta.

Il disegno di Ferrari, sensibile come sappiamo alle intime nervature dei corpi e al flusso delle energie, compie un lavoro filologico, secondo un programma iconografico molto attento ai dettagli della spaventosa e concreta immaginazione dantesca, e quindi contrario a certe personali libertà fantastiche alla maniera di Salvador Dalì. Ma si discosta in parte da certe convenzioni, in particolare dalla tradizione del più popolare illustratore di Dante, Gustave Dorè, con l’uso frequente del piano ravvicinato e la rinuncia alla presenza intermediaria dei due viandanti, creando un rapporto più diretto ed emozionale con lo spettatore. Anche l’uso ricorrente di un doppio livello di narrazione, che include l’esperienza visionaria di Dante e le storie narrate dai suoi personaggi, come nel caso di Ulisse o di Paolo e Francesca, ed altre soluzioni visive, ne fanno una rilettura che, senza avere espliciti intenti attualizzanti, è più in sintonia con lo sguardo di uno spettatore contemporaneo.

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