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“Qualcuno volò sul nido del cuculo”

Come avvicinare un cult

Non è cosa semplice confrontarsi con “Qualcuno volò sul nido del cuculo”. I predecessori sono illustri: il romanzo di Ken Kesey (1962) e il film di Milos Forman (1975) con un indimenticabile Jack Nicholson sono due indiscutibili cult. Alessandro Gassmann lo sa e non sfida i giganti, optando invece per un allestimento che vuole avvicinare cronologicamente e geograficamente, quasi fisicamente, il tema. Segue questa linea la drammaturgia del giallista napoletano Maurizio De Giovanni, che basandosi sulla riduzione teatrale di Dale Wasserman (1963) ha adattato il testo ambientandolo nel 1982 nell’ospedale psichiatrico di Aversa, di cui tra l’altro è stata di recente disposta la chiusura definitiva. Un funzionale appiglio all’attualità stringente, quindi. Prodotto dalla Fondazione Teatro di Napoli, lo spettacolo è in tournée dallo scorso ottobre e il 25 gennaio ha fatto tappa allo Zandonai di Rovereto.

La trama è celebre, ma gioverà ricordarla: in un ospedale psichiatrico dell’Oregon diretto con pugno di ferro da una dittatoriale infermiera, piomba un giorno lo spavaldo e ribelle Randle McMurphy, che risveglia l’animo dei pazienti e li incita ad insorgere contro quell’opprimente sistema “terapeutico”. La vicenda finisce in modo tragico per il protagonista, che subisce elettroshock e lobotomia, ma riesce comunque a trasmettere un anelito di libertà.

Anche se i personaggi hanno nomi diversi e sono inseriti in un differente contesto storico e sociale, la traccia è seguita fedelmente. Modellata però secondo il marchio di fabbrica del Gassmann regista, ovvero un teatro popolare che mescola il linguaggio scenico con quello cinematografico. Già all’apertura del sipario un’elegante pioggia di luce sovrasta la sagoma dell’enorme Ramon Machado (l’intenso Gilberto Gliozzi); è solo il primo di una nutrita serie di interessanti giochi di luce e corpo con questo personaggio. L’imponente scenografia di Gianluca Amodio riproduce un ambiente grigio e spoglio, in cui la luce filtra solo dai lati. La struttura, che ospita una combriccola di simpatici pazzarielli di varie inflessioni regionali, è gestita da suor Lucia. La brava Elisabetta Valgoi interpreta una caporeparto meno mostruosa del modello: è sì fredda e autoritaria, ma almeno inizialmente non irosa, anzi posata e addirittura materna. A lei si oppone, fin dall’ingresso hard rock, Dario Danise, interpretato da Daniele Russo, che si cala nei panni di un McMurphy alla napoletana, libertario e istrionico. Il suo arrivo porta una travolgente carica di umanità negli altri degenti, che però hanno paura e più volte sottolineano il fatto di trovarsi lì volontariamente. Alcune piccole battaglie di libertà però vengono combattute: su tutte, la possibilità di seguire i mondiali di calcio in tv. L’inserto calcistico, specie datato 1982 (con tanto di proiezione dell’urlo di Tardelli), potrà sembrare banale e scontato, ma crea comunione tra i personaggi e fa presa sul pubblico. Il secondo tempo (lo spettacolo dura 2 ore e 45 minuti, maggior asciuttezza non avrebbe guastato) si apre con il cinematografico elettroshock per Danise, che però non si ferma e organizza una nottata di baldoria con una prostituta. La situazione degenera e porta il protagonista alla lobotomia. Il finale si risolve con l’ennesimo gioco di luci e proiezioni (penalizzato qui da un paio di imperdonabili errori tecnici): Ramon, dopo aver soffocato Danise, alza di forza la statua della Madonna e, attraversato il boccascena, la scaglia contro l’ipotetico vetro rompendolo.

La regia di Gassmann (con la collaborazione della buona prova di tutti gli attori) riflette limpidamente su temi a lui cari come la diversità, la follia, la privazione della libertà, anche se risulta un po’ defilata l’istanza di denuncia fondativa in Kesey e Forman, figli di altri tempi e altre battaglie. Inoltre, alcuni giochi di luce e proiezioni sfruttano un velario che fa - involontariamente - da quarta parete, tarpando in parte la dirompente carica civile che viene comunicata: sarebbe stato bello che il pubblico, oltre che emozionalmente, potesse parteciparne quasi fisicamente.

“Qualcuno volò sul nido del cuculo”

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