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Pubblico e musica contemporanea: un tasto dolente

Due concerti

Niente, pare che questo scoglio della musica contemporanea d’avanguardia il pubblico proprio non riesca a superarlo. Che poi...avanguardia? Con Bartòk, Berio e Kagel non si va oltre il 1970! Ad oggi possiamo ancora definirla (per noi, nel 2016) musica d’avanguardia? Non dovremmo averla compresa e digerita e addirittura essere passati oltre? Passati oltre forse sì, nel senso che il pubblico, ai due concerti che connotavano i cartelloni di una settimana roveretana all’insegna della musica contemporanea, è stato davvero meno che esiguo. Sul comprendere e digerire gli autori d’avanguardia bisognerebbe aprire complessi e articolati riflessioni, discussioni e confronti che certo non possono trovare spazio qui: la questione è complessa e probabilmente senza facile o immediata risoluzione e riteniamo siano molteplici e sfaccettati i fattori che determinano questo generale distacco del pubblico, quando in cartellone prevale un determinato tipo di musica. Che forse ha qualche responsabilità in tutto ciò, accanto a una mancata educazione estetica scolastica di chi poi sarà pubblico e ad una conseguente pigrizia mentale diffusa nel considerare il nuovo (tra virgolette) e lo sconosciuto.

FontanaMIXensemble

Ma dicevamo di non aprire qui ragionamenti e dibattiti sul tema. E quindi lunedì 25 gennaio in Filarmonica a Rovereto, con una sala mezza vuota, ci ha attirato un programma per noi davvero interessante, proposto dal gruppo bolognese FontanaMIXensemble: le “Folksongs” di Luciano Berio sono un impeccabile condensato di fusione di linguaggi e stili tra loro lontani, dove brani di provenienza geografica diversa vengono sapientemente riarrangiati dall’autore: pregnante la presenza scenica della cantante Monica Bacelli, con una voce scura e intensa che arricchiva il testo di molteplici sfumature. Forse meno riuscita l’esecuzione di “Contrast” di Bela Bartòk: la scrittura timbricamente scabra per il trio con pianoforte, violino e clarinetto ci pare abbia reso difficile l’omogeneità della sonorità d’insieme. Contemporanea alle Folksongs di Berio (1968) è la scrittura, terminata due anni dopo, dell’opera teatrale “Acustica” del compositore argentino Mauricio Kagel, in scena all’Auditorium Melotti venerdì 29 gennaio. L’opera è scritta per nastro magnetico a quattro piste e strumentisti che agiscono sul palco scegliendo di volta in volta, su circa 200 schede predisposte dal compositore, il materiale musicale e le modalità di interazione. Sul palco quattro musicisti, che da tempo collaborano con il prestigioso centro di ricerca e produzione Tempo Reale di Firenze, fondato da Berio, e una miriade di oggetti sonori che occupano tutto lo spazio, tra cui compressori, asciugacapelli, campane, tamburi, ciotole piene d’acqua, e palloncini. In sala non più di venti persone. La ratio del tutto è la ricerca di nuove fonti sonore e il trattamento “altro” del materiale acustico. Si scorge, in filigrana, una struttura nel girovagare dei musicisti sul palco e nei loro gesti musicali, dei capitoli sonori che si aprono e si chiudono. Ma certo, una cinquantina di minuti così, senza nessun appiglio discorsivo per la nostra mente, che si scervella per trovare il senso di questa apparente confusione, sono forse un po’ impegnativi. Anche i musicisti appaiono poco convinti e convincenti. Ma forse poco convinto, della sua opera, lo era Kagel stesso: “La società non ha bisogno di noi”, diceva. Se eravate tra il pubblico, pronunciatevi.

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