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Lauro Tisi può fare meglio

Come si è giunti all'inattesa nomina del vicario. Che da vescovo può migliorare, e ce ne sarebbe proprio bisogno.

Girolamo Savonarola
monsignor Tisi

La nomina a nuovo arcivescovo di Trento di monsignor Lauro Tisi ha lasciato interdetti quasi tutti gli osservatori, sia laici che cattolici, sebbene qualcuno abbia poi affermato “Lo avevo detto io!”. Nella Chiesa, la consuetudine, quasi una legge non scritta, vuole che il vicario in carica in una diocesi non sostituirà mai il vescovo uscente di cui è stato vice.Questa volta non è stato così. Perché? Cosa ci dobbiamo aspettare dal nuovo vescovo che tanto nuovo non è?

Come avviene l’investitura

Come è noto, la nomina dei vescovi spetta esclusivamente al Vaticano e, in ultimo, al Papa in persona. Le controversie sulle investiture risalgono all’Alto medioevo e si sono protratte fino ai nostri giorni. Ancora oggi Cina e Santa Sede sono in contrasto proprio sulla nomina dei vescovi. Il comprensibile desiderio della Chiesa di una completa autonomia dal potere politico ha finito anche per escludere totalmente i fedeli da qualsiasi ruolo (estromissione stigmatizzata da Antonio Rosmini): nel corso del tempo la scelta è stata sempre più centralizzata. Paradossalmente è molto più democratica l’elezione del Papa in conclave: almeno lì c’è un corpo elettorale che vota secondo regole ben precise.

La procedura per nominare un vescovo è invece in capo al Vaticano, che manda nella diocesi interessata il Nunzio apostolico, una sorta di ispettore che, al termine di consultazioni informali con il vescovo uscente, con il clero e con altri opinion maker ecclesiali o meno, presenta alla Congregazione per i vescovi di Roma una terna di nomi da sottoporre al Papa. I tempi di solito vanno calcolati in mesi.

Ciascuno può capire la totale assenza di qualsivoglia trasparenza democratica: e quando non ci sono procedure chiare, contano i corridoi, le amicizie, le influenze, la politica, l’impostazione generale di un pontificato.

Niente di nuovo dalla provincia…

Nel nostro caso occorre evidenziare che, sebbene l’arcidiocesi di Trento sia ricca ed estesa (è la seconda dopo la diocesi di Milano), essa a Roma non conta nulla. Nessun potere forte si muove per la conquista di Trento. Questa zona è tranquilla, e il Papa ha ben altri problemi. Così è necessario guardare ai piani più bassi, ai trentini stimati a Roma. Primo fra tutti, don Ivan Maffeis, già direttore di Vita Trentina e oggi a capo dell’ufficio comunicazioni della CEI.

Tutte le persone ben informate concordano nell’assegnargli un ruolo decisivo in questa partita. Ma tutto è avvolto dal fumo degli incensi. Si dice che monsignor Tisi doveva diventare vescovo di Belluno (invece lo è diventato il vicario vescovile di Padova); si dice che qualcuno abbia fatto il “gran rifiuto”. La permanenza di Tisi in diocesi sarebbe stata dunque una seconda o terza scelta.

Ciò però importa poco. La nomina a vescovo di un vicario significa semplicemente che in Vaticano non volevano muovere nulla. Nessuna nuova, buona nuova. Tutto tace in provincia. Meglio lasciare così, senza aspettarsi grandi novità. A nessuno importa del Trentino.

Solo continuità?

monsignor Tisi con il vescovo Bessan

Questa è la sensazione diffusa. La parola più utilizzata è infatti “continuità”. L’arrivo di una persona da fuori avrebbe impresso quell’idea di novità e quella voglia di cambiare, insita in ogni impresa umana che inizia. Dopo subentrerà la consuetudine e tutto forse ritornerà come prima, ma i primi mesi rappresentano quella sorta di luna di miele che accompagna il cambiamento, o solo la speranza di un cambiamento. In questo caso, invece, Luigi Bressan ha regnato (benché questo verbo si applichi solo al Papa) per quasi 17 anni; don Tisi è suo vicario da 8; il nuovo vescovo è giovane (54 anni) e potrebbe in teoria rimanere al suo posto per altri 21 anni (le dimissioni vanno date a 75 anni): in questo modo il binomio Bressan-Tisi guiderebbe la diocesi per quasi 40 anni. Una cifra non solo simbolica.

Come ha detto don Marcello Farina con la sua proverbiale franchezza, monsignor Tisi dovrà essere “in discontinuità con se stesso”, un’impresa certo non facile. Evidentemente il cambio di ruolo comporta un mutamento rispetto alle azioni messe in campo come vicario, cioè come esecutore di decisioni altrui, seppur in posizione apicale. Da vescovo sarà invece completamente responsabile delle proprie scelte. Sarebbe un azzardo elencare i punti in cui questa discontinuità, da se stesso e da monsignor Bressan, si noterà di più.

Lo stile Tisi.

monsignor Tisi

Lauro Tisi è un uomo vigoroso ed energico. Giovane (54 anni) per i canoni della Chiesa. Affabile con tutti. Grande predicatore. E attento amministratore anche dal punto di vista economico. Proverbiali però sono anche i suoi ritardi e le cancellazioni di appuntamenti. Lo stile Tisi esiste già, e non si concretizza tanto in una sobrietà di vita che dovrebbe rappresentare la consuetudine degli uomini di Chiesa e non l’eccezione: pure Bressan non ostentava nulla, a differenza del vescovo Gottardi, proveniente da Venezia e quindi soprannominato “il Doge”. In realtà la sua gestione da vicario è stata all’insegna di una prudenza più democristiana che evangelica: chi ricopre certi incarichi non può essere troppo diretto e troppo franco. Don Lauro è abilissimo a “fare melina”, a rimandare, ammansire, blandire, dare un colpo al cerchio e uno alla botte, cambiare idea, modificare le sfumature, dire e disdire con altrettanta facilità, allungare i tempi, tardare le decisioni. Che alla fine, bene o male, riesce comunque a prendere.

Si potrebbe dire che monsignor Tisi era impacciato dentro ad un ufficio. La puntualità non è il suo forte. Si trova molto più a suo agio nel girare il territorio, incontrando persone, stringendo mani, cercando di avere quella che si dice in gergo ecclesiale “cura pastorale”. Da vescovo dunque può fare meglio che da vicario, delegando ad altri le incombenze burocratiche.

Quando manca “personale”.

Don Lauro, ovviamente con l’approvazione del vescovo, è stato il grande propugnatore dell’accorpamento di numerose parrocchie, soprattutto nelle valli, e della nascita delle cosiddette “unità pastorali”. La questione è presto spiegata: mancano preti. Ne mancheranno sempre di più. Non riusciranno mai a coprire tutte le parrocchie.

Questa circostanza impone di correre ai ripari. Di unirsi. Di responsabilizzare anche i fedeli laici, abituati (per volontà del clero stesso) a obbedire, non fare nulla, lasciare tutto al prete e pretendere però tutto. Al contempo si cerca di superare la costitutiva solitudine del presbitero diocesano: celibe e solo, tremendamente solo. Le unità pastorali permetterebbero a un gruppo di due o tre preti di mettersi insieme, condividere le difficoltà, organizzare le proprie mansioni su un territorio sempre più vasto.

Queste migliorie, se possono essere lette come una nuova dislocazione di un personale numericamente carente, rappresenterebbero una rivoluzione copernicana perla Chiesacattolica e per il modello uscito dal Concilio di Trento. Ma gli esiti sono stati alterni: molti preti (incredibilmente soprattutto quelli più giovani) sono legati alla tradizione, non riescono a fare gruppo con altri e quindi si trovano da soli a capo di numerose ex parrocchie. Costretti a girare senza sosta da una comunità all’altra con il rischio di un logoramento fisico e interiore. D’altro canto i fedeli non vogliono neppure loro cambiare le consuetudini: in chiesa ci sono quasi esclusivamente capelli grigi, cioè ultrasessantenni che non ne vogliono sapere di troppe rivoluzioni. Non parliamo poi delle diatribe campanilistiche (aggettivo che non a caso rinvia a un edificio di culto) tra paesi che impediscono qualsiasi collaborazione reciproca.

Le future sfide

Il cammino comunque è inevitabilmente tracciato. Da vicario, monsignor Tisi ha spinto molto in questa direzione, andando in tutte le parrocchie interessate, placando gli animi e non nascondendo la realtà, come invece avviene in altre diocesi italiane. In questo modo ha conosciuto molto bene la situazione concreta. Molto bene, forse troppo bene.

Molti anni di guida pastorale lo aspettano, quindi dovrà mettere in campo delle linee strategiche di lungo periodo. Monsignor Bressan in questi 15 anni non si è segnalato per azioni eclatanti, preferendo galleggiare (vedi l’articolo che segue). Tisi non potrà continuare su questa linea, se davvero vuole affrontare la situazione di emergenza vissuta in generale da tuttala Chiesacattolica, Diocesi tridentina compresa. Nei prossimi 20 anni continuerà la secolarizzazione dei costumi; non ci saranno più quei settantenni che oggi popolano ancora le chiese; il numero dei preti diminuirà; le sfide della modernità (bioetica, diritti individuali, pluralismo delle credenze…) incomberanno sempre di più sull’impostazione cattolica incapace di superare gli schemi della tradizione.

Per il nuovo vescovo galleggiare ancora significherebbe affondare. Ma don Lauro avrà la forza (e il desiderio) di andare contro corrente con la forza dei remi? Un atteggiamento laico e agnostico ci chiama a lasciare soltanto un grande, disincantato punto interrogativo. Vedremo nei prossimi mesi.

Monsignor Settebellezze

Nihil de mortuis nisi bonum – passi - ed anche un po’ di retorica la si può accettare. I viventi, però, andrebbero raccontati con più sobrietà. Il nuovo vescovo, invece, fin dall’annuncio della sua nomina, ha scatenato sulla stampa locale – soprattutto sul Trentino – un’ondata di entusiasmo di sapore bonariamente nord-coreano.

Ci sono voluti milleseicento anni – scrive pomposamente Alberto Folgheraiter - perché la Chiesa cattolica saldasse un debito contratto nel 400 dopo cristo con la Val Rendena”, la valle falsamente accusata di aver ucciso San Vigilio, la quale oggi finalmente si riscatta con l’ascesa di un suo figlio al soglio vescovile. E che figlio!

Da sempre la sua attenzione è per gli ultimi, le persone ferite dalla vita, i migranti, i poveri” – dice un altro cronista, ma più ancora che per le sue doti di sacerdote (comunque “le prediche di don Lauro sono tonanti, come le staffilate che tirava giocando a calcio in Seminario”), ad affascinare sono le sue qualità umane. Il nuovo vescovo, “persona umile e immediata”, non andrà a vivere nel palazzo vescovile, ma “resterà nel monolocale di via Barbacovi dove continuerà la sua vita di single, non disdegnando di fare il massaio, pulizie e lavatrice compresa” (così il Trentino, mentre secondo L’Adige il bucato glielo fa la mamma). Ancora, farà a meno dell’auto blu, continuando a guidare “la sua vecchia inseparabile Golf scassata

Per lui, "niente valigette ventiquattr'ore: se avrà bisogno di una borsa, probabilmente preferirà uno zaino”. Già, perché il nuovo vescovo è un amante della natura, della montagna e del lavoro dei campi: “Dalle informazioni che abbiamo raccolto, sa mantenere il passo sostenuto e senza pause, durante le camminate beve poco e non mostra di soffrire lo sforzo. C’è chi sostiene di non averlo mai visto affaticato o troppo sudato... Non ha mai voluto mancare di dare una mano alla famiglia nel taglio del legname da ardere... per questo è stato notato che ha i calli alle mani grazie al lavoro agricolo che lo appassiona”. E poi, è un gran lavoratore: “Lavora così tanto che c’è quasi da preoccuparsi per la sua salute” ed è famoso per la sua memoria di ferro. L'unica debolezza che si concede sono il calcio ela Juventus”.

Difetti? Sì, spesso salta degli appuntamenti, ma è perché si fa carico di troppi impegni.

C’è il rischio che un simile personaggio, tanto diverso dal compassato, diplomatico predecessore, rivoluzioni la diocesi trentina, come su un piano più alto sta facendo papa Francesco? Alberto Faustini sul Trentino, rassicura chi potrebbe spaventarsi ad una simile prospettiva: “La continuità è rivoluzionaria... la Chiesa non ricomincia; riparte. Si evolve. Non si ribalta, si riaggiorna. Non si stacca dalle radici, ne pianta di nuove accanto alle vecchie".

Il nuovo vescovo, comunque, sembra quasi intimidito da tanta grancassa: “Non lodatemi troppo – ammonisce - perché poi rischiate di andare incontro a una delusione troppo forte”.

Tòs