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Padri e figli dall’Albania in Italia

I rapporti in famiglia, con la scuola, le aspettative per il futuro. Intervista a Massimo Modesti, pedagogista interculturale, e Sabaudin Varvarica, antropologo di origine albanese. Da “Una Città”, mensile di Forlì.

Luciano Coluccia
Agosto 1991: la nave Vlora, con 20.000 albanesi a bordo, sbarca a Bari

Avete partecipato a una ricerca sui genitori migranti, con particolare attenzione alle trasformazioni sociali che hanno interessato genitori e figli nella popolazione albanese immigrata in Italia, ma anche in Gran Bretagna. Potete raccontare?

Varvarica: Si comincia a parlare di un”emigrazione albanese a partire dalla caduta del comunismo, cui seguono varie fasi, soprattutto a partire dal 1991. I paesi verso cui si è diretta l’emigrazione albanese sono stati dapprima la Grecia, dove tutti potevano scappare a piedi, poi l’Italia, l’Inghilterra, la Germania, gli Stati Uniti, il Canada... Verso l’Italia ci sono state quattro ondate: nel marzo del ‘91 il primo grande esodo di 23.000 albanesi e nell’agosto dello stesso anno il secondo, di cui parla il film “La dolce nave”, che racconta l’approdo a Bari della nave Vlora, con a bordo 20.000 persone. A metà del ‘97, dopo il crollo delle piramidi finanziarie, sono entrati in Italia più di 16.000 albanesi. Infine, la crisi del Kosovo nel ‘99 e il conflitto in Macedonia del 2001 hanno determinato nuovi rilevanti flussi verso l’Italia, finché c’è stata una stabilizzazione a partire dal 2002 con la legge Bossi-Fini.

I migranti albanesi conservano legami forti con la famiglia e la terra d’origine. Molti hanno conservato la casa in Albania o ne comprano una nuova. Ci sono dunque progetti di rientro?

Sabaudin: In effetti si può parlare di una migrazione di ritorno. Sono stati pubblicati alcuni dati in base ai quali fino al 2010 dall”Italia sarebbero rientrate in Albania 10.000 persone, con progetti della Caritas; altri sarebbero emigrati verso altri paesi. Si parla anche di una migrazione di ritorno dalla Grecia di 200.000 persone. Dalle interviste risulta che la maggior parte dei genitori pensa di tornare una volta in pensione. Sanno che i figli rimarranno qui, perché si sono integrati e ormai hanno un”altra mentalità. In Albania i figli degli emigrati non sono visti come gli altri, vengono presi in giro perché non sanno più la lingua. Mi raccontava un uomo di 35 anni che quando va con la famiglia in Albania c”è poco affetto verso i suoi figli da parte dei parenti. Lì quando uno cresce, deve essere un ragazzaccio, stare sulla strada... I figli di chi è emigrato sembrano invece - secondo le parole di quel papà - un po” “effeminati” perché chiedono sempre: “Posso?”.

Modesti: Ai loro occhi i figli degli emigrati sono dei borghesi. Chi è emigrato ha fatto un salto dal punto di vista della classe sociale. Il manovale che in Italia ha imparato un mestiere, per cui prende 2.000 euro, sa che se torna in Albania non guadagnerà neanche la metà e quindi rimane. Lo stesso vale per l”operaio specializzato, che si trova meglio qui dove può sfruttare la sua esperienza, piuttosto che in un paese che stenta a garantire uno standard di vita accettabile.

Sabaudin: Conosco medici, professori, architetti albanesi che non si sentono più in contatto con la propria comunità. Sono persone che hanno faticato ad arrivare dove sono. Pensiamo ai primi anni della migrazione albanese, quando c’erano tanti pregiudizi e mancava il riconoscimento dei titoli. Hanno dovuto fare scelte irreversibili, si sono dette: “Ho lasciato il mio paese, non sapevo che mi sarei fermato in Italia, ma ormai sono qua, devo fare di tutto per mantenere la famiglia”. È naturale che ora tanti genitori abbiano aspettative elevate nei confronti dei figli. I quali subiscono, perché riconoscono nel genitore un’autorità molto forte, ma ciò comporta la mancanza di una mediazione intergenerazionale. Il riscatto per un genitore è vedere il figlio laurearsi e fare un lavoro migliore del suo, senza contare che questo lo allontana dal contatto con il loro mondo familiare.

Modesti: Però, non necessariamente i titoli, almeno nel nostro contesto, favoriscono un inserimento nel mercato del lavoro al livello degli studi conseguiti. Penso alle parole di una mamma: “Mia figlia ha studiato e ora si ritrova a fare l’assistente familiare per una donna anziana. E io, per permetterle di diventare operatrice socio-sanitaria, adesso la sostituisco, quando va a scuola. Ma lei ha già preso un diploma, dove sono andati a finire i nostri sacrifici?”.

Qual è il rapporto di questi genitori con la scuola?

Sabaudin: C’è chi dice che qui la scuola è buona, altri che è troppo veloce, perché pretende che il figlio di una famiglia straniera si dia da fare subito, altri ancora vorrebbero che i programmi fossero più cosmopoliti. A Verona alcuni genitori albanesi mandano i figli a terminare gli studi in Inghilterra; è un’élite molto minoritaria, famiglie che hanno avuto una forte ascesa sociale o successi professionali. Abbiamo verificato che più i genitori riescono a farsi strada, più i figli riusciranno, perché hanno un esempio positivo. C’è un detto albanese secondo cui “il figlio è lo specchio della famiglia”. C’è anche da dire che molti genitori stranieri non sanno a chi rivolgersi quando capiscono che la scuola chiede loro una collaborazione. Nei sistemi scolastici di alcuni paesi di provenienza si va a scuola in college residenziali, in località lontane, per cui non sono richiesti un impegno come nel nostro sistema scolastico. A questo spesso i genitori stranieri si sentono impreparati e si rivolgono alle istituzioni per cercare qualcuno che aiuti i figli a fare i compiti; a Verona i centri diurni sono le uniche possibilità gratuite. Il problema è come ci arrivano: si entra infatti attraverso gli assistenti sociali, e così si “patologizza” la differenza culturale. Per gli educatori dei servizi sociali e gli assistenti, il problema, sembra solo la diversità culturale, quando invece potrebbe esserci semplicemente un disagio abitativo o economico, o una famiglia monoparentale a seguito di una separazione.

Cosa succede se arriva una bocciatura?

Sabaudin: Nella comunità albanese, i genitori arrivati qui e che fanno di tutto per migliorare vivono male la retrocessione sociale. Per i figli è diverso: loro vorrebbero annullare le differenze anche in questo, somigliando ai compagni, anche nel modo di vestire, proprio per nascondere i lavori umili dei genitori (che magari indossano scarpe da 5 euro e ne comprano da 80 ai figli). Comunque, quando succede, può capitare che la famiglia si vergogni di andare a scuola e chiedere perché il figlio è stato bocciato. Bisogna chiedersi chi è il professore per il genitore straniero. In paesi come la Romania o l’Albania, gli insegnanti sono figure che, dal punto di vista sociale, della retribuzione, del riconoscimento, hanno un certo prestigio, cosa che nel contesto italiano non esiste più. Per l’Albania parliamo comunque di un paese che si è alfabetizzato in due decenni, dove la formazione era una priorità, anche se si trattava di formazione di regime. Insomma, sono genitori che alla scuola ci tengono.

Il potere della comunicazione

Modesti: A volte è come se i genitori facessero un’operazione di autocensura nell’avviare una relazione con la scuola. Per diversi motivi: “Non parlo bene la lingua”, “Non riesco neanche a controllare mio figlio, non so cosa faccia a casa”, “Finisce che non capirò neanche il linguaggio che i professori useranno con me”. Una delle signore intervistate mi diceva che alcune sue amiche, nel timore di non capire, non vanno a scuola. A volte è proprio perché rispettano il lavoro della scuola e non vogliono metterci il naso, perché si fidano. La scuola, volendo, potrebbe far qualcosa. È chiaro che se in un pomeriggio devo vedere trenta genitori, fatico a dedicare mezz’ora a un solo genitore che riesce a malapena a capirmi. Ci dovrebbe essere un’altra figura che affianca l’insegnante, il famoso mediatore. Ma col passare degli anni il campo della mediazione si sta riducendo, è stagnante, tende a scomparire. Da parte dei ragazzi c’è anche un gioco di falsificazione: dato che un genitore straniero non è come quello italiano che sa come funziona il sistema scolastico, evitano di dar loro delle informazioni.

Sabaudin: Il genitore migrante ha il potere all’interno della famiglia, ma il figlio ha il potere della comunicazione. C’è la collisione dei cosiddetti poteri. Quando è il figlio che fa da mediatore, chissà cosa può dire al genitore, magari che va bene anche se non è vero.

Modesti: Alcuni genitori sicuramente non si fanno vivi a scuola anche perché manca il tempo materiale: spesso lavorano tutto il giorno e allora bisogna cercarli, chiamare, riprovare, fissare un appuntamento. Ci vorrebbe una flessibilità che spesso la scuola non permette. Ovviamente dipende anche dalla disponibilità personale degli insegnanti, c’è chi chiama il sabato mattina anche se è il suo giorno libero e chi no. È chiaro che se le procedure sono standard alla fine funzionano solo col genitore standard, quello italiano. Ma c’è anche chi si attiva perché ha le competenze, è impegnato a livello associativo, nel centro culturale islamico o in associazioni nazionali e quindi si interfaccia con la scuola con una certa padronanza. C’è chi ha imparato, col tempo; magari ha fatto degli errori col primo figlio, ma non ne fa più col secondo. Ma a volte non basta imparare. Ricordo una mamma marocchina separata che lamentava una costante diffidenza da parte degli insegnanti: “Per quanto io faccia per essere riconosciuta dalla scuola, devo sempre battere i piedi per essere ascoltata”. C’è un problema di riconoscimento del valore della parola, del sapere, del ruolo del genitore straniero in alcuni contesti.

Gli studenti stranieri da chi si fanno aiutare se hanno difficoltà?

Massimo: Ci sono due tipi di risorse, formali e informali. Le informali sono quelle che i genitori trovano: i vicini di casa, i figli di amici; qui dipende molto dalla disponibilità che trovano e dalla cosiddetta integrazione diffusa; a scuola, in classe, possiamo fare una bellissima integrazione - quando ci riusciamo - ma poi fuori? Le risorse formali sono i doposcuola, i gruppi di studio che possono essere organizzati dal privato sociale o dalla scuola stessa. Sono a macchia di leopardo, perché dipendono sempre dalla disponibilità delle scuole, del dirigente.

Dopo la terza media c’è un problema?

Sabaudin: Nelle interviste che ho fatto, non solo con genitori albanesi, ho riscontrato che la scuola tende a orientare verso gli istituti professionali. Considerando che stiamo parlando di un’immigrazione mossa prevalentemente da questioni economiche, dato che la scuola professionale permette al figlio di contribuire al mantenimento della famiglia, si orientano le famiglie in questo senso, anche perché più la famiglia straniera è integrata, economicamente stabile, meno problemi creerà anche alla società. Comunque i genitori migranti hanno accesso alle informazioni sugli indirizzi scolastici più da conoscenti, parenti e amici che dalla scuola; c’è una specie di diffidenza verso la scuola quando si tratta delle scelte future. Anche perché le iniziative proposte per l’orientamento in terza media, gli incontri con le scuole oppure le giornate cosiddette di “Scuola aperta”, vengono organizzate con modalità e in orari, che non vanno bene, oppure con un linguaggio tecnico, e comunque al fondo resta forte un pregiudizio, per cui di solito gli alunni stranieri vengono indirizzati verso i Centri di formazione professionale. Non a caso, le famiglie che hanno altre ambizioni li mandano all”estero.