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“I dream”

Un’autobiografia danzata

Intenso, irriverente, iconoclasta, inimitabile (nonché a tratti indimenticabile) “I dream”, il primo e forse ultimo assolo di Michele Abbondanza, degno coronamento di una carriera ormai più che trentennale, di cui la coreografia mette in luce le molteplici sfaccettature. Per nulla scontata, anche se immancabilmente autoreferenziale, questa sorta di biografia danzata coinvolge il pubblico fin dai suoi primi capitoli, tramite un racconto sincero e coinvolgente che intreccia parole, immagini e passi in un crescendo di visioni caleidoscopiche.

“I dream”

Dopo un esordio fin troppo serio e riflessivo, Abbondanza indossa una tutina aderente rossa e una parrucca bionda ed ecco che la sua verve autoironica e trasformista esplode sul palcoscenico in una scoppiettante danza sulle note di “I will survive”. Da Gloria Gaynor agli Skiantos di “Largo all’avanguardia”, gli anni giovanili passano veloci tra imitazioni e provocazioni, per arrivare al fondamentale incontro con le maestre, in primis Carolyn Carlson, la cui ombra aleggia sullo sfondo rosso porpora della scenografia in una solenne e riconoscente citazione.

Dopo un intermezzo comico in cui il coreografo sale in cattedra nei panni di una svampita conferenziera intenta ad approfondire in lingua inglese la differenza fra arte e concetto, con tanto di power point esplicativo, l’atmosfera si fa nuovamente rarefatta quando l’interprete veste i panni scuri della compagna/alter ego Antonella Bertoni, evocata attraverso il brano di un suo intenso assolo. A lei probabilmente è dedicata anche la nostalgica canzone d’amore “Carte da decifrare”, magistralmente eseguita dal vivo, in cui l’interprete - facendo suoi i versi di Fossati - si scusa di non aver avuto il tempo di imparare. E così, fra struggenti citazioni, energiche improvvisazioni e ricordi lontani (un video in bianco e nero mostra quelli che forse sono i primi passi di danza di Abbondanza), lo spettacolo volge rapidamente al termine, in un turbinio di quadri che si alternano senza soluzione di continuità ma seguendo il flusso inconsapevole dell’inconscio, che attraverso la memoria del corpo riporta a galla momenti passati per mescolarli con la presente e per certi versi ingombrante figura del coreografo in scena che, con l’aiuto di pochissimi espedienti, passa attraverso una sorprendente serie di mutazioni, da scintillante starlette a inerte burattino. Dalla luce e dal colore psichedelico dei primi istanti si passa al buio nebuloso di un finale cupo e profetico, in cui Abbondanza decreta la sua futura sopravvivenza attraverso il passaggio di testimone a un manichino-sosia che impersona il danzatore da giovane ma, allo stesso tempo, anche gli altri giovani, quelli che impareranno da lui scegliendo di seguirne e tramandarne i passi, in una sorta di testamento coreutico, affinché il sogno non si interrompa mai.