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Santa macelleria

La notizia è tale che, malgrado tutto, vogliamo parlarne. Anche se esce dal consueto ambito locale di questa rubrica. Anche se non è recentissima. E anche se rientra in una tematica che abbiamo trattato ripetutamente; lo confessiamo, in modo quasi maniacale, un po’ come abbiamo fatto per le avventure di Giacomo Bezzi.

Don Pino Puglisi

Di culto delle reliquie, di espianti dai santi corpi e di tournées degli stessi abbiamo parlato nel 1995, quando papa Wojtyla venne a Trento e gli regalarono delle vertebre di un antico vescovo; nel 2003, quando il Duomo di Trento arricchì la sua collezione con un ossicino di Madre Paolina del Cuore di Gesù Agonizzante; nel 2008, quando altri ossicini, appartenuti a Santa Elisabetta di Turingia, transitarono in città, così come, cinque anni dopo, una goccia di sangue di Giovanni Paolo II, e nel 2014 la salma di S. Giovanni Bosco (in realtà pare che di suo ci fosse solo un braccio, il resto era una statua di cera).

Il materialismo insito in queste antiche forme di devozione è orribile; ma, detto questo, almeno i santi fatti oggetto di queste morbose attenzioni invasive erano personaggi decisamente “vintage”, o quanto meno di tendenze tradizionaliste, sicché è lecito pensare che non si sarebbero scandalizzati per siffatte manomissioni.

Tutt’altra storia è quella raccontata, il 19 febbraio, sul “Venerdì” di “Repubblica” da Piero Melati, riguardante don Pino Puglisi, il sacerdote siciliano ucciso nel 1993 dalla mafia per il suo impegno nell’educare i giovani alla legalità, a scuola come sulla strada. Don Puglisi è stato – diciamo meritatamente – beatificato a vent’anni dalla morte, e a quel punto – racconta il fratello Francesco – “ci hanno detto che le sue reliquie erano richieste da tutto il mondo. Ho obiettato che si trattava di un’usanza barbara: - Cosa farete, taglierete a pezzetti mio fratello e ve lo venderete?- Allora si sono limitati. Ma qualche pezzetto lo hanno prelevato. Hanno tagliato le costole. Allora mio fratello maggiore è intervenuto: -Adesso basta!”.

Ma ormai alcuni bocconi – per quanto modesti - erano stati prelevati e a quel punto è potuto cominciare il consueto viavai dai sedicenti intenti pastorali. Oggi quelle reliquie – racconta un testimone – “vengono mandate in giro per le parrocchie... I bambini vanno a vederle solo per curiosità, le donne le toccano con i fazzoletti di carta e poi li baciano come fossero stati beatificati a loro volta, i fazzolettini di carta marca Tempo... Queste sono usanze medievali”.

Ma soprattutto, prima di mettere le mani in pasta, non era il caso di domandarsi se il povero don Puglisi avrebbe gradito la cosa?

E mentre queste orripilanti forme di omaggio si traducono in una anodina istituzionalizzazione del prete-martire, quanto da lui costruito va degradandosi fra successori quanto meno non all’altezza, affarismi e mancanza di trasparenza, come documentato ampiamente dall’articolo del “Venerdì”.

Vorrei solo che mio fratello non fosse morto per niente” – conclude sconsolato Francesco Puglisi.