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Emmanuel Pahud

Un mito del flauto un po’ sfuocato

“Emmanuel Pahud”

Nella sfavillante stagione concertistica della Filarmonica di Trento questo era uno di quei concerti che davvero non si possono perdere; e infatti la sala era gremita per sentire Emmanuel Pahud, classe 1970, enfant prodige diventato primo flauto dei Berliner (ruolo che tutt’ora ricopre) a soli 22 anni, cui ha sempre affiancato un’ininterrotta carriera solistica con le orchestre più prestigiose al mondo. È l’idolo di generazioni di flautisti, ispirati dall’eleganza adamantina del suono, dalla padronanza tecnica prodigiosa e dalla sensibilità interpretativa versatile e al tempo stesso profondamente intensa di questo artista. Al pianoforte, sul palco, Eric Le Sage, con cui Pahud ha condiviso innumerevoli concerti, i primi splendidi album e il progetto con l’ensemble Les Vents Français.

Il programma ricorda una delle opere discografiche tra le più strepitose dei due musicisti, “Paris” (1998), dedicata alla musica francese del Novecento per flauto traverso (e se amate questo strumento non si può non averla).

Il concerto si apre, come quell’album, con una delle opere più riuscite del Novecento flautistico francese, la Sonata di Francis Poulenc, un capolavoro dell’invenzione melodica nel segno della limpidezza e raffinatezza, stemperata dalla spensieratezza di bassi albertini pianistici da café chantant. Pahud ce ne restituisce un’interpretazione senza eccessivi fronzoli, con un impeccabile equilibrio espressivo, tra pathos e compostezza, ma non riusciamo a convincerci e a farci una ragione di quella che è sembrata una certa svagatezza esecutiva e di un suono che sappiamo essere solitamente di un nitore e brillantezza davvero esemplari, ma che qui è invece talvolta sfuocato, con qualche sbavatura di troppo, soprattutto nei pianissimi del registro acuto.

Il cuore del programma sono la Sonata op. 94 di Prokofe’v, densissima nell’eloquenza espressiva dei due strumenti, e una sfolgorante Sonatina di Dutilleux, dove quell’enfasi ed energia che talora ci sono parse strabordanti un po’ in tutto il concerto hanno trovato perfetto compimento.

La Sonata 1 di Fauré lascia spazio infine ad una maggiore serenità e rilassatezza e se ne prolunga l’eco con i due bis (forse un po’ ridondanti) dello stesso autore.

Pahud è un fuoriclasse, uno di quei musicisti che si ricorderanno al pari dei più grandi nomi della musica classica (fate voi, chi vi viene in mente per primo? Beh, ogni nome va bene, Pahud regge comunque il confronto), ma in effetti ci aspettavamo una perfezione in ogni aspetto e in ogni nota che invece ci è parsa mancare.

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