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Cattolici democratici e cattolici “rivoluzionari”

In Italia e in Trentino, l’evoluzione del cattolicesimo progressista, dal Concilio a papa Francesco. È una stagione ormai finita? E con quali lasciti?

Una stagione politica ed ecclesiale è finita. La scomparsa di Pier Giorgio Rauzi può essere letta come il tramonto di un modo di intendere un impegno pubblico che, dagli anni ‘60 in poi, ha caratterizzato quegli esponenti del mondo cattolico più coinvolti nel tentativo non solo di rinnovare l’istituzione Chiesa cattolica, ma anche di imprimere una svolta laica e moderna a un Trentino (e a un’Italia) clericale e conformista.

Questa sensibilità è stata più volte etichettata con varie diciture: cattolici “progressisti”, “conciliari”, “democratici”, cattolici “del dissenso” che magari militavano come indipendenti nel PCI o che appoggiavano le leggi sul divorzio e sull’aborto.

Essi non vedevano interruzione tra l’attività politica e quella di credenti cristiani, convintamente parte di una comunità che trova (o dovrebbe trovare) il suo fondamento esclusivo nella fede. “Tutto è politica”: questo slogan di allora potrebbe valere anche per questi cattolici che si battevano per una netta distinzione tra lo Stato e la Chiesa. E questo slogan ci può far capire quanta acqua è passata sotto i ponti. In 50 anni molte cose sono cambiate.

Conciglio

Le speranze deluse del Concilio

Per analizzare meglio la situazione, è opportuno entrare nei particolari. Il cosiddetto cattolicesimo democratico o sociale è quello che, fin dagli inizi del secolo scorso, ha dato la maggiore spinta propulsiva a una Chiesa arroccata e reazionaria, uscita abbastanza male dal fascismo e dalla guerra. La nuova impostazione, frutto di un impegno tenace quanto ostracizzato dalla gerarchia durante gli anni ‘20 e ‘30, dei vari Dossetti, Lazzati, Montini, La Pira, – fondamentali pure nella fase costituente della Repubblica, ma marginalizzati anche negli anni ‘50 nella Chiesa di Pio XII – trova la sua affermazione col pontificato di Giovanni XXIII e il Concilio Vaticano II.

Papa Paolo VI (1963-1978)

Tutto allora sembrava possibile, benché proprio Montini, divenuto papa Paolo VI, dopo aver gestito brillantemente la chiusura del Concilio, imponeva una brusca frenata, interpretata da alcuni, forse con poca generosità verso il tormentato papa, come una marcia indietro o un vero e proprio tradimento della svolta conciliare. Questa improvvisa sterzata si concretizzava simbolicamente, ma non solo, nell’enciclica “Humanae Vitae”, con la quale si chiudeva del tutto ai metodi contraccettivi, sancendo quell’abisso tra la dottrina ufficiale e le scelte personali e collettive dei credenti mai più colmato.

I cattolici democratici assunsero una posizione di attesa, ma sostanzialmente non presero, nella grande maggioranza, le distanze da Paolo VI appoggiando la campagna del sì al referendum contro il divorzio del 1974. La stagione riformista era però già al crepuscolo, nella Chiesa ma anche in politica: nel 1978 le Brigate Rosse uccisero l’esponente di punta di questi cattolici, Aldo Moro; la DC versò (poche) lacrime di coccodrillo; il papa, amico personale di Moro, ormai malato, moriva in un torrido agosto con l’oltraggio della pubblicazione delle foto dell’imbalsamazione del cadavere; al soglio di Pietro, dopo la parentesi del mite Giovanni Paolo I, arrivava il “giovane” ed energico Karol Wojtyla, non certo un progressista.

Anche con Giovanni Paolo II però i cattolici democratici non scelsero una via di rottura, all’insegna di un riformismo in grado di dare buoni frutti in alcuni campi, come quello del rapporto con le altre religioni, in particolare con gli ebrei. In altri ambiti invece dovettero battere in ritirata davanti alla morale super intransigente del papa polacco, al suo interventismo in politica, all’idea di una riscossa cattolica nella società, alla fobia di ogni dialogo con gli onnipresenti “comunisti”, al puntare su movimenti integralisti tipo CL o Opus Dei.

Un’altra strada presero invece i cattolici più “rivoluzionari”, descritti fin da subito come sessantottini, quinte colonne del comunismo, eretici, sovversivi, mangiapreti. Nei primi anni dopo il Concilio molti preti scelsero di ritornare semplici cristiani, cittadini critici: in Italia appoggiarono le leggi su divorzio e aborto, in Sudamerica i movimenti di sinistra contro le dittature. In un certo senso tuttavia gli anni ‘70 segnarono anche per loro la fine, come era finita nel terrorismo e nella restaurazione (dorotea e wojtyliana) ogni fiamma di cambiamento. Giovanni Paolo II fu violentissimo nella battaglia contro questi cattolici. Nessun margine di compromesso, pochissime dispense per la riduzione dei preti allo stato laicale, terra bruciata intorno. L’esito finale per l’Italia fu il trionfo dell’impostazione del cardinal Ruini, a sua volta naufragata e distrutta dall’incedere inesorabile della secolarizzazione. Ma questa è storia recente.

La scena trentina

Alessandro Maria Gottardi, vescovo di Trento dal 1963 al 1987

In un certo modo anche in Trentino possiamo registrare uno scenario analogo. Al centro di quegli anni si staglia la figura dell’arcivescovo Alessandro Maria Gottardi, veneziano, che tenne le redini della diocesi per il periodo cruciale che va dal 1963 al 1987. Gottardi fu nominato poco dopo l’apertura del Concilio e dovette affrontare direttamente la contestazione studentesca anche di matrice cattolica (ricordiamo il contro-quaresimale di Paolo Sorbi, l’attività di Marco Boato, ma pure il fatto che Renato Curcio e Mara Cagol si trovavano con il loro gruppo al convento dei francescani…).

Colto e pragmatico, esponente di una Chiesa prudente e conciliare, Gottardi seppe districarsi bene – meglio rispetto ad altri suoi confratelli – anche all’uscita dal clero di alcuni preti come appunto Rauzi. Appoggiò completamente mons. Igino Rogger sulla vicenda Simonino, tollerò figure come don Dante Clauser. Certo non si può dire che l’arcivescovo avesse in mente una Chiesa “povera”: soprannominato “il Doge” dagli stessi preti, durante la sua guida la finanziaria della diocesi, con al comando Bruno Kessler, divenne una potenza economica di primo ordine con partecipazioni, azioni, immobili e grande, grandissimo potere.

Giovanni Sartori, vescovo di Trento dal 1987 al '98

Anche in questo contesto vale forse la distinzione tra cattolici democratici “riformisti” e cattolici più intransigenti e rivoluzionari. I primi si trovarono molto bene con Gottardi, i secondi entrarono in un rapporto dialettico con lui. Ci pensò il suo successore, il reazionario Sartori, a mettere d’accordo tutti, nel senso che la sua impostazione era così fuori tempo da creare un fronte comune di resistenza. Sartori fece sicuramente danni (ricordiamo la defenestrazione di don Cristelli dalla guida di Vita Trentina) e bloccò qualsiasi istanza riformatrice (ricordiamo il “sogno” dell’allora vicario don Visintainer di creare una facoltà di teologia “laica” come avviene nel mondo tedesco); tuttavia la sua fu una parentesi chiusa in fretta.

I “riformisti” si ritrovarono così nel gruppo del Margine (con Paolo Ghezzi, Silvano Zucal, Michele Nicoletti, Alberto Conci e più avanti Emanuele Curzel), che aveva come figura di riferimento don Marcello Farina, prete certamente scomodo e tenuto in ogni modo isolato, ma comunque mai barricadero. Questo gruppo di cattolici democratici, come del resto avvenuto in Italia, non ha mai attaccato frontalmente certe scelte della stagione di Giovanni Paolo II, pur resistendo in attesa di tempi migliori.

I “rivoluzionari” si trovarono nel gruppo dell’Invito, capitanato appunto da Rauzi e Silvano Bert (ne parliamo più diffusamente a parte), mentre un profeta incendiario come Alex Zanotelli continuava la sua missione lontano dal Trentino.

Arrivando agli anni recenti, quando le ideologie si erano assopite, la diocesi non subì grandi scossoni sotto la guida di Luigi Bressan, la cui impostazione molto democristiana (ne abbiamo parlato in un recente numero di QT) ha lasciato la diocesi praticamente immobile. Mentre a livello nazionale l’ultimo esponente del cattolicesimo democratico o “adulto”, Romano Prodi, si schiantava contro il muro Ratzinger/Ruini (vedi legge sulle unioni civili), il Trentino rimaneva quieto e la Chiesa locale mantenne il suo profilo sociale e aperto. Certamente il gruppo di Rauzi e Bert, animatore della Comunità di San Francesco Saverio guidata da padre Giorgio Butterini, rimaneva una spina nel fianco dell’istituzione ecclesiale, ponendo sotto i riflettori di volta in volta la questione della liturgia, il ruolo delle donne, la laicità dello Stato, la democrazia nella Chiesa, la moschea e in ultimo tutte le diatribe sul matrimonio e sulla famiglia.

Papa Francesco

Papa Francesco

Oggi si può fare un bilancio di questa impostazione? Questi “rivoluzionari” volevano troppo? Speravano troppo? Si ritrovano nel nuovo corso di Papa Francesco? Oppure tutto è davvero cambiato? Cosa resta di questo cammino?

Oggi il cattolicesimo democratico in politica è rappresentato da Matteo Renzi. Basterebbe questo per capire quanto siamo lontani da pochi anni fa. E infatti, proprio Renzi, cattolico perché ha fatto il boy scout, riesce a far approvare una legge sulle coppie di fatto, ma pure a varare una riforma costituzionale invisa proprio a quel mondo cattolico erede dei padri costituenti.

La Chiesa di papa Francesco non è però figlia di questa sensibilità cattolica. Bergoglio si è fatto portatore di istanze inedite, più gesuite e francescane che conciliari. Forse i gesti lo fanno assomigliare a Giovanni XXIII e anche il tentativo di riforma della Curia lo avvicina ad alcune istanze del Vaticano II. Ma Francesco sembra non avere predecessori a cui riferirsi, davvero sembra venuto “dalla fine del mondo”. Bergoglio ha capito che molte battaglie contro la secolarizzazione dei costumi sono perse in partenza: per questo sta lontano dalla politica. Non è un teologo, ma un pastore. Per far recuperare credibilità alla Chiesa batte e ribatte sulla povertà, sulla misericordia, sulla semplicità, sul dialogo diretto con tutti. I suoi detrattori lo chiamano “populista”, addirittura “peronista”. Comunque Francesco è riuscito a invertire la rotta rispetto a una Chiesa colpita da gravissimi scandali interni e percepita all’esterno come un’entità troppo spesso avulsa dalla vita e dalla storia, lontana dagli ideali evangelici.

Era questo che volevano sia i riformisti che i rivoluzionari? Non saprei dire. Francesco ha optato per non aggiornare la “dottrina” sui temi più dibattuti: tutto rimane come prima, ma tutto viene reso non solo più appetibile, ma anche meno drastico, all’insegna della misericordia appunto. L’impostazione di Bergoglio però rischia di durare il tempo del suo pontificato, mentre le dimissioni di Ratzinger sono entrate nella storia cambiando radicalmente lo status della figura del papa.

Francesco sembra aver accettato la modernità. Il Concilio su molti punti aveva effettuato un vero rinnovamento, anche dottrinale (benché i suoi intenti fossero solamente pastorali): l’introduzione delle lingue volgari nella liturgia, l’accettazione della libertà di coscienza, il rapporto con gli altri cristiani, la relazione con le altre religioni e altri cambiamenti, decisivi dal punto di vista teologico, ma che sono troppo complessi per essere esaminati in questa sede. Tuttavia il Concilio aveva fallito nella speranza che questo cambiamento fermasse “l’apostasia” delle masse, cioè il progressivo allontanamento dalla religione. Il processo di secolarizzazione ha accelerato e le battaglie campali di Giovanni Paolo II sono state perse. Come è stato vano il tentativo tradizionalista di Benedetto XVI.

I cattolici “del dissenso” lo avevano preventivato. Ma la loro battaglia ha avuto successo? Nei numeri no di certo, perché i loro figli e i loro nipoti sono sempre più lontani dalla Chiesa. La scelta religiosa è diventata più matura, più libera e consapevole? Probabilmente sì, ma è stato frutto della lotta interna alla comunità ecclesiale? Oppure è stata spinta dalle circostanze storiche, dalla scienza, dall’individualismo? Francesco è un prodotto della loro impostazione? Credo che sia impossibile dare un giudizio storico. Ugualmente, però, qualcosa in meglio è cambiato.