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Dal Mozambico: siccità e guerra

Andrea Facchetti
Noi tre

Ndalusa, poche capanne sparse a 30 km dal grande Zambesi. Dovrebbe essere la stagione delle piogge. Invece la savana infuocata è lo specchio preso in mano dal sole. L’acqua ha deciso di voltare le spalle alla legge gravitazionale ed è rimasta lassù. Altre leggi, invece, ha violato chi ha sventrato la foresta lì accanto. Terra desolata di erba secca, pietre, sabbia e ceppi di alberi secolari amputati a livello del suolo.

Ndalusa. Ci arrivo un venerdì di marzo e ci rimango fino a domenica. Le famiglie giungono a piedi o in bicicletta. Mamme, papà, bambini, giovani. Portano il sorriso sulla bocca, i neonati dietro la schiena, la farina per la nshima avvolta in un panno sopra la testa, la capra o la gallina per il pranzo della domenica. Hanno costruito una capanna di tronchi, paglia e fango essiccato tutta per me. Sobria e confortevole. Come altezza ci siamo abbastanza: inclinando il capo, ci sto perfettamente. Il problema è la lunghezza: di notte i piedi devono dormire fuori dalla porta.

Ho iniziato l’anno nuovo a Chemba. Ci sono arrivato due giorni prima. Chemba, terra rialzata, appoggiata sulla riva destra del fiume Zambesi. Chemba, che nonostante sia villaggio di capanne, è pure Distretto, perché in mezzo alla savana dovrà pure esserci un Distretto. Chemba, che in questi tre anni, ha visto gli effetti radiosi del progresso. Ora c’è anche un container metallico con la scritta “banca”. Dove le capre sono più degli umani, non circolano grandi capitali. Ma almeno i funzionari pubblici evitano di percorrere più di 100 km di strada sterrata in moto per andare a ritirare lo stipendio nell’altra banca più vicina.

Potrei dilungarmi a scrivere di Chemba, ma preferisco raccontare della nostra casa. Che ha quattro porte.

Prima porta: la parrocchia

Di prima mattina, quando si apre la porta dell’ingresso principale, si vede il sole alzarsi dalle montagne che, dall’altro lato del fiume, fanno da confine col Malawi. È la porta che si apre per accogliere gli ospiti. I più arrivano in bicicletta o in moto dalle 76 comunità che compongono la parrocchia di Chemba. La più distante è a più di 100 km. Le strade sono tutte sterrate, ma non sono tanto male: i camion dei cinesi carichi di legname da qualche parte devono pur passare.

Xavier, La chiesetta della comunità

Quando fu creata nel1947, la parrocchia di Chemba ripeteva il modello delle antiche missioni: chiesa, scuola e ospedale. Il vescovo del tempo, un portoghese illuminato, consigliava saggiamente di costruire le missioni un po’ distanti dal centro abitato, in modo che la popolazione non identificasse il potere coloniale con la Parola del Vangelo. Poi, nel ‘75, l’indipendenza, la nazionalizzazione e la guerra, protrattasi fino al ‘92. Quando i primi Saveriani arrivarono a Chemba nel ‘98, c’erano solo macerie.

Due fine settimana ogni tre vado nelle comunità. Parto il venerdì e torno la domenica. L’ospite è accolto con reverenza. La capanna, la tarimba (una sorta di letto rialzato fatto di canne), il menù a base di polenta e carne di capra anche a colazione, l’acqua per lavarsi. A Chigonda c’è anche il bagno, costruito con rami e sterpaglie. Senza porta. “Signor padre, non si preoccupi, l’entrata è sul lato dove non passa nessuno”. Così mi dicono al principio di una notte senza luna. La mattina seguente, all’alba, prendo atto che invece è proprio sul lato della strada. “Va bene così”, cantava Vasco.

Il venerdì cominciamo con la formazione dei catechisti. In zone dove andiamo due sole volte all’anno, sono loro che tengono in piedi la comunità. Molti sono poligami. D’altronde, in alcune comunità, il Vangelo è stato preso in mano per la prima volta cinque anni fa.

Il sabato, abbiamo deciso di dedicarlo alla divulgazione della “Legge della Foresta”. A Charre l’avevamo studiata e ne avevamo tradotto in lingua Chisena alcuni articoli assieme ad alcuni membri di “Giustizia e Pace”. A Chemba, a gennaio, abbiamo terminato una buona sintesi assieme a due catechisti. È il punto di partenza per il lavoro nelle comunità. Siamo in ritardo di almeno dieci anni. È da allora che le imprese cinesi han cominciato a sventrare le foreste. Il Distretto di Chemba si colloca ai primi posti per taglio illegale di legname pregiato. Di ebano, pau-ferro, chanfuta, panga-panga, sandalo e misano è rimasto ben poco. La “Legge della Foresta” fu approvata dal parlamento nel 1999 quando il fenomeno del saccheggio delle foreste era agli albori. I due decreti ministeriali del 2002 e del 2005 vanno nella stessa linea di diminuzione del danno, restringendo le specie di alberi che possono essere tagliati, fissandone le dimensioni, cercando di coinvolgere la comunità locale nel processo decisionale, destinando un 20% della tassa pagata allo Stato a progetti di sviluppo sociale a beneficio della stessa comunità e un 15% per il rimboschimento. Tutto sommato, buone leggi. Purtroppo, totalmente disattese.

La corruzione, da relazione illecita giocata sottobanco tra l’élite politica della Frelimo e il capitale straniero, col passare degli anni, è divenuta metastasi endemica capace di raggiungere la capanna più lontana. Non è più necessario che i cinesi si scomodino percorrendo 500 km da Beira fino a qui per abbattere alberi. Sono gli stessi capi villaggio che si sono trasformati in piccoli imprenditori del taglio illegale di legname pregiato. Bastano alcune motoseghe e un trattore. Altri imprenditori, che al posto del trattore dispongono di qualche tir, che hanno già pagato tangenti al Distretto, alla Provincia e alla polizia di transito e che per fare tutto ciò non possono non essere legati all’onnivoro partito-stato Frelimo, fanno giungere direttamente il legname fino al porto di Beira, dove viene venduto ai cinesi.

La manodopera è locale. Molti lavoratori non hanno mai preso in mano una motosega fino a prima. Sottopagati e inesperti, alcuni muoiono schiacciati dai tronchi. Le famiglie ignorano di avere diritto a un indennizzo, come ignorano la possibilità di intraprendere una causa legale contro il datore di lavoro. Ricevono un denaro da niente per tenere chiusa la bocca. A Chigonda, a Xavier e a Chadeca i capi villaggio hanno venduto gli alberi secolari dei rispettivi cimiteri riuscendo a riempire un tir ciascuno. “Saranno gli spiriti degli antenati a maledirli” dice la gente. Prima che gli spiriti li maledicano, però, hanno già intascato 25.000 meticais ciascuno. Circa 500 euro, che qui non è poco. Davanti al dio denaro, si perde la ragione e l’umanità, si è all’improvviso affetti da amnesia delle proprie radici, cade l’oblio sul culto degli antenati, si smarrisce il legame viscerale con la terra. Davanti al dio denaro, si barattano e si sventrano foreste secolari. E, assieme alle foreste, si barattano e si sventrano le vite dei poveri.

Seconda porta: la scuola

Alla sera, dopo cena, c’è ancora il movimento degli studenti del corso serale. Ci studiano in 800 suddivisi in tre turni. Molti vengono dai villaggi distanti e si costruiscono una capanna dove vivono durante l’anno scolastico, che comincia a febbraio e termina a novembre.

In Mozambico esistono due livelli di scuola: primario (dalla prima alla settima) e secondario (dall’ottava alla dodicesima). La nostra è una scuola secondaria e ha cominciato a funzionare nel 2002, tre anni dopo l’arrivo dei primi Saveriani a Chemba. Giuridicamente è una scuola comunitaria, riconosciuta dallo Stato. Allo Stato spetta la direzione, a noi spetta l’amministrazione. Questo significa che i professori sono pagati dallo Stato, mentre la manutenzione tocca a noi: strutture, materiale formativo, computer, banchi, gessi. La carta igienica no, qui non si usa.

Chemba, La biblioteca della scuola

Come amministratori possiamo intervenire nel progetto educativo. Parola grossa. Per farla breve significa, ad esempio, che per essere promossi non si deve pagare una capra (o l’equivalente in denaro) al professore, come invece è prassi nella maggior parte delle scuole. L’anno scorso è stata ultimata la costruzione della biblioteca. I libri arrivano poco alla volta. Ma è già un piccolo gioiello in mezzo alla savana.

Il lunedì mattina faccio lezione alle due classi di decima. Lezione di etica. Quasi gratis, tanto per essere etici. Ho pensato di impostare il corso sulla “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”. Sto terminando il primo trimestre, ma sono ancora all’introduzione, che ho intitolato: “Poche parole chiave per aprire molte porte”. Fino ad ora abbiamo visto “società”, “cultura”, “politica”, “economia”, “persona”, “ideologia”, “fede”. Le parole sono alberi. Ne abbiamo cercato le radici sui libri, nella storia e nella prassi della vita quotidiana: il villaggio, la sua gente, le capre, la terra, la tradizione degli antenati, le disuguaglianze, la guerra qui a poche decine di chilometri. Per imparare a stare nel mondo da persone con la schiena dritta e la testa alta, cominciamo a diventare signori delle parole.

Terza porta: gli studenti e la loro casa

Non conto le volte che bussano alla porta di fianco alla finestra della mia stanza mentre sono al computer. Una volta è Antonio per informarmi che Dezanove ha la diarrea. Un’altra è Chatdenza per avvisarmi che sta finendo la legna per il fuoco della cucina. Un’altra è Abibo che ha finito la lezione e chiede il pallone. Un’altra è Abel per consegnarmi le chiavi della biblioteca. L’ultima volta è una signora del villaggio vicino che viene a reclamare perché i ragazzi hanno ammazzato il suo maiale dopo averlo scambiato per il nostro. Colpa di Ezequiel (al quale avevo detto di ammazzare il maiale per il loro pranzo di domani) oppure colpa del maiale fuggitivo del villaggio accanto?

A battere alla terza porta di casa nostra sono i ragazzi dell’internato, la struttura che accoglie gli studenti provenienti dai villaggi distanti e che qui sono accolti durante l’anno scolastico. Una buona alternativa alla capanna. Quest’anno sono 70 ragazzi nell’internato maschile e 20 ragazze in quello femminile. Proviamo a fare del nostro meglio perché oltre a trovare un tetto, un letto e tre pasti decenti al giorno - che qui non sono poca cosa - sia anche un luogo dove si cresce assieme.

Quando mi è stato chiesto di seguire i ragazzi dell’internato, mi sono fatto spedire dai miei genitori tutti i libri di don Milani che avevo a casa. Buona e sana fonte di ispirazione anche in terra africana. Nel tempo del lavoro pomeridiano, in questo ultimo mese, abbiamo preparato la terra per l’orto. Tutti a zappare. Anche io. La settimana scorsa abbiamo seminato. Speriamo bene.

Per ultima, dietro casa, ad occidente, dove ogni sera puntuale alle 6 o giù di lì, si assiste all’incanto del sole che scende tirato in basso dalla calamita della notte, c’è la porta dove passiamo noi. Dal Congo, dal Messico e dall’Italia. Tre, abbastanza giovani e con tanta voglia di fare. Enrique, il più vecchio con quarant’anni di vita, alza il peso medio della comunità coi suoi 120 chili. Dalla porta ad occidente ci rientriamo ogni sera.

La fame e la guerra

Qualche temporale alla fine di marzo, non è bastato a impedire che questo sia un anno di siccità e di fame. Il mais, più volte seminato tra dicembre e febbraio, è totalmente seccato. Ora si spera col sorgo. Con poche speranze, perché la prossima pioggia, se va bene, arriverà a novembre. Soffrire per la siccità a due passi da uno dei più grandi fiumi del mondo: paradossi africani. Ma anche paradossi globali.

Non va per il verso giusto anche la tensione politico-militare. Se non è precipitata la pioggia, è infatti precipitata la guerra. È guerra, ormai, nelle zone di Gorongosa, Manica e Morrumbala. Circoscritta a queste aree di foresta e boscaglia, ma ugualmente violenta. Il governo ha cercato fino all’ultimo di occultare. Ma non si possono nascondere i feriti che arrivano a decine nell’ospedale di Beira e il grido delle madri che piangono i figli mandati a sparare in mezzo alla foresta e seppelliti in fosse comuni. Nelle città e nei villaggi sono uccisi o rapiti i responsabili dell’opposizione. Il mese scorso a Sena, a 40 km da qui, una sera hanno rapito e ucciso tre militanti della Renamo. Mentre in un villaggio nel distretto di Caia, a un centinaio di km. da Chemba, soldati governativi, non avendo trovato in casa un leader della Renamo, gli hanno ammazzato due figli, tagliando loro le gambe col machete. Si è creata una strategia della tensione per la quale la gente ha paura solo a parlarne. La parola “guerra” è tabù, perché evoca il milione di morti della guerra civile che si voleva dimenticare con gli accordi di pace del ‘92.

Ma ci sono porte che faticano a chiudersi. Così, 24 anni dopo, la Frelimo, per farla finita con la Renamo, sta ammazzando un paese.