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Povera scuola!

Giovanna Giugni

Chissà quando e chi farà chiarezza nell’intricato panorama della scuola in Trentino. Sulla pelle dei nostri studenti si sono realizzate riforme volte ad annacquarne la preparazione e a favorire i privati: gli istituti professionali, che, complice la crisi, hanno visto in tutta Italia un aumento delle iscrizioni, sono stati privatizzati, l’ammissione all’esame di Stato avviene con parametri diversi (e più blandi) rispetto al resto del Paese, i debiti formativi (le insufficienze maturate nelle varie discipline) non devono essere recuperate e le promozioni avvengono quasi in automatico, anche con tre voti negativi, magari in materie fondamentali per il corso di studi frequentato.

In più occasioni i vari assessori all’istruzione hanno rivendicato una competenza primaria sull’istruzione: una competenza sempre smentita dalla Corte Costituzionale.

Lo dimostrano, ad esempio, le recenti vicende relative alla “buona scuola” renziana. Ecco, ovviamente anche in Trentino, l’alternanza scuola-lavoro per gli studenti, arrivata però in ritardo rispetto al resto d’Italia, con tutta la confusione organizzativa che ne è derivata, così come giunse inesorabile, pur se in ritardo, il voto di condotta considerato nella media scolastica e arriverà (ancora in ritardo) il concorso per assumere nuovi docenti.

La presunta e millantata competenza esclusiva sulla scuola penalizza anche i docenti, i quali non hanno ricevuto gli scatti di anzianità che altrove sono stati riconosciuti e non hanno avuto i 500 euro per aggiornamento e attività culturali. In compenso è stata loro offerta la possibilità (con uno scarso consenso informato) di accedere ad un fondo sanitario privato, che mina le fondamenta della sanità come bene comune e crea un’ulteriore, costosa struttura parallela.

La scuola e i docenti sono trattati come burattini da un potere autonomistico autoreferenziale, che curiosamente nega il valore di ogni altra autonomia.

Io sono una professoressa all’antica, che crede nell’impegno e nella responsabilità. Quando uno studente di scuola superiore, magari alla vigilia dell’esame di Stato, ignora il significato delle parole di uso comune, è incapace di usare un congiuntivo o una preposizione, esplora con perplessità la carta geografica d’Italia nella ricerca disperata (e vana) di una regione, mi sento smarrita. E preoccupata.

Mi auguro i politici che guardano alla scuola come ad un semplice serbatoio di voti, accarezzando le velleità esterofile proprie e di molti genitori, non debbano un giorno trovarsi ad avere a che fare con un medico che deve ricorrere a Google per sapere che cosa vuole dire “fonendoscopio” o con un avvocato che confidi, per la decisione di una causa che li coinvolge, nel favore della giuria.

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