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Tecnologia ambientale pasticciata

Cembra: la storia di un impianto teoricamente all’avanguardia, che sta diventando per un piccolo Comune un peso ingombrante

Il futuro sarà delle nuove tecnologie ambientali, non ci sono dubbi: anzitutto per far sopravvivere il pianeta, ma anche, più banalmente, per convenienze economiche, che oggi sono rafforzate da contributi governativi tesi a indirizzare correttamente, verso una sostenibilità effettiva, i nuovi impianti.

Cembra, l’impianto di cogenerazione inutilizzato.

Non è semplice però orizzontarsi all’interno delle novità tecnologiche da una parte, e delle normative dall’altra. Per cui, se si pasticcia, si creano danni; e in ogni caso si buttano al vento risorse ingenti. Per questo motivo il caso del cogeneratore di Cembra ci sembra emblematico di come il mix nuove tecnologie da una parte, e un’amministrazione approssimativa dall’altra, portino a risultati opposti a quelli attesi.

È una vicenda che si trascina da anni: ancora nell’amministrazione di Cembra del 2005-10 si ragionava attorno a un impianto di teleriscaldamento a biomassa per gli uffici comunali e gli impianti sportivi, allo scopo di abbassare i costi utilizzando un prodotto locale, il cippato (legno ridotto in scaglie) ricavato da tronchi e ramaglie dei boschi del luogo. Nel 2010 la nuova sindaca Antonietta Nardin cambiava radicalmente il progetto mutando non solo la localizzazione, ma la finalità, ora implementata: non più o non solo teleriscaldamento, ma cogenerazione a biomassa, l’obiettivo principale diventava quindi la produzione di energia elettrica.

Lo schema è il seguente: il cippato, attraverso un reattore che lavora ad alte temperature e in assenza di ossigeno (pirolisi), viene convertito in gas (singas), poi convogliato in turbine generanti energia elettrica; e il calore prodotto dal circuito di raffreddamento viene a sua volta utilizzato come teleriscaldamento.

Nell’impianto cembrano (il più grande in Trentino) sono tre i reattori, che producono in totale 300 Kwh. Per funzionare correttamente devono farlo 24 ore su 24. È lì il vantaggio economico: con un funzionamento durante 7.000 ore annue (cioè 10 mesi, negli altri due si effettuano manutenzioni) si genera un introito per il Comune di 450.000 euro. Questa la teoria.

La pratica si rivela un’altra cosa. Anzitutto la progettazione, strategicamente, non tiene conto di un dato fondamentale. L’impianto, per legge, deve raggiungere, tra energia elettrica e termica prodotta, un’efficienza di almeno il 70% (altrimenti, che ecosostenibilità sarebbe?), per cui la parte termica, cioè il teleriscaldamento, è essenziale. Solo che, se in inverno c’è richiesta di calore, in estate il calore non si sa come smaltirlo; il Comune aveva ipotizzato una terza ditta che d’estate utilizzasse il calore per essiccare il cippato. Però d’estate non c’è mercato di cippato secco, e lo stoccaggio, causa l’infiammabilità per autocombustione, è problematico; così la ditta non la si è ancora trovata, né in futuro ci sono grandi prospettive. Comunque per i primi due anni il Comune ha ottenuto la deroga a non raggiungere il 70%, e a dissipare il calore prodotto: intanto si può quindi andare avanti, anche se chiaramente l’impianto ha una lacuna progettuale di fondo.

Poi ci sono i difetti pratici. Il primo è che il cippato dev’essere di ottima qualità, di pezzatura omogenea, con pochissimi residui (niente cortecce, resine, ecc) “Insomma – ci dice Damiano Zanotelli, dal 9 maggio sindaco del nuovo Comune di Cembra-Lisignago – il cippato non può essere quello della nostra montagna. E, secondo le regole per i finanziamenti, dev’essere prodotto entro 70 km, il che rende difficile trovarne a prezzi vantaggiosi. E poi ci sono le polveri e i fumi a ridosso di un’area residenziale”.

Ma il guaio grosso viene dall’affidamento dei lavori a una ditta - la Pyro-max – “alle prime armi, nata pochi mesi prima, con due soli soci, e 10.000 euro di capitale sociale. Ha sede ad Arco, dove però non c’è alcuna attività; – prosegue il sindaco - in realtà viene dal bresciano, e quando si era ancora in fase di progettazione vantava un impianto a Desenzano che era stato visitato dal Comune: non era funzionante ma in manutenzione, e i tecnici comunali – era il 2013 - avevano stilato una relazione in cui esprimevano fortissimi dubbi”.

Perché poi l’amministrazione Nardin avesse intrapreso quella strada molto all’avanguardia – la cogenerazione attraverso pirolisi - affidandosi a una piccola ditta di cui i propri tecnici non apparivano convinti, è un mistero.

Cembra, l’impianto di cogenerazione inutilizzato: uno dei condotti, con un nido di uccelli.

Sta di fatto che a marzo 2015 l’impianto risultava finito, ma il collaudo veniva fissato per dicembre, ben nove mesi dopo, il che è un’altra anomalia. Ma il collaudatore ing. Dellaiti non poteva verificarne la funzionalità, in quanto su tre reattori uno solo era funzionante, e utilizzava peraltro un filtro diverso da quello autorizzato. Risultato: l’ing. Dellaiti non rilasciava il collaudo.

Si arrivava così al 31 dicembre 2015, quando alla sindaca Nardin subentrava il commissario dott. Barbara Lorenzi, che doveva accompagnare il Comune nel processo di fusione per dar luogo al nuovo Comune Cembra-Lisignago. Lorenzi intimava alla Pyro-max di completare i lavori, facendo funzionare tutti i reattori.

Intanto in campagna elettorale il tema più caldo era proprio l’impianto. O meglio, la lista civica della sindaca uscente Nardin (Upt) l’impianto non lo menzionava proprio, mentre la lista concorrente invece, anch’essa civica, con a capo Zanotelli (Pd), presentava tre punti programmatici dei quali uno era proprio il cogeneratore, su cui batteva e ribatteva. Così Zanotelli vinceva, ereditando il problema.

Il fatto è che l’impianto è costato 2,5 milioni già pagati dal Comune quasi per intero (mancano 50-60.000 euro) utilizzando un finanziamento provinciale di 800.000 euro, un mutuo di 900.000 e un cofinanziamento di 500.000 dalla ditta.

Il business plan prevedeva poi il seguente bilancio. 450.000 euro di entrata dall’energia prodotta; e uscite per 120.000 di costi della conduzione e manutenzione effettuate dalla Pyro-max, 130.000 per l’acquisto del cippato, 100.000 di rata mutuo, e il resto (100.000 per 5 anni) alla Pyro-max per coprire l’anticipo. Uno schema per cui per i primi 5 anni il Comune guadagnava il riscaldamento gratis, e con il sesto anno anche i 100.000 euro prima versati alla Pyro-max.

Questa però è ancora teoria. In realtà il cippato rischia di costare di più. Il calore prodotto in estate non viene utilizzato ponendo l’impianto fuori norma. E soprattutto l’impianto non funziona. In pratica per riscaldare gli uffici comunali è stata utilizzata una caldaia di supporto, che è un normale impianto a biomassa con teleriscaldamento, pensato solo per emergenze o per sopperire ai picchi di richiesta. E anche la manutenzione di questa caldaia non è stata ottimale, secondo il Comune, che lamenta anche come il controllo sulle emissioni abbia dovuto farlo in prima persona al posto della ditta.

Sì, perché oltre alle perplessità di fondo (prima di tutto non siamo in filiera, il cippato viene da altrove, produciamo calore che dobbiamo dissipare) – lamenta il sindaco - c’ è il fatto che l’impianto non sembra all’altezza, tutto sembra improvvisato. L’altro ieri abbiamo fatto un sopralluogo con l’ufficio tecnico e siamo rimasti disorientati. Ora, dopo il non-collaudo, stiamo aspettando che la ditta ottemperi ai suoi doveri; ma di certo i rapporti ditta-Comune si sono incrinati, non c’è dialogo. A questo punto dobbiamo chiarire i problemi sia tecnici che legali, perché l’impegno finanziario per un piccolo comune è stato e tuttora è notevole; far funzionare l’impianto è un nostro preciso impegno, anche se ci rendiamo conto che non sarà facile”.

I rapporti con la Pyro-max sembrano in effetti incancreniti. Al commissario che richiedeva l’ultimazione dell’impianto, la ditta rispondeva chiedendo il pagamento delle spese per la conduzione del riscaldamento e la manutenzione dell’impianto. “Ma un ente pubblico non può pagare la manutenzione di un impianto che non ha mai funzionato!” ci dice la dott.ssa Lorenzi.

La versione della ditta è un’altra: “L’impianto non può funzionare – sostiene il responsabile ing. Roberto Mazzolini - perché manca l’utenza privata per assorbire il calore estivo, utenza che il Comune doveva individuare, e senza di essa non ci può essere l’autorizzazione al funzionamento. Dal punto di vista tecnico, però, e ci tengo a sottolinearlo, l’impianto è stato terminato, in tutti tre i reattori, ed è stato messo in funzione, per richieste varie del Comune, una quindicina di volte. Ma è un impianto che deve funzionare in continuo, il risultato di questi stop and go è che le cartucce ceramiche dei filtri si sono usurate. Noi abbiamo individuato dei nuovi filtri, più resistenti, e ne abbiamo montato uno su un reattore”.

A questo punto, nella versione di Mazzolini, interviene il mancato pagamento: “Noi abbiamo comunque fatto funzionare il teleriscaldamento. Ed effettuato la manutenzione, che va garantita su tutte le opere, indipendentemente dal fatto che siano in funzione o meno, per tutta una serie di motivi, giuridici e di sicurezza, ed è ovviamente a carico nostro, ma deve essere pagata dal Comune. Che però si rifiuta. Per questo non abbiamo montato i filtri sugli altri due reattori. Non appena ci riconoscono quanto dovuto, noi montiamo i filtri, vecchi o nuovi, decidano loro”. Si è quindi in una situazione di stallo. Con gli uccellini che intanto – vedi foto – hanno fatto un nido nelle tubature inutilizzate.

Nel frattempo si muove la magistratura. È stata aperta un’inchiesta, sia sull’appalto che sulla conduzione delle opere, la Guardia di Finanza ha sequestrato tutto il materiale e ha interrogato più volte il personale tecnico comunale.

A parte i risvolti giudiziari, evidentemente c’è qualche problema nella gestione della tecnologia innovativa.

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