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“Verticalissimo”

Lo spirito geometrico di Jürgen Knubben. Castel Pergine, fino al 6 novembre.

Più che uno scultore, pare sia arrivato quest’anno un architetto, a dialogare con le mura e i dintorni del castello di Pergine. Jürgen Knubben, nato nel 1955 a Rottweil, nella regione di Stoccarda, è però un costruttore di architetture improbabili – si è detto anche “utopiche”- slegate cioè da qualsiasi destinazione pratica.

Realizzate tutte e solo in lamina di ferro lasciata al naturale processo di ossidazione, le opere, alcune delle quali realizzate apposta per questa situazione, si presentano come un confronto con la verticalità (“Verticalissimo” è il titolo della mostra, aperta fino al prossimo 6 novembre). Questo confronto possiamo trovarlo nell’andamento di scale che non portano da nessuna parte (ma, essendo in coppia, hanno andamenti che convergono e si riflettono).

Può essere nella silhouette smilza e appuntita di case prive di porte e finestre, che si sorreggono l’una con l’altra. Oppure può prendere una strada più “astratta”, quella di piramidi, obelischi e colonne, in genere costituiti da moduli sovrapposti.

Proprio il tema della colonna è quello che Knubben ama di più frequentare, e bisogna dire che è impossibile, osservando alcune sue variazioni sul tema, non andare con la memoria al capolavoro di Brancusi, “Colonna senza fine”, realizzato nel 1918. Può darsi che sia una citazione voluta, ma la strada dell’artista tedesco va in direzione diversa dallo spirito archetipico e visionario di quel maestro delle avanguardie del primo Novecento.

La ricerca di Knubben ha un evidente ancoraggio alla cultura razionalista e astrattista, lo spirito geometrico è sempre all’opera per intravvedere la struttura “numerica” del mondo reale, ma sfugge al rischio di un freddo esercizio sulle forme grazie all’introduzione di elementi di disturbo, slittamenti e diseguaglianze. A questo punto, più che di verticalità, bisognerebbe in certi casi parlare di equilibri precari, come accade in certe costruzioni infantili che sono fatte apposta per essere una sfida alla forza di gravità e alla statica.

Un certo aspetto ludico diventa palese, nel senso di gioco con le forme e controforme, lì dove le colonne sono più d’una, con inversioni e convergenze di profili scalinati che fanno talvolta venire in mente la pratica dell’origami. Ma una sua propensione a dare una lettura divertita di certe forme basiche come la casa o la torre la troviamo anche in alcune opere dentro il castello, dove le linee convenzionali flettono e i volumi si afflosciano.

La poetica di questo scultore ha una deliberata ambiguità, come ha osservato Giorgio Bonomi qualche anno fa: “La sua visione del mondo non è assolutistica, anzi vuole rappresentare l’impossibilità per l’uomo di avere certezze assolute, per cui gli ‘edifici’ appaiono ‘forti’ e ‘deboli’, ‘dritti’ e ‘storti’, lo stesso materiale, il ferro, è duro e pesante eppure facilmente malleabile e molle”.

All’interno del castello, viene anche meglio svelata la genesi della linea di pensiero di Knubben, lì dove egli si misura con certi capolavori del passato, cogliendone l’intima architettura, come accade con la “Venere” del Botticelli, e soprattutto con il famoso mezzobusto della regina d’Egitto Nefertiti: qui lo scultore non si accontenta di ricavarne la matrice schematica e fonderla in ferro, ma compie un’ironica moltiplicazione di repliche.

Non serve aggiungere che dietro ricerche di questo tipo fanno capolino domande che hanno da sempre impegnato i filosofi.