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“Trento Filmfestival 2016”

Sette film

“Meru”, documentario statunitense di alpinismo di Jimmy Chin, Elizabeth e Chai Vasarhelyi, è la dimostrazione di quanto banale e retorico sarebbe il Trento Film Festival se si limitasse a raccontare le ascensioni. Ben realizzato, sincero, realistico, ma è sempre la stessa storia: degli alpinisti cercano di conquistare la vetta impossibile, inviolata, mitica di turno. In questo caso la “pinna di squalo” del monte Meru, nell’Himalaya indiano. E non ci riescono. Anni dopo ci riprovano e ce la fanno. Ma va’! Bravi. Naturalmente lasciano mogli, figli, rischiano la pelle, spendono un sacco di soldi, si filmano nell’impresa. Ovviamente non sanno spiegare perché lo fanno, qual è la motivazione: sono cose che riguardano la magia della sfida con se stessi e l’avventura… Insomma una serie di scemenze che si possono tradurre in orgoglio, esibizionismo, adrenalina. Li capisco, li provo anch’io quando scendo in neve fresca dal Mugon dalla cima del Bondone. Devo proprio farci sopra un film.

“On the Rim of the Sky”

Per fortuna ci sono poi opere come “On the Rim of the Sky” della regista cinese Hongjie Xu, che probabilmente gli alpinisti schiferanno ma gli appassionati di cinema e mondi diversi, con l’aggravante di essere pure insegnanti, hanno sicuramente amato. Nel villaggio di Gulu, abbarbicato sui monti della provincia cinese del Sichuan, vive una minuscola comunità. No elettricità, no confort, no modernità, esiste solo una scuola elementare e un unico maestro, Shen, che vi lavora come supplente da più di 26 anni. Gli spazi, i materiali, la didattica sono semplici e arretrati, ma dimensionati alla povera realtà locale e la scuola è comunque centro di conoscenza, socialità, identità, dove il maestro ha un ruolo importante e riconosciuto. Un giorno arriva Bao Tangtao, giovane maestro volontario. Ai suoi occhi il villaggio di Gulu è un piccolo angolo di utopia e decide di fermarsi e di dare una mano al maestro Shen. Come un virus alieno nella comunità, pur con buone intenzioni, Bao porta dei cambiamenti che finiscono per stravolgere proprio quel mondo utopico, quella scuola e comunità. Frutto di un lavoro durato diversi anni, il film passa dalla forma del documentario puro (il paesaggio è oggettivamente straordinario), a quella di docufiction, per concludersi come chiara metafora critica della Cina. Se il maestro Shen è rappresentante di un mondo fermo ed arcaico, Bao lo è di quella Cina e di quei cinesi che da sempre (vedi le guardie rosse) si credono, solo per il fatto di essere giovani, nel diritto di una modernità, che poi spesso risulta ottusa, invasiva distruttrice. Bao è un giovane moderno con miti occidentali nella testa, individualismo e idealismi (viaggiare, essere diversi, scoprire… non a caso si fa chiamare Don Quixote) assorbiti e sposati senza nessuna considerazione critica e comprensione del contesto in cui vive e dei potenziali danni che possono provocare. È la Cina, baby, e non ci si può fare nulla. Almeno fino al prossimo “grande balzo”, che speriamo indietro.

“Ghost mountaineer” del regista estone Urmas Eero Liiv è un film di fiction che racconta la spedizione di alcuni giovani estoni nelle Alpi siberiane alla fine degli anni ’80. L’avventura diventa drammatica e il contesto, un villaggio isolato della Siberia, nella fase di passaggio del crollo dell’Unione Sovietica, si trasforma in uno spazio da paranoia pseudo-horror. Il film, confessione catartica del suo autore, girato in parte sulle montagne della Val di Fassa, si lascia vedere, ma interessa più per il contesto storico che per quello geografico o per le vicende.

"La montagna sacra"

Grande merito del festival è quello di aver proposto in pellicola “La montagna sacra” di Alejandro Jodorowsky, film, prodotto e realizzato in Messico nel 1973 e pretestuosamente inserito nella sezione “Destinazione Chile”, per l’origine del suo autore. Pietra miliare dell’underground e cult movie assoluto, il film, a distanza di 43 anni, rappresenta ancora un’esperienza psichedelica straordinaria, delirante, surreale ed ironica incredibilmente atemporale: nessuno mai farà più un film del genere che regge tutto il mito che lo circonda.

Da appassionato sciatore ho visto anche “Streif – One Hell of a Ride” di Gerald Salmina. Documentario di propaganda turistica austriaca che esalta la Streif, la pista della discesa libera di Hahnenkamm a Kitzbühel. Immagini enfatiche, colonna sonora pompatissima per supereroi che rischiano la ghirba. Alla fine c’è stato l’incontro con Peter Fill, vincitore dell’edizione di quest’anno, così come della coppa del Mondo della discesa libera. Va detto che è stata la cosa più interessante della serata, perché il personaggio è simpatico, intelligente, ironico e spontaneo in dosi giuste e ha offerto un’immagine di supercampione molto umana e sincera.

Anche in Svizzera sono capaci di farsi del male. “Andermatt global Village” di Leonidas Bieri ci racconta di un piccolo paese montano preservato dal turismo per ragione geografico/politiche, che recentemente ha accettato le grandi speculazioni del magnate egiziano Samih Sawiris. Alla radicale trasformazione del paesaggio oggi si associa lo smarrimento dei suoi abitanti.

“La montagne magique”

Infine il vincitore della Genziana d’oro “La montagne magique” della polacca Anca Damian, che ha il pregio di essere cinema, non solo documento di natura o d’avventura. Attraverso l’utilizzo di diverse tecniche di animazione e vari materiali viene raccontata la vita di Adam Jacek Winkler, rifugiato polacco a Parigi, fotografo, alpinista e militante politico (antisovietico). La biografia, lungo quasi mezzo secolo del Novecento, è un caleidoscopio di frammenti nella ricerca della libertà e dell’avventura. La parte più interessante è quella che mostra il combattente a fianco delle truppe di Massoud contro l’Unione Sovietica sulle montagne dell’ Afghanistan. Film anomalo, bello e a tratti un po’ indigesto, tanto quanto “Pollo alle prugne” di Vincent Paronnaud e Marjane Satrapi, che molto ricorda.