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Renzi, chi convince?

Mentre scriviamo Matteo Renzi sta intessendo colloqui con Hollande, Merkel ecc, tema l’Europa e la Brexit. Diciamolo francamente: ci piace il nostro Presidente in queste proiezioni internazionali, ci sembra convincente; anche se, dal momento che gli altri poche volte lo ascoltano, forse qualche altra ragione c’è.

La ricerchiamo parlando di politica interna dove invece Renzi ci convince di meno. E convince poco anche gli elettori, vista la fortissima perdita di voti che ha dovuto registrare, dal vicino eppure ormai mitico 41% delle ultime europee.

Sono gli elettori volubili? Così sembrerebbe dai commenti alla sconfitta di Fassino a Torino: “aveva governato bene – hanno scritto in tanti – ma gli elettori volevano il cambiamento”. Cambiamento purchessia quindi; eppure, negli anni della Dc, non si cambiava mai. Mah…

Oppure ci sono stati “errori di comunicazione”? Ma in ogni talk show, in ogni Tg, da oltre un anno appare almeno un renziano a spiegarci le mille meraviglie di un governo dinamico ed operoso. Beh, forse ha nuociuto l’aria supponente, spocchiosa che tutti, dalla Serracchiani al semprecinico Rondolino, hanno messo su: loro hanno capito tutto, perché mai c’è qualche perditempo che li contraddice?

La risposta ci sembra invece diversa: gli italiani, da Renzi, si aspettavano altro, si aspettavano, quello che aveva promesso: “cambiare verso” “rottamazione”. eraParole che volevano dire liberare l’Italia dalle incrostazioni parassitarie, dalle caste che si autoperpetuano nel disinteresse per i risultati conseguiti. Un programma “né di sinistra né di destra” (e quindi di qualità certificata, secondo le idee correnti): quindi attrattivo per tanti, anche perché il parassita non sei mai tu.

Ma anche un programma difficile. E infatti Renzi lo ha attuato per quel tanto che gli ha permesso di arrivare al potere: ha rottamato D’Alema, Bersani, Letta, poi si è fermato. Di De Luca è diventato sodale, e dei tanti cacicchi locali del Pd si è semplicemente disinteressato: bastava che portassero voti; che poi fossero un tappo, una muffa parassita nelle istituzioni, quello non era un problema. Quando poi si è arrivati ai poteri veri, a iniziare dalle banche, si è fatto prudentissimo, e i veti di Alfano, altrimenti spernacchiati, sono diventati insormontabili.

È stata Banca Etruria (al di là delle responsabilità – nulle nei fatti – di Maria Elena Boschi) la cartina di tornasole, il punto di svolta: è parso chiaro che no, all’Italia, Matteo Renzi non intendeva cambiare verso.

E allora gli elettori di destra che alle europee lo avevano votato, si sono disincantati.

Il premier un orizzonte “né di destra né di sinistra” lo aveva comunque in testa. E anche se aveva molto presto arrestato la rottamazione, intendeva perseguirlo, nel miraggio di sostituirsi al declinante Berlusconi. Di qui le polemiche, spesso pretestuose, con i sindacati, la guerra tutta ideologica sull’articolo 18 (quando più volte gli uffici studi di Confindustria avevano dichiarato l’argomento di scarsa rilevanza), la detassazione delle case dei ricchi, le promesse di ulteriori sgravi fiscali sull’Irpef, non sulle imprese (cioè ancora sulla ricchezza, non sul lavoro).

Tutte cose con cui non ha conquistato la destra, ed ha iniziato a perdere la sinistra. Detto in altre parole: non ha aggredito il problema vero delle nostre attuali società, la disuguaglianza, semmai la ha aumentata.

In questo quadro l’enfasi sulla grande novità della “riforma istituzionale” è apparsa fuori centro, una cosa che riguarda solo il mondo della politica. Anche perché rimane sostanzialmente confermata la parte più indigesta del Porcellum: fare nominare i parlamentari dalle segreterie, non votare dagli elettori.

Se a questo aggiungiamo l’obiettiva difficoltà di un tema come l’immigrazione, e la spocchia del potente in cui si è tramutato il fare guascone del giovane rampante, appare chiaro come siano passati in secondo piano diversi meriti – tra cui una serie di razionalizzazioni egualitarie in tema di welfare poco pubblicizzate forse proprio perché egualitarie; e le unioni civili, il cui merito va però condiviso con la Chiesa di Francesco, diventata un po’ meno sessuofobica.

Anche la politica estera, dicevamo all’inizio, è da mettere nel segno più del bilancio di Renzi - e del governo, convincenti sono sia il ministro Paolo Gentiloni che l’alto commissario Federica Mogherini (contro le nostre aspettative, dobbiamo riconoscerlo). Però anche qui manca qualcosa. Lo stesso ingrediente che non c’è nella politica interna: la lotta alla disuguaglianza. Che sarebbe il vero antidoto alla crisi (allargare la platea dei consumatori è la ricetta sempre raccomandata al Festival dell’Economia) e ai populismi. Gli operai e i marginali sedotti dai Salvini o dai Farage, è difficile convincerli dell’illusorietà delle soluzioni degli arruffapopoli con i ragionamenti. Se invece si varasse una seria politica – possibilmente europea – di riequilibrio sociale, sarebbe tutta un’altra cosa.

Di questo ha discusso Renzi con gli interlocutori europei?