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Trento capitale della cultura?

Andreatta lancia la candidatura: il potenziale c’è, ma forse non lo meritiamo fino in fondo.

Joshua De Gennaro

Trento capitale italiana della cultura per il 2018: un’idea che sembra stuzzicare la fantasia dell’assessore Robol e del sindaco Andreatta, tanto da spingerli a formalizzare, in tutta fretta, la candidatura per succedere a Mantova (attuale capitale) e Pistoia (che lo sarà nel 2017).

Trento, Il MUSE

Mettiamo subito le cose in chiaro: sono le otto di sera di una calda domenica di giugno e Trento festeggia il suo patrono, San Vigilio. Dalla finestra aperta della redazione si sente alta (troppo alta, potrebbe lamentarsi qualcuno) suonare un’orchestrina. Sono giorni di festa, di fermento, di strade piene di musica e popolate fin quasi a notte fonda. È ancora recente il ricordo della notte bianca che ha portato in strada migliaia di persone senza lasciare (almeno all’apparenza) alcuno strascico particolare. Sono giorni in cui la città sembra più viva: e sono questi i giorni in cui Trento sembra meritarsi davvero il titolo di capitale della cultura.

La città ha le carte in tavola per poter competere con chiunque: ha già ospitato le Universiadi; ha i suoi festival (dell’economia, del cinema della montagna, più i tanti a Rovereto, Pergine, Dro); ha la sua università (prima in Italia, stando alle recenti classifiche); ha le sue biblioteche e musei di eccellenza; ha un centro storico che trasmette il senso della storia e dell’arte. Ha insomma un grandissimo potenziale. Ad esserne convinto è anche il sindaco, che, nella conferenza stampa di presentazione della candidatura, oltre a ringraziare gli sponsor “importanti e radicati sul territorio” (e ben noti, verrebbe da aggiungere: Isa, Itas, Dolomiti Energia, Fondazione Caritro, esattamente gli stessi dell’operazione alle Albere), ha definito Trento “un’eccellenza della cultura italiana”, ritenendo la candidatura “un’occasione per farsi conoscere ulteriormente”. Senza contare che Trento sarebbe capitale nel 2018, quando si festeggerà il centenario della fine della prima guerra mondiale, ed anche questa potrebbe essere “moneta da spendere” per aggiudicarsi il titolo.

A curare il progetto, che dovrà essere presentato al ministero, sarà una società romana, la PtsConsulting: Andreatta si affretta a precisare che “è una società che non solo ha l’esperienza necessaria in queste occasioni, ma ha anche l’occhio esterno utile a cogliere tutti quegli aspetti che possono valorizzarci”. Il tempo stringe, però: entro fine mese dovranno essere raccolti tutti i dati richiesti dal ministero della Cultura con l’obiettivo di superare la prima scrematura e di entrare nell’elenco (che verrà reso noto entro ottobre) delle dieci finaliste. Entro la fine di gennaio 2017, invece, verrà proclamata la vincitrice.

Però i dubbi, su questa operazione, ci sono, eccome. È difficile capire come una città possa contemporaneamente essere capitale della cultura e respingente verso chi vuole fare musica (e quindi cultura) per strada o nei locali.

A rendere culturalmente fervida una città non sono solo i grandi eventi con i loro ospiti, ma anche i suoi artisti. E compito di una buona amministrazione comunale, soprattutto se intende fregiarsi del titolo di capitale della cultura, dovrebbe essere quello di coltivare (è proprio dal latino coltivare che deriva la parola cultura) questo terreno fertile, fare crescere questi artisti e non mortificarli relegandoli al ruolo di problema da risolvere.

È un problema annoso questo della convivenza tra musica per strada e residenti, mai seriamente affrontato, e proprio per questo sovrapposto e confuso con il conflitto tra residenti da una parte e schiamazzi e ubriachezza dall’altro.

Recentemente, con la delega assegnata all’assessore Roberto Stanchina, le associazioni e le realtà che si occupano di promuovere la cultura sul territorio sembrerebbero quanto meno aver trovato quell’interlocutore unico che era mancato nel dialogo con la pubblica amministrazione; dialogo che era naufragato di fronte a regolamenti strampalati e procedure burocratiche bizantine che hanno portato a divieti incomprensibili, in alcuni casi al limite dello scandalo: vedi il Circolino di piazza Venezia, dove non abita nessuno, o il Bici Grill a Trento Sud, dove sarebbero stati disturbati gli elicotteristi (!). Una serie di provvedimenti così cervellotici, da far pensare che per il Comune la quiete dei cittadini sia solo un pretesto.

Nel suo incontro con gli operatori Stanchina non ha fatto particolari promesse, ma si è detto disponibile al dialogo con tutti, e ha riconosciuto che si potrebbe studiare come il problema è stato felicemente affrontato in città come Mantova e Firenze.

Vedremo.