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Cesare Battisti, il modernizzatore

Le tante, lungimiranti proposte del Cesare Battisti socialista modernizzatore: su ferrovie, centrali idroelettriche, banche, turismo… E l’amarezza per l’immobilismo della borghesia trentina e del governo austriaco.

Una delle immagini più celebri dell’oratoria di Cesare Battisti rappresenta con efficacia una strategia ardua da comunicare, oltre che da realizzare. Il proletariato, nella concezione sua e degli altri dirigenti del socialismo riformista trentino, lotta per affermare i propri diritti, contrapponendosi in questo all’arretrata borghesia locale. Nel contempo si assume il compito di incalzarla perché si modernizzi e contribuisca allo sviluppo del paese.

Ritratto di Cesare Battisti, fotografia di Giuseppe Brunner (1913)

Oggi noi non siamo che propulsori, coadiuvatori di un movimento che gioverà agli altri. Oggi siamo la macchina in coda che spinge il treno della borghesia. Alla borghesia auguriamo la vittoria per metter la nostra macchina in testa e correr rapidi ad altre battaglie, ad altre vittorie che saranno nostre”: così si concludeva un discorso di Battisti sull’autonomia del Trentino e sulla riforma dei Comuni (Levico, 16 giugno 1901). Autonomia del Trentino dal Tirolo, suffragio universale, riforma politica e morale della vita pubblica erano gli obiettivi politici di questa strategia; ma la metafora valeva a maggior ragione per lo sviluppo economico, necessario in sé e indispensabile perché potesse sorgere la società nuova auspicata dai socialisti. “Dove è forte la borghesia (forte nel senso moderno, vale a dire, attiva, industriale, ricca) ivi forte è anche il proletariato; ivi la lotta di classe si semplifica; le organizzazioni operaie assurgono a maggior grandezza e compattezza. Ivi al lavoratore disperso, ramingo, emigrante, si sostituisce la massa di uomini che non pensano più alla ribellione individuale, alla vendetta personale, ma hanno imparato a contarsi e a conoscere la loro forza collettiva”.

È una concezione dichiaratamente ispirata al “Manifesto” di Marx ed Engels quella espressa nell’editoriale del “Popolo” citato nel box sotto. Ma l’interesse per le battaglie economiche che caratterizzò costantemente l’attività di Battisti, e con lui del roveretano Antonio Piscel, era concretissimo, non ideologico. I due principali dirigenti del socialismo trentino svolsero la loro azione in contesti urbani nei quali una vocazione industriale era radicata, anche se con successi di molto inferiori alle ambizioni.

Battisti aveva presente e caro il modello ideale del podestà di Trento Oss Mazzurana; Piscel fu a lungo avversario e insieme collaboratore del podestà di Rovereto Valeriano Malfatti: il programma economico da loro elaborato si collocava in definitiva nel solco tracciato da due grandi amministratori liberali, portatori di visioni lungimiranti del futuro delle città da loro governate. Anche nella loro prospettiva, come in quella dei socialisti, ai municipi era affidata la costruzione e la gestione di centrali idroelettriche che fornissero a coraggiosi progetti di sviluppo le grandi risorse di energia offerte dal territorio. Battisti e Piscel si spesero con tenace impegno in questa direzione, contrastando la tendenza a investimenti troppo cauti per consentire i robusti insediamenti industriali che auspicavano.

Battisti in particolare mise in gioco anche le sue elevate competenze di studioso, nell’aspro dibattito sui progetti contrapposti di centrali sull’Avisio e sul Sarca, contestando le potenzialità del primo attraverso un puntiglioso controllo dei dati tecnici. Le annate 1901 e 1902 del quotidiano socialista dedicarono numerosissimi interventi a questo confronto. Di fronte al rischio di una paralisi del progetto il giovane direttore del “Popolo”, favorevole all’ipotesi poi prevalsa della centrale alle Sarche, propose, inascoltato, di ricorrere allo strumento moderno del referendum, già ampiamente sperimentato in Svizzera.

L’importante era andare oltre le mezze misure e intraprendere strade che portassero oltre l’orizzonte localistico. Agli investimenti idroelettrici si connettevano anche i progetti delle tramvie di Val di Non, di Fiemme e delle Giudicarie, indispensabili per collegare a Trento l’articolato territorio di una provincia ancora in buona parte slegata dalla città. Una battaglia aspra si scatenò sul tracciato della tramvia di Fiemme, che liberali e socialisti avrebbero voluto far partire da Trento attraverso la val di Cembra, mentre da parte governativa (ma anche a Innsbruck e a Bolzano) lo si voleva da Egna, sollevando preoccupazioni di ordine politico-nazionale. Di tanti progetti si realizzò infine solo la Trento-Malé, inaugurata nel 1909 a grande distanza dalle prime rivendicazioni.

Ferrovie e strade adeguate costituivano anche uno dei prerequisiti dello sviluppo dell’”industria del forestiero”, come si preferiva chiamare allora il turismo. Battisti già nel volume “Il Trentino. Saggio di geografia fisica e di antropogeografia” (1898) aveva individuato in questa “industria nuovissima”, “l’unica forse che può redimere il Trentino dalle sue tristi condizioni economiche”.

In coerenza con questa convinzione si impegnò direttamente nella promozione del territorio, contribuendo all’attività della “Società Concorso Forestieri” di cui fu per molti anni segretario. Il supplemento offerto agli abbonati del “Popolo”, “Vita Trentina”, si può considerare tra l’altro una raffinata illustrazione della regione, anche attraverso un uso moderno della fotografia: un formidabile sostegno a una percezione consapevole delle bellezze del Trentino, rilevante anche sul piano della formazione di una mentalità collettiva. L’apporto fornito poi dalle sue guide, dedicate a valli e centri del Trentino, è stato di recente molto valorizzato negli studi sull’immagine turistica del Trentino e meriterà ulteriori approfondimenti.

Il bilancio tracciato da Battisti stesso dei risultati immediati di tanto impegno dei settori più vivi della società trentina non fu consolante. In luogo degli edifici industriali furono le fortificazioni militari a costellare il Trentino, negli anni antecedenti al grande conflitto.

Le nuove strade si costruirono, ma per servire la militarizzazione delle zone che avrebbero dovuto attrarre i turisti. “L’unica grande industria promossa dal Governo fu l’industria delle fortificazioni su cui vissero orde di avventurieri che assoldarono sempre o quasi sempre operai stranieri”, sintetizzava caustico in uno dei suoi discorsi interventisti in Italia. Analoga, e più dettagliata, era stata la sua denuncia in un discorso al Parlamento austriaco del dicembre 1911, nel quale si parlava di “dittatura militare”. Su questi temi esiste ora la monumentale ricerca di Nicola Fontana, “La regione fortezza”, che comprova con amplissima documentazione la fondatezza di questo approccio polemico.

Far risorgere economicamente la patria

Dall'archivio fotografico del Museo Storico di Trento

“Dove trovano terreno propizio i volksbundisti (aderenti al Volksbund, la Lega pantirolesista con tendenze pangermaniste, e più in generale all’associazionismo pangermanistico, n.d.r.)? Di solito dove c’è gente povera, costretta all’emigrazione; dove le finanze comunali sono esauste; dove mancano industrie, commerci. È la miseria la prima, la primissima nemica della nazionalità nostra; i volksbundisti vengono poi. […]

Il male va curato alla radice. Le scuole e gli asili non bastano. Ci vogliono strade, tramvie, industrie, commerci, alberghi. Occorre portare un po’ di vita industriale nelle nostre vallate. Ogni problema economico dovrebbe appassionare di più il nostro pubblico. Le poche iniziative prese per costruire tramvie coi soldi nostri, senza dipendere dal governo sono state salutate con giubilo. Ma occorre perseveranza; occorre riuscir presto. E quanto tempo non si consuma in chiacchiere?

Occorre che il capitale gretto e pauroso esca dalle banche e dalle casse di risparmio che fanno il servizio di forzieri, anziché quello di circolatori del denaro.

[…] E c’è poi da aiutare gli emigranti, coloro cioè che spesso tornano dall’estero infatuati della grande Germania. Questi emigranti partono senza aiuto, senza consigli, senza orientamento. Se riescono a qualche cosa, è tutto per merito proprio, individuale. Quando ritornano in patria, non sentono per essa soverchio affetto. Che cosa ha fatto la borghesia trentina in questo campo? Niente. […] Come si può pretendere dunque dagli emigranti nostri l’affetto alla lingua, alla terra, alle tradizioni nostre, se essi sono dalla borghesia dominante negletti?

Ecco i vasti orizzonti che si aprono a chi voglia mettere una diga al pangermanismo.

Solo con tali criteri lavorando si salverà la lingua, si eleverà la nostra dignità, si farà risorgere economicamente la patria”.

(“Il Popolo”, 7 aprile 1906)