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Dolomiti UNESCO: un progetto ambizioso

I positivi risultati di 5 anni di lavoro che puntano all’eccellenza nel governo del territorio

Entro un mese il commissario UNESCO farà visita alle Dolomiti per verificare il lavoro svolto dalla Fondazione e la concretezza degli impegni assunti nel breve e lungo termine in merito alla conservazione di quel bene naturale.

Catinaccio

Cinque anni fa il commissario aveva elencato una serie di raccomandazioni e indicazioni che la Fondazione doveva assolvere, in particolare costruire un piano di gestione del patrimonio che avrebbe dovuto anche affrontare situazioni critiche come la mobilità e certe incongruenze paesaggistiche di notevole evidenza, come una abnorme rete di impianti che si inserisce in diversi casi anche nel cuore di ambiti delicati.

Non è stato facile il cammino della Fondazione. La Regione Veneto a statuto ordinario, la Regione Autonoma del Friuli Venezia Giulia e le Provincie Autonome di Trento e Bolzano fanno riferimento a normative molto diverse fra loro della gestione del territorio, a leggi diverse. Nessuno dei tre ambiti aveva mai affrontato un dialogo comune su queste tematiche, anzi, all’inizio degli anni 2000 erano in atto più conflitti che condivisioni. Pensiamo alla questione dei confini in Marmolada, o allo svolgimento di referendum nei comuni confinanti che chiedevano l’annessione al Trentino o All’Alto Adige.

Prima del 2009, anno della accettazione delle Dolomiti nella lista dei patrimoni naturali del mondo, prevalevano le diffidenze, le gelosie e nel caso del Sudtirolo una autoreferenzialità che certo non aiutavano il dialogo e quindi il successo di una impresa tanto ambiziosa come quella di giungere ad un piano di gestione condiviso e di alto profilo culturale e sociale. In questo contesto si inserivano anche modalità di lavoro totalmente diverse, perfino - può sembrare un aspetto minimale - nella strutturazione delle cartografie.

Con la visita del commissario nel 2011 l’UNESCO ha creduto in questa scommessa, ha lasciato agli amministratori una lunga lista di impegni e ha fatto delle Dolomiti il progetto pilota internazionale per promuovere beni seriali. Oggi le Dolomiti sono un laboratorio inedito, da proiettare al mondo per tutelare beni per lo più naturali che interesseranno ambiti amministrativi diversi, anche transnazionali.

Non serve sottolineare come le politiche della difesa ambientale o paesaggistica non possono essere ricondotte dentro confini amministrativi e come le scommesse che l’umanità deve affrontare nell’immediato futuro (pensiamo ai cambiamenti climatici in atto o alla conservazione di centinaia di specie di vita) debbono abbattere ogni confine. È riuscita la Fondazione a vincere una scommessa che molti ritenevano impossibile? Sembrerebbe di sì. Vediamo in estrema sintesi come questo è avvenuto.

I quattro pilastri

Lavoro sui sentieri

Nella costruzione della strategia sono stati individuati quattro pilastri: il Patrimonio, l’Esperienza, la Comunità, il Sistema. Obiettivo dell’UNESCO è tutelare i patrimoni mondiali, quindi il primo passaggio al quale rispondere è la conservazione dei valori e la loro riqualificazione qualora deteriorati, attraverso una seria pianificazione e gestione del patrimonio per arrivare anche ad accrescerne la qualità.

L’esperienza è il passaggio che ci porta alla condivisione delle scelte, alla promozione e al sostegno dei progetti, alla messa in rete delle eccellenze (parchi, musei), ad accrescere la cultura dell’ospitalità, a costruire e rendere efficiente una mobilità sostenibile.

Il pilastro della comunità è fondamentale: lo si deve alimentare giornalmente per superare diffidenze ancora presenti, per essere più incisivi nella comunicazione e nella promozione degli eventi, per diffondere conoscenza, promuovere le tante diversità diffuse nei territori, per alimentare a livello economico le filiere corte e strutturare sinergie importanti fra il mondo della cultura ed i settori economici quali l’agro-forestale e il turismo.

Il sistema racchiude tutto questo impegno nel cuore, nella partnership UNESCO. Non tanto per illustrare una banale sommatoria degli impegni delle parti, ma per fare in modo che si manifesti una interazione continua sui territori, perché si diffonda una conoscenza di prossimità, perché si alimenti una diffusione dei saperi. Dentro questo pilastro - è stato ripetuto un po’ ovunque - avrà un ruolo essenziale la formazione diffusa in tutti gli ambiti sociali ed economici.

Ci si chiederà se per fare tutto questo fossero necessari cinque anni. Certo, sono tanti, ma va tenuto presente il punto di partenza: le Dolomiti divise. Perché i pilastri abbiano fondamenta solide si è voluto, fortemente, investire nella partecipazione, arrivata al suo culmine con il percorso di Dolomiti 2040. Undici tappe diffuse in tutte le vallate, decine di tavoli di lavoro dove si sono confrontati amministratori, operatori economici, culturali e ambientalisti.

In quelle sedi sono emersi contraddizioni e conflitti anche netti, che però alla fine hanno permesso il delinearsi di una cornice condivisa che consente di definire come questo territorio debba essere abitato, vissuto, conservato e come possa, o meglio, debba, produrre lavoro e quindi economia.

In questi giorni si sta concludendo l’ultimo passaggio informativo con la presentazione della strategia in Dolomiti Day, con percorsi formativi per amministratori pubblici presso il MUSE, con il coinvolgimento degli ordini professionali. Probabilmente mai in Italia il percorso partecipativo è stato tanto voluto e diffuso, un percorso necessario non solo perché richiesto da UNESCO fin dalla vittoria della candidatura (26 giugno 2009), ma anche per riuscire a costruire una visione condivisa delle scelte proiettate su tempi medio lunghi.

C’è ancora molto da fare

Ci si chiederà: si poteva fare meglio? Senza dubbio. Sono presenti ancora tante debolezze. Non debbono starci gli elicotteri in montagna e invece in Cadore per tutta l’estate si è investito sui voli turistici. Non si vuole l’assalto delle auto alle alte quote e il Veneto non ha nemmeno partecipato al tavolo che doveva discutere della chiusura dei passi dolomiti alle auto private. Non è stata quindi casuale la mediocrità del risultato ottenuto: dieci giorni di chiusura limitati ai due passi delle Provincie Autonome, Sella e Gardena. Non si devono ampliare aree sciabili e Sappada vuole correre verso l’Austria, Bolzano vuole infrangere le Odle, in Trentino si pensa di sbancare Serodoli e la Marmolada.

La debolezza più forte riguarda le amministrazioni comunali. Pochissimi comuni sono diventati soci sostenitori della Fondazione Dolomiti UNESCO, sono una rarità gli amministratori che hanno partecipato ai tanti momenti informativi e costruttivi, e in molti settori non si è ancora compreso (anche all’interno dell’associazionismo ambientalista) che non è la Fondazione che deve fare: la Fondazione è il tavolo dei cittadini delle Dolomiti e di quanti alle Dolomiti vogliono bene. È uno strumento di lavoro. È invece compito di ogni singola persona condividere e assumersi responsabilità nel concretizzare gli obiettivi strategici contenuti nel piano, è il residente che deve mettere in atto le tante azioni lì contenute, è compito degli operatori economici investire ovunque in qualità, è compito del mondo politico avere maggiore coraggio e guardare lontano.

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