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Di nuovo toponomastica, brutto segno

E intanto il bilinguismo nelle scuole è sotto attacco

È tornata la toponomastica. Ogni volta che accade è un segnale cattivo per la convivenza in Sudtirolo. Il presidente Kompatscher ha dato in questo ambito un segnale: l’anno scorso ha celebrato la Giornata dell’Autonomia con una manifestazione a Castel Tirolo in cui ha onorato e ringraziato coloro che si opposero al fascismo e al nazismo. E quest’anno il tema della Giornata era il 70° dell’Accordo Degasperi-Gruber. In un castello, Firmiano/Sigmundskron, dove nel 1957 Magnago lanciò il “Los von Trient”, motivato dalla mancata attuazione dell’Accordo stesso.

La mattina è stata dedicata alla ricostruzione storica, mentre nel pomeriggio si sono incontrati i Ministri degli Esteri di Italia e Austria. Mentre a Castel Tirolo tutti e tre i relatori (delle tre lingue) erano concordi nel considerare decisiva per l’Autonomia l’azione e spesso il sacrificio dei resistenti e hanno aggiunto nuove importanti considerazioni e prove, quest’anno ha avuto luogo un duro scontro fra gli storici austriaci Rolf Steininger e il suo ex allievo Michael Gehler. Steininger ha definito l’Accordo di Parigi la “Magna Charta del Sudtirolo”. Gehler invece lo ha demolito e ha parlato di “fallimento dell’autodeterminazione” e di “autonomia negata”. Il dibattito era tutto fra di loro, un dibattito fra “esperti”, che fa venire i brividi e riporta agli anni Sessanta.

Andrea di Michele ha invitato a guardare avanti e a riconoscere che, nonostante le difficoltà di applicazione, “l’Accordo di Parigi ha rappresentato un oggettivo passo in avanti nella questione sudtirolese, affrontata per la prima volta in una logica di collaborazione e non più di sopraffazione”. Ma l’intenzione di Kompatscher di mettere in scena la vicenda storica da diversi punti di vista gli è sfuggita di mano, per lo squilibrio dei relatori, e perché le sfide fra professori talvolta superano i limiti della realtà.

La Giornata ha dato luogo anche ad un incidente diplomatico. La sottocommissione per il Sudtirolo del Nationalrat, il parlamento di Vienna, ha chiesto con una lettera a Kompatscher le ragioni del mancato invito alla celebrazione dell’anniversario dell’Accordo fra Italia e Austria. Non si conosce la risposta ufficiale, ma si sono sentite scuse tipo: non c’era posto nella sala e c’era già il Ministro degli Esteri. È sfuggito agli organizzatori che nella democratica Austria il parlamento non viene rappresentato da un ministro, e che un accordo internazionale è competenza di tutta la Repubblica e non di un governo. La “ristrettezza” non è degli spazi, ma della mentalità, per cui i rappresentanti eletti non contano e per cui si trattano i diritti in un’ottica di voto di scambio.

In ballo c’è il referendum

Arno Kompatscher

La toponomastica è riemersa da una simile contrattazione: la possibilità di ignorare il principio statutario del bilinguismo fa parte del pacchetto di riforme contrattato dai parlamentari della Svp e del Pd, con il consenso del presidente della giunta, in cambio di una promessa di voto favorevole alla riforma costituzionale del governo nazionale. E mentre la Convenzione discute di secessione, la Commissione dei Sei, quatta quatta, ha preparato una norma che attua l’accordo sulla toponomastica stipulato al tempo del governo Berlusconi fra Durnwalder e l’allora ministro Fitto. Basata sul concetto di “binomismo” (oscuro e inventato ad hoc) al posto di bilinguismo, in realtà significa monolinguismo. Forse non è molto importante, ci siamo esauriti in decenni di discussioni su queste cose, mentre il mondo va avanti. Ma qui no, qui non si va mai avanti. Anzi si fa un brusco passo indietro. Ci sarà una commissione composta da “esperti”, che decideranno su base “scientifica”: una questione prettamente politica viene affidata a sedicenti scienziati, arruolati sui fronti etnici. Coloro che sono avvantaggiati dal fatto di “esserci stati prima” potranno cancellare i nomi di coloro che sono venuti dopo. Quanto tempo prima, lo decide la maggioranza, perché altrimenti i nomi sarebbero tutti ladini.

Per quel che riguarda la contropartita, nessuno dice che la riforma costituzionale sia fatta bene e che porterà vantaggi, anzi si sente dire esplicitamente: la riforma fa schifo, l’Italia sarà meno democratica, più centralista, la legiferazione complicata e confusa, ecc. Ma a noi non importa, perché abbiamo ottenuto nuove competenze, e per noi ci sarà la “clausola di esenzione” dalla “clausola di supremazia”. Grazie a quest’ultima la Camera dei deputati, con una legge, e il Governo, con un decreto legge, potranno, senza limiti, intervenire in qualsiasi materia di competenza legislativa esclusiva delle Regioni “quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica ovvero la tutela dell’interesse nazionale”.

Molti sono i dubbi, ma deputati e presidente della giunta (dopo il referendum sull’aeroporto gli consiglieremmo più cautela) fanno già campagna a spron battuto.

L’avvocato Roland Riz, già deputato e senatore Svp, professore di diritto costituzionale, nonché unico sudtirolese che è stato Presidente della Commissione Affari Costituzionali del parlamento italiano, Obmann della Svp che ha chiuso il “pacchetto”, ha definito la riforma “una catastrofe”. E Sigfried Brugger, anche lui ex-deputato e segretario del partito etnico, ha espresso grande preoccupazione per la mancanza di un ancoraggio internazionale all’accordo contrattato a Roma. In cambio di un sì compatto – che tuttavia per ora non c’è – si strappano nuove competenze, rassicurazioni sui finanziamenti, e la toponomastica, grande passione dei politici che amano il conflitto etnico.

Lo Stato rispetterà la clausola, quando al governo ci sarà una maggioranza meno debole e ricattabile? Perché non dobbiamo preoccuparci né interessarci della riduzione della democrazia nel resto d’Italia? Sono alcune domande dei cittadini.

Una Costituzione (e uno Statuto) si fa e si riforma quando c’è un’idea forte. Ma quali sono le idee forti dei nostri politici? Così forti che non hanno il coraggio di dircele? L’unica idea che farebbe cambiare in meglio lo Statuto è il superamento del separatismo etnico, che fa capo a una visione della nazione ottocentesca e novecentesca. Uno Statuto nuovo dovrebbe andare nella direzione del “plebiscito di ogni giorno”, il consenso attuale a vivere insieme (Ernest Renan), del patriottismo che “si identifica nelle libertà e i diritti civili di tutti i residenti in un territorio” (Maurizio Viroli) e della piena cittadinanza ai mistilingue.

Ma la Svp non condivide la prospettiva di affrontare in modo diverso dal passato temi come l’integrazione dei gruppi linguistici, la toponomastica, la proporzionale, la scuola. O se lo fa, è con l’obiettivo di codificare/consolidare il rovesciamento del potere fra i gruppi etnici, non di investire sulla convivenza. Perfino il bilinguismo nelle scuole è sotto attacco. Si cerca di trasformare la seconda lingua, strumento di conoscenza dell’altro e di incontro, in lingua straniera, al fine di ottenere la certificazione attraverso la terza prova all’esame di maturità. Ma mentre nelle scuole italiane le ore di tedesco continuano ad aumentare, le ore di italiano in quelle tedesche hanno avuto una drastica riduzione. Lo hanno denunciato moltissime insegnanti, di entrambe le scuole.