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Dal Mozambico: la malaria, l’inflazione, la guerra

Andrea Facchetti

A metà agosto è terminato il secondo dei tre trimestri, i ragazzi e le ragazze delle due case di accoglienza sono in famiglia. Un tempo atteso per leggere, studiare, forse anche scrivere un po’. Il lunedì pomeriggio ho un incontro di “Giustizia e Pace” nella comunità di Mponha, a 55 km. Però, a metà mattina, sono terribilmente debole. Forse è colpa del gallo che mi ha svegliato cantando senza sosta fin dalle due del mattino. Provo la febbre: 38°. Lascio l’incontro a padre Enrique e vado all’ospedale. Il test della malaria risulta negativo. “Torni domattina per un test approfondito” - mi dice l’infermiere. Ma la mattina dopo non riesco neppure ad alzarmi. La testa tuona e rimbomba, la febbre è salita e i dolori sono in tutto il corpo. Tengo sempre con me l’antimalarico e comincio subito. Giovedì la cura è terminata. I sintomi della malattia invece persistono.

Il presidente del Mozambico Filipe Nyusi

Venerdì dovrei partire per incontrare quattro comunità. Enrique, prendendo atto che il mio volto è più bianco della maglietta che indosso, si offre per sostituirmi. “Domani starò meglio, andrò io” - affermo con una punta di orgoglio missionario e sabato, all’alba, parto. Sessanta km di savana ridotta a deserto dalla siccità per raggiungere la comunità di Pfumbe. Poca gente, molti se ne sono andati per la carestia. Il pomeriggio riparto e vado nella vicina Kassume. Ceno con polenta di miglio e gallina. Converso con una coppia che ha qualche problema coniugale e verso le dieci mi ritiro nella mia capanna, ma a mezzanotte mi sveglio con le tempie che rimpallano calci al pallone da una parte all’altra. Mi rigiro fino alle 6. Al mattino chiedo scusa alla comunità, dicendo che l’unica cosa che riesco a fare è salire in macchina e tornare a Chemba. Vedendo la mia faccia capiscono al volo.

È domenica e provo ad andare all’ospedale, sapendo che nei giorni festivi c’è l’infermiere di guardia che ha solo le aspirine. Ma l’amico ha pietà di me e chiama il tecnico di laboratorio che mi fa l’esame del sangue. La malaria continua: “Signor padre, stavolta ci vuole il chinino. Due ogni 8 ore, per 7 giorni”.

Fino ad allora, il chinino l’avevo sentito nominare da mia nonna quando, uscendo da bottega, diceva in dialetto viadanese: “Lè car cme al chinëin” (“È caro come il chinino”). Ci voleva l’Africa a farmi sperimentare i suoi mirabili effetti. Fra le tante controindicazioni, il chinino infiamma un nervo del canale uditivo per cui si rimane temporaneamente sordi. Per più di una settimana mi sembrava di stare su un aereo o di avere due bicchieri a tapparmi le orecchie. Come se non bastasse, l’udito fischiava senza sosta.

Poi ci sono i sogni. Come quello che mi vedeva presso la Casa Madre dei Saveriani a Parma. C’era una conferenza e i maestosi corridoi erano affollati di uomini in doppio petto. E io me ne andavo in giro in mutande e ciabatte a cercare disperatamente un bagno che non trovavo. Sogni allucinati indotti dal chinino.

Un paese sul lastrico

Ad agosto ho terminato di comprare il granturco e i fagioli per i primi due trimestri del prossimo anno scolastico, che comincerà a febbraio. Col granturco si cucina una polenta chiamata “nshima”, che assieme ai fagioli è l’alimento principale dei 70 ragazzi e delle 20 ragazze che vivono nelle due case di accoglienza. Questo era il tempo della raccolta: più passano le settimane, più il prezzo è destinato a salire. A dire il vero, il prezzo era già salito rispetto all’anno scorso per la siccità e il conseguente misero raccolto. 20 kg di granturco l’anno scorso si compravano a 200 meticais. Quest’anno a giugno si compravano a 300. Adesso siamo a 450, più del doppio rispetto al 2015. Al mercato di Chemba non si trovava molto granturco: il poco che si produceva era appena sufficiente per l’auto-sussistenza famigliare. Così, per comprare l’altra metà di mais di cui necessitavamo, per tre volte sono dovuto andare a Caia - 200 km fra andata e ritorno - e caricare il Toyota Land Cruiser ogni volta con 12 quintali di granturco. A Chemba la situazione non è facile, molte persone sono a rischio denutrizione nei prossimi mesi. Con la comunità cristiana, abbiamo creato quattro gruppi che regolarmente visitano i quartieri del villaggio, aiutando le persone in difficoltà con riso, granturco e zucchero.

Ma è l’intero paese ad essere sul lastrico. La siccità è solo una delle cause e non certo la principale. Ricchissimo di gas, di carbone, di legname e di pietre preziose, per dieci anni l’economia del Mozambico ha galoppato con una crescita del Pil all’8%. Dati macroeconomici che vanno presi con le pinze, poiché non si sono tradotti in un miglioramento della vita della popolazione, che invece ha visto aumentare di due milioni il numero dei poveri. Poi, negli ultimi mesi, d’improvviso, l’incantesimo si è spezzato. Quando a ottobre 2015 tornavo dalle ferie, un euro valeva 45 meticais. Ora ne vale 80. Assieme alla svalutazione della moneta, il Pil è crollato dall’8% al 2%, mentre è esplosa l’inflazione. Quella dei beni alimentari, ad esempio, ha superato il 50% in un anno. Cosa è successo? Due cause legate tra loro: l’esplosione del debito e la guerra.

Ai miei ragazzi l’ho spiegato così. Un sabato di luglio, sulla lavagna del salone, abbiamo disegnato una tabella. Nelle colonne abbiamo scritto i nomi dei mesi. Nelle righe abbiamo inserito i nomi di alcuni prodotti che fanno parte della nostra vita quotidiana. Dentro abbiamo scritto i prezzi e abbiamo provato a spiegare cosa significa la parola inflazione. Ad esempio: una penna a febbraio costava 5 meticais, adesso ne costa 10. Un fusto di 20 litri di olio costava 950 meticais, adesso costa 1950 meticais. 20 kg di zucchero costavano 850 meticais, adesso ne costano 1200. Il dentifricio costava 30 meticais, adesso ne costa 50. E così via.

Dopo di che abbiamo cercato le cause. I prezzi sono aumentati perché la nostra moneta ha perso valore. E perché ha perso valore? Primo: perché, a livello mondiale, è diminuito il prezzo di alcuni beni che il Mozambico esportava, come il carbone e il gas. Ma, soprattutto, perché il paese si è indebitato. Per fare cosa? Per fare la guerra.

E qui provo a entrare nei dettagli che ho risparmiato ai ragazzi. Ad aprile 2015 il governo annuncia l’acquisto di 30 imbarcazioni da parte di una impresa pubblica. La maggior parte delle suddette imbarcazioni - costruite in Francia - è destinata alla pesca del tonno nel canale del Mozambico, mentre la rimanente serve al pattugliamento anti-pirateria. Costo totale dell’operazione: 850 milioni di dollari. I partiti di opposizione e i pochi organi di informazione fuori sistema criticano l’acquisto come inopportuno e non certo prioritario in un paese dove il 54% della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Inoltre, 850 milioni di dollari sembrano un costo eccessivo per 30 imbarcazioni. Dove stanno andando i soldi?

Nel frattempo comincia a lievitare l’inflazione e il metical si svaluta. Per di più il governo della Frelimo, dopo tre tentativi falliti di ammazzare il leader dell’opposizione, ricomincia la guerriglia con la Renamo. Passano i mesi e arriviamo a marzo 2016, quando viene a galla ciò che molti sospettavano. E per rivelarlo ci sono voluti il Financial Times e il Wall Street Journal, con due articoli relativi a un secondo e a un terzo debito, entrambi tenuti nascosti, contratti da altre due imprese pubbliche mozambicane con banche svizzere e russe, rispettivamente di 632 milioni di dollari e di 535, per imprecisate attività inerenti l’attività marittima. Insomma, un enorme debito non approvato dal Parlamento e quindi nascosto ai cittadini e ai creditori internazionali. In maniera illegale ma soprattutto immorale, se pensiamo che un terzo del bilancio dello Stato proviene da aiuti esterni e che, ad esempio, i costi per la sanità e l’educazione - dagli stipendi di medici, infermieri e professori alle medicine - sono sostenuti interamente da programmi della cooperazione internazionale.

USA, Gran Bretagna, 14 paesi dell’Unione Europea tra cui anche l’Italia, Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale sospendono tutti i prestiti al governo. Il primo ministro è convocato a Washington, mentre le agenzie di rating internazionale classificano come CCC - cioè “spazzatura” - i titoli di stato mozambicani e le azioni delle tre imprese pubbliche che avevano contratto debiti per più di 2 miliardi di dollari. Insomma, vuoi per la responsabilità di una classe politica famelica e disastrosa, vuoi per la speculazione del capitale internazionale, il Mozambico si trova sul baratro dell’insolvenza e della bancarotta.

Il paese si è indebitato per fare la guerra” - dicevo ai miei ragazzi. Che la storia dei milioni di dollari per le navi da pesca non stesse in piedi, s’era capito quasi subito. Allora, dove sono finiti quei soldi? Poco per volta si scopre che dietro le tre imprese pubbliche che hanno contratto il debito ci sono holding che fanno riferimento ai ministeri dell’Interno e della Difesa, all’esercito e ai servizi segreti. Arrivano le prime inchieste giornalistiche che documentano l’acquisto di armamenti sofisticati, mezzi blindati, sistemi di intercettazione telefonica, radar, droni, e che forniscono prove della presenza nel paese di mercenari provenienti dalla Corea del Nord, dalla Cina e dallo Zimbabwe. Il tutto per fare la guerra, appunto.

La chiamano guerra a bassa intensità: si combatte in zone di foresta e scarsamente popolate. Inoltre, rapimenti e omicidi selettivi di membri dell’opposizione contribuiscono a creare una strategia della tensione che genera paura e immobilizza la parte sana della società.

Dopo le elezioni fraudolente di due anni fa, in gioco c’è il controllo politico del paese e la spartizione delle sue immense risorse naturali, finora accaparrate dalla Frelimo e svendute al capitale straniero. Ma le pallottole e i morti di una guerra a bassa intensità non sono diversi dalle pallottole e dai morti di una qualsiasi altra guerra.

L’odore della morte

Ai primi di maggio sono di ritorno da Beira, capoluogo di regione a 500 km da Chemba. La settimana prima la Lusa - agenzia di stampa portoghese - ha pubblicato un articolo relativo alla presenza di fosse comuni su una strada secondaria che interseca la strada nazionale n°1. Quindici cadaveri in stato avanzato di decomposizione sarebbero prossimi alla strada, mentre un’altra fossa comune con oltre 100 cadaveri sarebbe a circa un’ora di cammino su un sentiero che si inoltra nella boscaglia. Il governo smentisce. Convoca il giornalista della Lusa e lo obbliga a ritrattare quanto scritto.

Di solito, in Africa, non si viaggia da soli. “Kufamba awiri ndi mitombwe” (“Viaggiare in due è una medicina”), afferma un proverbio Sena. Stavolta, invece, sono solo, sul Land Cruiser carico di due fusti di gasolio di 200 litri e un quintale di pesce secco. Il tragitto che devo percorrere passa proprio da quel tratto di strada. Per molti chilometri non incontro veicoli. Più avanti, infatti, comincia la scorta militare obbligatoria e i mezzi che provengono in senso contrario partiranno alle quattordici. Arrivo in prossimità dell’incrocio e decido di entrare. Scendo dalla macchina e faccio alcuni passi. Gracchiare di corvi, vento lieve tra l’erba alta e un odore che rimarrà inchiodato nella mia testa per lungo tempo. Ho visto, e per un attimo, ho avuto paura. Ho alzato la testa al cielo. Gli occhi si sono chiusi, mentre la mia mano destra ha disegnato automaticamente, senza intenzione cosciente, un segno di croce. Fino a quel mattino di sole di maggio, la morte non aveva mai attaccato così violentemente il mio senso della vita.