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Il futuro della Regione e dell’Europa

Vincenzo Calì

Paolo Prodi, nel recentissimo libro a due mani con Massimo Cacciari “Occidente senza utopie” (Il Mulino), così termina il saggio in cui si interroga riguardo la possibilità di porre un freno al declino della civiltà occidentale: “Lo storico deve terminare con un punto interrogativo: l’approfondimento va lasciato ai teologi”.

Il fatto che le scienze religiose a Trento non godano di buona salute, come Paolo Ghezzi ha messo in evidenza, e che le scienze storiche vivano una condizione analoga, non lascia ben sperare sul futuro del laboratorio trentino, l’unico che avrebbe potuto dare risposta alle domande del presente. Prodi e Rogger, sotto la guida politicamente illuminata di Bruno Kessler, avevano contribuito a far nascere negli anni ‘70 il centro studi ITC (ora FBK), che intendeva accettare la sfida leonardesca della ricomposizione dei saperi. Sfida persa, con istituti di ricerca anche fisicamente separati, fra pianura e collina (pensiamo cosa sarebbe stata, realizzando il disegno di Kessler, una città dei saperi nell’area industriale dismessa di Piedicastello). Se ISIG e ISR perdono la loro funzione di cerniera fra mondi fisicamente vicini ma intellettualmente lontani, viene meno anche la speranza di mantenere per Trento la vocazione all’autogoverno, storicamente punto di forza delle genti alpine.

Le cerimonie del 5 settembre 2016 a Trento e Bolzano per i 70 anni dell’accordo Degasperi-Gruber hanno messo in evidenza l’esigenza di porre fine a una stagione, quella in cui la potestà autonomistica derivava da concessioni dall’alto (potenze vincitrici, governi italiano ed austriaco, Unione europea) più che da un moto di popolo, manifestatosi solo con l’ adunata dell’ASAR a Trento e della SVP a Castelfirmiano.

Renato Ballardini, autorevole esponente della generazione che ha provveduto a rendere operativo l’impianto autonomistico, afferma oggi (Il Trentino del 7 settembre) che per uscire dalla crisi in atto “la soluzione è in un Europa federale, con un tesoro ed un patrimonio unico, che assorba i debiti dei singoli stati, che li risani con un sistema fiscale equo ed efficiente”.

Può un simile processo prendere forma senza una convinta adesione popolare? È ancora Ballardini che ci rammenta che la madre di tutte le battaglie è quella contro un potere accentrato in poche mani: “Una realtà occulta che va smascherata e che costituisce la vera fonte delle risorse necessarie per risanare i debiti pubblici e per finanziare le iniziative economiche volte a curare un mondo in cui l’enorme ricchezza già esistente sia più equamente distribuita

Ha ancora un senso, in tale contesto, la difesa della specialità autonomistica delle due Provincie di Trento e Bolzano? La risposta è affermativa, in quanto un impianto federale per definizione poggia sulle basi di governi territoriali solidi ed orgogliosi della propria identità. Quella che va costruita, con una paziente opera di coinvolgimento dei meno abbienti, è una realtà di movimento democratico di cui oggi avvertiamo l’assenza. A quanti a vario titolo sono preposti a disegnare il percorso verso il terzo statuto di autonomia di una Regione in cui i gruppi linguistici vivono da separati in casa, il contesto nazionale ed europeo vive forti spinte centralistiche e la crisi economica colpisce i più deboli, i suggerimenti per un ordinamento regionale del rivoluzionario Michael Gaismair, vecchi di cinque secoli, potrebbero ancora dire qualcosa, a cominciare dall’incipit: “Anzitutto dovete promettere e giurare di mettere insieme vita e beni, di non dividervi l’un l’altro, ma di sopportare insieme vantaggi e svantaggi, di agire dopo esservi consultati fra voi.. tutti i privilegi devono essere aboliti… nessuno deve essere avvantaggiato rispetto ad altri”.

Proseguendo nella lettura della Landesordnung di Gaismair, leggiamo che per abbattere i costi si propongono poche comunità territoriali con poteri giurisdizionali. Dati i tempi nuovi (in mezzo millennio molta acqua è passata sotto i ponti dell’Adige), si potrà discutere sull’attualità della proposta di fare di Bressanone la sede del governo e dell’Università del Land e di Trento il luogo in cui organizzare “le arti e i mestieri”, ma non certo sul fatto di entrare nel merito delle questioni che toccano la vita quotidiana.

La storia può venire quindi in aiuto: Merano fu la capitale morale del moto rivoluzionario più significativo dell’età moderna, luogo in cui la dieta contadina si riunì nel 1525 per stendere i 64 articoli considerati dalla storiografia il punto più avanzato sul fronte meridionale della guerra dei contadini.

Oggi, le ragioni dello stare insieme, la molla che mosse allora il popolo, non sono venute meno, sono solo entrate in una scala diversa, quella del contesto globale.

Dopo un 5 settembre da separati in casa (Trento con la Consulta su di un binario morto, Bozen chiusa in un Konvent in stato d’assedio da parte dei gruppi isolazionisti), ci rimane Merano, con l’iniziativa della memoria storica a Castel Tirolo e con l’attualizzazione hoferiana di San Leonardo in Passiria. Partiamo da lì, visto che al declino degli istituti di ricerca trentini (ISIG-ISR) pare non sia possibile porre rimedio, se vogliamo dare vita a un centro studi dall’alto valore simbolico (magari intestato ad Alexander Langer), in cui, assieme, tutti i gruppi linguistici pensino a disegnare gli scenari futuri; nel nome del leader sudtirolese, credo tanti sarebbero disposti ad impegnarsi e a mettere a disposizione il proprio patrimonio documentario, al fine di richiamare in vita la regione dolomitica, istituto principe di una convivenza che, come disse Piero Agostini, non può essere nuovamente “rinviata”, specie in tempi di avventurose modifiche costituzionali.

Se il “Frame” entro cui si vince o si perde in termini di civiltà, come sottolineato da Ballardini, è l’Europa, i popoli devono riappropriarsi della sovranità, non delegandola più a rappresentanze delegittimate; esercitando quella democrazia diretta che sola permetterà la ripresa. La rivoluzione dell’uomo comune renderà possibile ciò che oggi non è in agenda: dare gambe all’utopia.

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