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“Anelante”

La disarmante demenzialità intelligente di Rezza/Mastrella

“Anelante”

Premessa: avendo assistito qualche mese fa a “Fratto X” e cercato di comprendere lo stile originale e unico del binomio Rezza/Mastrella, con “Anelante” ero preparato alla possibilità di non afferrare un senso agli accadimenti scenici. Rezza è un artista anticonvenzionale, spiazzante, che decostruisce la realtà e la ricompone con esiti esilaranti, che nel delirio della performance depauperano lo spettatore di ogni certezza, di ogni tipo di idea, e credenza comunemente accettata. L’occhio esterno, pur nella mancanza di una direzione narrativa e logica, è costretto ad uno sforzo d’attenzione notevole, per non perdere le fila di quel ritmo e di quei meccanismi che spesso inducono ad una spontanea e inconscia risata. Questa sensazione di disarmo è il lascito che più mi è rimasto impresso. Non si esce indenni dagli assurdi e surreali riti carnevaleschi di Rezza/Mastrella.

Come in tutte le produzioni teatrali del duo, gli elementi basilari sono l’habitat creato da Flavia Mastrella e l’onnipresenza vocale e fisica di Rezza. Stavolta il campo di gioco per la voce e il corpo del performer è una costruzione cubista mobile con zebrature bianche, rosse e nere posta al centro della scena, tagliata fuori da un ring delimitato da un filo rosso. La novità più evidente rispetto agli spettacoli storici è che Rezza non è da solo in scena, ma accompagnato da altre 4 presenze. Ivan Bellavista (già impegnato in “Fratto X”), Manolo Muoio, Chiara Perrini ed Enzo Di Norscia si prestano come proiezioni e controfigure dell’artista romano, che rimane il vero demiurgo di ciò che accade sul palco.

Dire di cosa parli “Anelante” è impossibile, oltre che inutile. La geometria, il ricordo di una maestra poco lungimirante che gli negava la recita scolastica (“Tu pensa cosa si è perso il teatro ragazzi”), gli incontri dei potenti del mondo, le teorie di Freud (“È stato fortunato che la gente a un certo punto c’ha sonno”), l’immigrazione, la religione, il sesso, tutto finisce in un unico calderone. Tutti gli argomenti sono trattati in modo inusuale e cinico, a smascherare i paradossi più insanabili e le storture più incrostate delle convenzioni/convinzioni sociali. Per 90’ Rezza, ora da solo ora in scene corali (forse un po’ da asciugare), saltella, si contorce, cambia tono e inflessione alla voce. Soprattutto parla incessantemente, tanto che i pochi momenti in cui tace paiono ancora più inquietanti della loquela senza sbocco. Che sia da leggere come una geniale parodia del parlare a vuoto, finanche sul punto di morte?

Se raccontare lo spettacolo da un punto di vista logico è arduo, è molto più semplice riconoscere l’abilità tecnica dei performers. In una proposta del genere, senza una direzione definita, l’affiatamento tra gli attori è ancora più encomiabile. Ciò emerge soprattutto nei quadri corali di gioco dei corpi, dove meccanismi difficili sembrano facili, tanto sono resi con precisione quasi matematica.

In conclusione, “Anelante” (e la proposta teatrale di Rezza/Mastrella in generale) si può definire un mirabile esempio di demenzialità intelligente. Pare una contraddizione, ma è proprio questa ambiguità a creare quella condizione di disarmo, di accettazione anche degli elementi più forti e sboccati, di cui si diceva. Una provocazione a cui forse il pubblico trentino non è ancora preparato. La data del 23 settembre a Pergine infatti non ha consegnato a Rezza l’ennesimo tutto esaurito. Va dato però merito al Teatro di Pergine di aver voluto come evento d’apertura, quasi in prolungamento con la festa del teatro della settimana precedente, una proposta diversa, spiazzante e graffiante.

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