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“Oriente occidente 2016”

Corpi e confini

Da quelli geografici a quelli extra-terreni, la 36a edizione di “Oriente Occidente” ha indagato la tematica dei confini: confini in divenire percorsi da corpi in movimento, che incontrandosi generano conflitti a tratti insanabili. Si dice assolutamente scettico sulla possibilità di una reale integrazione e di una convivenza pacifica tra popoli Paolo Mieli, che nella conferenza d’apertura al Teatro Zandonai apre il Festival, come di consueto accompagnato da un ciclo di incontri pensati per approfondire i temi sollevati dalle coreografie. E il fatto che l’attraversamento dei confini territoriali s’intrecci fatalmente col travalicare i fragili confini della tolleranza e, nei casi più disperati, della vita stessa, è un triste dato di cronaca.

La passata edizione del festival si concludeva con uno spettacolo incentrato sulla discesa agli “inferi” e in una macabra soluzione di continuità la nuova si è aperta con l’intensa performance diretta da Jan Fabre, dedicata al padre e al senso di angosciosa attesa che accompagna l’ineluttabile fine di ogni essere umano. Fine che tocca anche agli uomini e alle donne illustri, i cui nomi sono echeggiati nella piazza del Mart in una sorte di litania di accompagnamento al tragicomico funerale messo in scena da Marcos Morau, all’interno di una pièce ispirata al genio di Picasso. In chiave nostrana, la coreografa sarda Carla Rizzu ha indagato con misurata ironia una figura leggendaria e arcaica della sua terra: l’accabadora, letteralmente “colei che porta a termine”; e sull’inesorabile cammino che dalla vita porta alla morte si è mossa anche la danzatrice di butoh (“danza delle tenebre” in giapponese) allieva della compianta Carlotta Ikeda.

Rompono con questo tetro fil noir gli altri spettacoli di “Oriente Occidente”, a cominciare dal colorato e vitalistico “Romeo & Juliet/ Rebellion & Johannesburg”, della Compagnia di danza sudafricana Moving Into Dance Mophatong, spettacolo che nonostante l’allusione del titolo, trascina gli spettatori tra le aspirazioni e le contraddizioni delle nuove generazioni post-apartheid. Dalle ribellioni del Sudafrica a quelle delle periferie americane, ancora intente a lottare contro le discriminazioni di razza, il passo è breve e si muove a ritmo di hip-hop nell’energica coreografia di Kile Abraham. Maestro indiscusso di questo stile di danza è anche Kadder Attou, che in “OPUS14” tratteggia un potente affresco di gruppo, interpretato da un affiatato ensemble di danzatori: una vera e propria comunità danzante impegnata in una marcia osmotica e coinvolgente. Gesti e suoni spezzati e reiterati, rubati dal contesto urbano, stanno invece alla base del lavoro di Salvo Lombardo, che insieme a Davide Valrosso e Tommaso Serratore, sono stati selezionati dal progetto CID Cantieri per raprresentare la giovane danza emergente italiana.

Coreografo tra i più acclamati del panorama nazionale è invece il siciliano Roberto Zappalà, che ha scelto di far danzare i suoi interpreti sulle note ipnotiche e insistenti dello scacciapensieri, magistralmente suonato dal vivo dal musicista Puccio Castrogiovanni, che ha pure intrattenuto il pubblico con un improvvisato karaoke collettivo. Altrettanto coinvolgente la coreografia “Boléro” di Emio Greco e Pieter Scholten, tutta coniugata al maschile, nella quale al crescendo incessante della musica corrisponde un’esplosione di rabbia virile. Scontri spettacolari e salti acrobatici sono stati alla base di “Block”, spettacolo all’aperto che ha tenuto col fiato sospeso il pubblico cittadino insieme a quello lieve e surreale del climber danzatore Antoine Le Menestrel, affezionato frequentatore dei muri roveretani, e a quello creato appositamente per le sale del Mart da Luca Veggetti.

In quest’edizione sono purtroppo scomparsi gli spettacoli di piazza affidati alle scuole di danza locali, che costituivano un appuntamento fisso molto apprezzato da un pubblico di non addetti ai lavori, sostituito a teatro dai molti giovani che hanno affollato le platee cittadine. Una nota di merito va infine al progetto “Moving beyond inclusion”, che si propone di mettere in rete le diverse realtà che in Europa si occupano di danza inclusiva con artisti abili e disabili, i cui workshop hanno registrato un insperato successo; forse perché, per concludere con le parole del coreografo israeliano Ohad Naharin, “la danza non è solo ‘performance’: è qualcosa che guarisce, rafforza, aiuta a gestire le difficoltà della vita”.