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“Venezia 73”

Qualche film

Alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia non si è così liberi di andare a vedere quello che si vuole, nemmeno se si ha un pass da giornalista. Per questioni di diritto di accesso, orario, contemporaneità di film interessanti (sulla carta), numero di giorni in cui si frequenta e vari altri dettagli, si finisce sempre per esplorare il programma secondo scelte precise, casuali e riempitivi che possono rappresentare sorprese. Ecco alcune considerazioni su alcuni film tra i circa venti visti in poco più di tre giorni.

Proprio nell’anno in cui viene presentata alla mostra la versione restaurata del capolavoro di Akira Kurosawa “I sette samurai”, fuori concorso, come film di chiusura, ecco il remake de “I magnifici sette” (stesso titolo) di Antoine Fuqua, nelle sale in questi giorni. La storia è sempre la stessa. Una comunità di pacifici lavoratori si rivolge a dei supposti professionisti per farsi difendere da prepotenti armati. In questo caso un tirannico protocapitalista. Per il resto meglio evitare confronti impropri. Solo un paio di constatazioni. Il western non sta tornando, ma sopravvive ogni anno con qualche clamorosa uscita: Tarantino, Iñárritu…

Per lo più revisioni secondo i dettami commerciali, imposti dalle maggioritarie masse adolescenziali. Sempre più comix e relativi canoni: enfasi spettacolare, effetti speciali, eroi in gruppo con elementare caratterizzazione, nettissima divisione tra buoni e cattivi (qui veramente feroci), tossica dipendenza dall’elemento vendetta. L’abilità realizzativa è indiscussa, altresì la spettacolarità, il ritmo, e pure il protagonista Danzel Washington se la cava bene. Sul grande schermo resta uno spettacolo divertente. Niente più.

Altro film nelle sale è “Frantz” di François Ozon, presentato nella sezione “Venezia 73 concorso”. Ispirato a “Broken Lullaby” (“L’uomo che ho ucciso”) di Ernst Lubitsch, racconta della giovane Anna che incontra sulla tomba del fidanzato Frantz, recentemente scomparso durante la Prima Guerra mondiale, il giovane francese Adrien, che si presenta come amico, precedente al conflitto, del giovane tedesco morto. Uno sguardo dalla parte dei vinti, il senso di colpa e il perdono, il ricordo e la vita che continua, la desincronizzazione dei sentimenti sono temi presentati dal regista in un raffinato e coinvolgente bianco nero, che un po’ banalmente si tinge di colore nelle scene più liete. Il film funziona e convince, specialmente nelle pieghe più amare.

“Questi giorni”

Anche “Questi giorni” di Giuseppe Piccioni, sempre presentato in concorso, è già nelle sale. Si tratta di uno di quei film italiani che se riescono bene entrano nella categoria di come ‘dovrebbe’ essere il cinema italiano, suscitando speranze ed entusiasmi spesso esagerati. Se invece riesce meno bene è presto dimenticato in attesa di opere più interessanti. E se riesce a metà?

In una città di provincia, l’amicizia tra quattro ragazze è messa alla prova da un breve viaggio insieme verso Belgrado. La cosa più riuscita del film è forse la sincera e precisa fotografia delle protagoniste e del loro rapporto. Un’amicizia che non nasce da grandi passioni, ideali, interessi comuni o affinità, ma abitudini, entusiasmi occasionali, contrasti inoffensivi, sentimenti segreti, così come spesso è intesa dai giovani odierni.

Il film vincitore di “Venezia 73” è “La donna che partì” del regista filippino Lav Diaz, in bianco e nero di 226’ (tre ore e 46’); e sempre filippino, nella sezione delle “Giornate degli autori”, è “Pamilya Ordinaryo” di Eduardo Roy Jr., ritratto di una famiglia formata dalla sedicenne Jane e dal suo fidanzato Aries. I due, genitori adolescenti, vivono per le strade caotiche di Manila derubando i passanti. Dopo un mese, però, il loro bambino viene rapito. Per riaverlo, la giovane coppia è costretta a delle scelte disperate.

Il film ha vinto il premio del pubblico, e basterebbe anche la sola sequenza finale per ascriverlo tra le opere epigono più riuscite del neorealismo. C’è da sperare in una distribuzione italiana e in una qualche circuitazione, perché il film è coinvolgente, sincero, emozionante.