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“Estinzioni”

Storie di catastrofi e altre opportunità. Trento, MUSE, fino al 26-6-2017

Argomento alla base dell’esposizione, nata da una collaborazione tra MuSE e MIUR, è la biodiversità, la sopravvivenza (e non) degli organismi viventi. L’obiettivo è duplice: spiegare le possibili cause delle cinque grandi estinzioni di massa (tra cui quella dei dinosauri) avvenute nel corso di milioni di anni, e riflettere sulle scelte che il genere umano è chiamato a fare per evitare una sesta estinzione, la propria. Un percorso scientifico, ma anche economico-sociologico, che si avvale di reperti originali, quali vertebrati estinti provenienti da diversi musei italiani e di materiale multimediale e interattivo che permette al visitatore di accedere a dati, ascoltare racconti o vedere immagini d’epoca.

Il Tilacino della Tasmania

La mostra introduce gli studi di G. Cuvier, biologo francese che per primo (fine ‘700) dimostra che le specie presenti sulla Terra sono inesorabilmente destinate a estinguersi a causa di grandi catastrofi. La prima parte del percorso si rivolge quindi alle cinque grandi estinzioni di massa (Big Five), che trovano spiegazione nell’avvento sulla Terra di immensi fenomeni distruttivi quali meteoriti, glaciazioni o al movimento delle placche. Qui si segnala di notevole interesse il grafico interattivo, con cui il visitatore può ricevere informazioni su cause ed effetti di ogni singola estinzione.

Quindi si analizza un’era più recente, quella in cui l’homo sapiens fa capolino sul pianeta. Evidenze scientifiche dimostrano come la presenza umana sia stata, e sia ancora, un fattore determinante per l’estinzione delle specie biologiche. In questa parte della mostra si illustrano casi di specie che inizialmente erano dominanti (o comunque numerosamente presenti) nel proprio ecosistema, ma che poi si sono estinte per l’arrivo dell’uomo e il conseguente consumo di risorse naturali, della caccia indiscriminata e dell’introduzione di animali domestici. Clamoroso è il caso del Tilacino della Tasmania, un grosso marsupiale che sopravvisse fino agli anni ‘30 del Novecento e che inizialmente fu sottoposto a una caccia spietata grazie anche ad una politica di taglie nei confronti degli esemplari di questa specie. Quando ci si accorse del rischio di estinzione, il governo australiano tentò un passo indietro, dichiarandolo specie protetta poco prima della ufficializzazione della sua scomparsa, avvenuta nel 1936.

Il visitatore trae l’ovvia conclusione che se nel passato l’uomo avesse adottato una maggior attenzione per l’ambiente e il rispetto dell’equilibrio ecologico, oggi potremmo fregiarci di molte specie che risultano purtroppo estinte.

La terza parte della mostra induce il visitatore a una valutazione sociologica dei comportamenti che l’uomo deve attuare per garantire la sopravvivenza della propria specie e delle altre. Si potrebbe pensare, attraverso le tecniche di ingegneria genetica, di clonare il DNA di specie estinte per provare a farle rinascere. E qualcosa è stato fatto in questo senso. Ma a che pro? Quale ambiente accoglierebbe queste specie clonate? Sarebbero in grado di sopravvivere? È molto più sensato investire per salvaguardare le specie ancora esistenti, modificando i nostri comportamenti: un excursus di video sulle Conferenze Mondiali per l’Ambiente che si sono succedute dal ‘900 in poi documenta ciò che le istituzioni hanno tentato per dare una soluzione. Fu una bambina, Severn Cullis-Suzuki, nel 1992, a scuotere le coscienze con un discorso di sei minuti che raggelò le Nazioni Unite ritrovatesi a Rio de Janeiro per discutere di temi ambientali? Non possiamo dirlo con certezza; ma il visitatore ha la possibilità di riascoltare integralmente il suo intervento e valutare da sé.

Nel complesso, la mostra è molto interessante: i reperti sono ben distribuiti e la multimedialità è realmente finalizzata a illustrare e facilitare l’accesso ai contenuti, e non crea effetti a sorpresa fini a se stessi. La quantità di informazioni e l’interesse che risveglia il materiale esposto consentono di chiudere un occhio su quel pizzico di retorica che si avverte nella parte finale della mostra, che ripropone il concetto utopico e un po’ stantio dell’umanità che si unisce per salvaguardare l’ambiente.

L’esposizione si presta ad attività didattiche per scuole medie o superiori che abbiano in qualche modo trattato l’argomento in classe.

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