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Aria che allenta i nodi. Racconti.

Una donna alla ricerca della felicità. Nadia Ioriatti, Trento, Curcu & Genovese, 2016, pp. 120, € 10.

In questa raccolta di articoli, in parte scritti per QT, si parla di tante cose: di infanzia, di educazione tradizionale, di malattia, di dignità, soprattutto di amore e ricerca della felicità. Retrospettiva e futuro. È difficile separare autrice e protagonista, il che mette in imbarazzo chi scrive, ma d’altronde Nadia parla di sé e tuttavia i capitoli del suo libro si leggono come un romanzo, tenuto insieme da un filo sottile e forte, quello della vita dell’autrice.

Nadia Ioriatti ci parla in modo franco di sé e di ciò che pensa e fa, il suo sguardo sul mondo con il tempo e attraverso la malattia è diventato selettivo e punta all’essenziale. Ha fatto un passo avanti importante: di fronte all’ipocrisia o alla cattiveria o anche solo alla superficialità, è capace di passarci sopra. Così dice, senza però giustificare chi esercita la propria cattiveria o ignoranza.

Ma ciò che caratterizza questa sua nuova opera è la ricerca della felicità. O forse dell’amore, una ricerca in retrospettiva e una speranza per il futuro: fa i conti con se stessa senza tanti riguardi, è soddisfatta per avere saputo superare tante difficoltà, e sotto sotto sta sempre la domanda: cosa mi accadrà, di bello, ancora? Un interrogativo posto bene, mentre la maggior parte di noi si preoccupa per ciò che di brutto accadrà.

Ho preso in mano questo libro sulla spiaggia, sotto un albero davanti al mio mare greco, con un po’ di timore (la paura della malattia e del dolore) e poi l’ho letto tutto d’un fiato, trascinata dalle storie familiari nel linguaggio (proverbi) e da quelle esotiche quando Nadia si spoglia di tutto l’inutile (qualcuno ha parlato di “spogliarelli emotivi”) e rimane sola di fronte alla malattia che la colpisce, con il male e, a sorpresa, con il bene.

Mi piace Nadia Ioriatti perché reclama ad alta voce il suo diritto a vivere - non solo a sopravvivere, a mantenere la propria dignità - ma anche a manifestare fantasia e creatività, a fare ciò che fanno gli altri, e di più, a viaggiare in luoghi nuovi del mondo, a farsi sorprendere, a ballare in carrozzina. Per partecipare.

A Bassano, in agosto, ho preso parte a un seminario pratico e teorico di Well dance, inventata in Olanda e oggetto di uno studio pluriennale all’università di Friburgo in Germania. Il metodo, frutto di tre anni di studio di neuro-scienziati insieme ad artisti e malati di Parkinson (una quarantina di persone), porta gruppi di danzatori e di malati di Parkinson a ballare insieme in luoghi destinati alla bellezza, come musei e sale di antichi palazzi.

Un’iniziative che riconduce al significato primo dell’arte, qualcosa che riguarda tutti, che attinge alla creatività non solo dei sani, dei perfetti - che come si sa non esistono - ma alla realtà e ai sogni degli umani. In Veneto ci sono già diversi gruppi, aperti a tutti, e fanno anche spettacoli oltre a danzare per la propria gioia. Vi ho ritrovato molto del modo con cui Nadia descrive la vita (che ha? che vorrebbe?) in questo libro.

Ho una cara amica che è da decenni in sedia a rotelle; è una storica, ha fatto per anni una rivista importante, ha co-fondato la più importante (se non unica) associazione di malati psichici del Sudtirolo, e inoltre suona la chitarra, canta e svolge molte altre attività (anche curare l’orto e il giardino). Ho ritrovato un po’ di lei, della sua normalità e della sua bellezza nella donna che si racconta nel libro di Nadia: si arrabbia, invece di lasciarsi umiliare da chi si considera superiore perché si crede esente da qualsiasi debolezza o limitazione fisica e psichica e poi, ora che siamo un po’ meno giovani, dice: ho lottato abbastanza, ora devono esserci altri. Ci saranno? Ci sono? Come Nadia, in un bellissimo capitolo, pretende che la sanità si occupi del suo dolore, “il dolore cui nessuno crede”.

È una battaglia di civiltà per l’Italia che si abbandoni la crudele e violenta idea cattolica che l’essere umano deve soffrire e si inducano i medici a usare i farmaci e le terapie per togliere la sofferenza inutile, che nei paesi civili non sono riservati a cardinali, papi e privilegiati.

Nadia rivendica il diritto di esprimere le sue potenzialità artistiche. Questa sua pretesa non riguarda solo le persone in qualche forma ammalate, ma tutti noi. Perché si è perso per strada il significato di arte, qualcosa che fa intrinsecamente parte della vita e non decorazione di una parete di museo.

Nel libro si va avanti e indietro nel tempo. Infanzia, giovinezza, amori e dispiaceri. Gioie e curiosità. La vita di ora. I desideri per il futuro.

Mi piace la convinzione nel pretendere rispetto e la forza nel coltivare le abilità residue, come incoraggiamo a fare a chi soffre di malattie croniche e incurabili. Ma mi piace soprattutto la capacità della protagonista di mantenere desideri. Moltissime donne, educate fin da piccole a non averne, ad essere “domestiche dei desideri altrui”, non li ritrovano più dopo averli repressi per tutta una vita, neppure nell’età matura, quando avrebbero il tempo di coltivarli. Fatica e felicità rimandata, e alla fine non rimane niente, come d’altronde ha ben raccontato Peter Handke nel suo splendido “Infelicità senza desideri”, il libro su sua madre. Nadia, per come si racconta, è sfuggita a questo destino, ha coltivato l’amore per la vita.

Com’è spiritosa quando spiega come la divisione dei lavori per genere causi una fatica enorme alle donne, che devono imparare da sé a sistemare i rubinetti e fare i buchi nel muro per le aste delle tende, a riparare le ante dei mobili di cucina, a cambiare le lampadine e appendere le lampade in sicurezza! Manca solo che dia l’indirizzo dei sito web per il fai da te da idraulica, imbianchina e muratora, che permette a tutte di arrangiarsi e divertirsi. O quando descrive la psicologia della fila alla cassa del supermercato.

Com’è acuta quando racconta le enormi difficoltà per i disabili a causa di certe imperfezioni tecniche che si danno per scontate: il telecomando che non funziona, la porta che si fatica ad aprire, gli scalini insormontabili, i contratti telefonici fatti per generare un’economica falsa di servizi-non servizi e di costi aggiuntivi e inutili, che falsificano l’andamento dell’economia nazionale e dell’occupazione.

Com’è ironica, ma anche nostalgica, quando descrive la dura prova dell’innamoramento: tensioni amorose, lame sottili nel cuore, vuoti allo stomaco, depressioni, pensieri fissi, notti insonni.

Ma ci sono anche temi che di solito si cerca di sfuggire: l’abbandono da parte dello “stato” quando la malattia si aggrava, e si viene lasciati nelle mani di badanti che al di là della buona volontà, non sono preparate a tutto e comunque devono da sole affrontare la malattia grave e la morte, proprio mentre noi, società dell’eterna giovinezza, ce ne sottraiamo, illusi che a noi non succederà.

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