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SAIT: la festa è finita

130 licenziamenti: è solo la punta dell’iceberg. Dopo i clown, le majorettes, le citazioni di don Guetti, si svela la realtà del Sait: prezzi alti, inefficienze, avventure immobiliari, Famiglie Cooperative in rosso, spirito mutualistico affossato. Ormai si è all’ultima spiaggia.

AI 130 esuberi dichiarati dal Sait hanno scoperchiato il pentolone. Anzitutto per l’entità degli stessi numeri: quando un’azienda, di punto in bianco, dichiara di avere un soprannumero di un terzo dei dipendenti, vuol dire che è ridotta ed è stata gestita malissimo. Quando poi si tratta di un’azienda cooperativa, anzi di un consorzio di secondo grado (ricordiamo come il Sait provveda agli acquisti centralizzati per le Famiglie Cooperative), è tutto il sistema cooperativo ad essere chiamato in causa. Perché dal Sait dipende il ramificato sistema dei negozi cooperativi; e perché i licenziamenti di massa non dovrebbero avere nulla a che fare con i principi mutualistici.

Il punto è che l’emergere della crisi del Sait avviene – non a caso – in un momento in cui tutto il movimento cooperativo trentino, forte dei suoi oltre 100.000 soci e di posizioni dominanti (se non altro nel credito e in agricoltura), attraversa una crisi verticale: di uomini, di credibilità, di senso. Ancor prima e oltre le stesse difficoltà aziendali.

Da anni Questotrentino, come peraltro diversi esponenti – finora minoritari, i “dissidenti” – dello stesso movimento, denuncia questa deriva. Che ora, di molto aggravata, è sotto gli occhi di tutti. Sì, perché nel Sait la festa è proprio finita, le inaugurazioni dei Superstore con clown, bande, majorettes e politici, le allegre operazioni immobiliari in tutta la provincia, stanno lasciando il campo a una realtà triste, dura e difficile.

La nuova sede del Sait

Le Famiglie Cooperative

Per capire la cooperazione di consumo (76 società, 364 punti vendita, 1800 dipendenti, cifre che danno l’idea della posta in gioco) bisogna partire non dalla cima, dal Sait, ma dalla base, le Famiglie cooperative.

Da anni le cooperative soffrono di margini troppo ristretti. Per responsabilità del Sait” ci dicono all’unisono i presidenti ed ex-presidenti delle cooperative di Carisolo, delle Giudicarie, di Fiavè, delle vallate solandre, della valle del Chiese. È un coro unanime.

Spieghiamo meglio ai lettori. Il Sait funge da centrale di acquisto e fornisce le merci alle coop a un prezzo di cessione; al quale poi queste aggiungono il proprio margine e così si arriva al prezzo per il cliente. Ora è chiaro che se il prezzo di cessione, quello chiesto dal Sait, è troppo alto, le Famiglie Cooperative hanno due scelte: ridurre il proprio margine e avere i bilanci in rosso, oppure mantenere il margine adeguato (almeno il 26-27%) e trovarsi fuori mercato.

Sì, perché in questi anni, per fortuna del consumatore, la concorrenza si è fatta forte. Soprattutto da una parte i negozi che fanno capo a Dao (anch’essa una cooperativa, che consorzia soprattutto negozi privati ma anche Famiglie Cooperative, e con maggior efficienza di Sait); dall’altra i supermercati Poli, sempre di metratura adeguata, non gravati dai punti di vendita periferici, all’interno di una catena ben oliata e in costante aggiornamento. “A questo punto è chiaro che anche gli stessi nostri soci, quando vedono le banane vendute, sempre, da Poli a 0,99 euro, e da noi a 1,6 o più, la spesa grossa la vanno a fare da Poli, anche se è 10 kilometri più lontano”.

Una situazione non sostenibile – ci dice Mauro Cominotti, capo sindaco di Cooperativa Giudicarie – Che però Sait ha sempre ribaltato sulle cooperative, dicendo che era colpa delle nostre inefficienze”.

Chi ha ragione? Un punto fermo sembra fornirlo lo stesso Marcello Poli: “Un punto vendita, per pagarsi l’immobile, le spese, il personale, deve avere una marginalità di quasi il 30%”.

Il fatto è che nei rapporti tra Sait e Famiglie Cooperative è mancata la trasparenza, la chiarezza nei conti. “E coloro che la invocavano sono stati emarginati, le critiche messe sotto il tappeto; e ora si vede che avevano ragione, emerge il disordine operativo da loro denunciato” ci dice Marina Mattarei, presidente della Coop Vallate solandre ed entrata, sull’onda della recente ventata rinnovatrice, nel cda del Sait.

Lunga e pesante è la lista delle criticità nascoste. La prima è la reale efficienza dei punti vendita – una trentina - gestiti direttamente dal Sait. “Da sempre abbiamo chiesto di conoscere i loro costi, ma non sono mai riuscito ad avere una documentazione sui loro conti. – ci dice Crescenzio Zambotti presidente FC di Fiavè e Cavrasto – I dissidenti avevano proposto di fare una coop specifica dei punti vendita Sait, la cooperativa Atesina, e i vertici hanno rifiutato. Sono convinto che questi negozi siano in perdita e che a pagare siamo noi”.

La politica dei superstore

La seconda critica è la politica dei superstore. Aperti anche grazie a forzature urbanistiche, con la motivazione che il loro utile sarebbe servito a pagare i costi dei negozietti periferici, stanno funzionando in maniera opposta: dopo uno due anni di utile, sono piombati in rosso profondo, 1,4 milioni all’anno, che evidentemente finiscono a carico delle Famiglie Cooperative. L’iniziativa è a carico per metà ciascuno di Sait e di Coop Alleanza 3.0, la più grande fra le cooperative di consumatori italiane, e il condominio sembra non funzionare al meglio. Fatti entrare in casa i cugini grandi, il Sait non sa come gestirli: cedergli il proprio 50% significa avere il colosso libero di fare le politiche commerciali che vuole; comprargli il suo 50% vuol dire confidare nelle proprie capacità di fare tutto da solo, cosa di cui si dubita; e a lasciare le cose come stanno si perdono ogni anno 700.000 euro.

Un progetto andato a male insomma.

Renato Dalpalù

Ma ancor più pesanti sono altre iniziative, quelle immobiliari. Al precedente presidente Giorgio Fiorini, all’attuale Renato Dalpalù e al direttore da poco dimesso “con amarezza” Luigi Pavana, l’immobiliare sembrava un ottimo campo in cui Sait poteva esercitarsi, costruendo, assieme e attorno ai negozi delle cooperative, appartamenti e altri spazi commerciali da rivendere.

I tapini non sapevano che c’era una crisi dell’edilizia dietro l’angolo, dura con tutti, impietosa con gli immobiliaristi della domenica. “Dal Sait ero stato nominato nel suo ramo immobiliare CooperSviluppo, nella società Gabbiano che gestiva l’operazione immobiliare di Ponte Arche, in Altinate quella di Levico: ho dato le dimissioni da tutte e tre le società, perché non condividevo l’operato, erano investimenti che ho subito percepito come azzardati” ci dice Crescenzio Zambotti. Infatti a Ponte Arche sono stati spesi quasi 9 milioni per costruire un immobile di cui è stato venduto, compreso il negozio della Famiglia Cooperativa, poco più di un terzo mentre il resto è invenduto; a Levico anche peggio; in Primiero si sono effettuate forzature urbanistiche bastonate da Tar e Consiglio di Stato, con l’invenduto pressoché irrecuperabile; c’è un terreno a Spini di Gardolo che si è appena dovuto svalutare, ecc.

All’interno di questa malsana propensione all’immobiliare, unita a una certa megalomania, sta la vicenda della nuova sede del consorzio, in via Innsbruck. Un’edificazione monumentale, che doveva costare 35-40 milioni e se ne sono pagati più di 70, con un magazzino troppo grande, che dicevano avrebbe fatto risparmiare l’1,5-2% dei costi di gestione e invece li ha fatti aumentare causa una più complicata movimentazione delle merci.

Luca Picciarelli

Insomma, anni di gestione forse allegra, di sicuro irresponsabile. E rovinosa. Ma ancora non basta. È la stessa gestione commerciale ad essere sotto accusa: e difatti, con il nuovo direttore generale Luca Picciarelli, si è subito fatta saltare la testa del direttore commerciale. “Le condizioni di acquisto del Sait in questi anni non sono state sufficientemente presidiate, anche per la scarsa competenza” commenta lapidaria Mattarei. E i problemi si estendono anche oltre gli acquisti: “Riguardano i servizi, come l’informatica, esperiti a un livello non adeguato: se hai un problema con le casse, deve essere risolto immediatamente, non può essere rimpallato da un referente a un altro, per finire a un terzo che poi magari non sa intervenire” dice sempre Mattarei.

Marina Mattarei

È in questo contesto che è arrivato il nuovo direttore Picciarelli, con esperienza in diverse realtà: Upim, Esselunga, Metro Group, Tigros, Realco. Forse troppe, dice qualcuno, Picciarelli viene, picchia duro e se ne va.

In Sait in effetti picchia subito duro. Gira per i negozi, quelli targati Sait ma anche le Famiglie Cooperative; e fa fotografie che immortalano reparti disordinati quando non sporchi. I direttori dei punti vendita Sait scattano sull’attenti; quelli delle Cooperative si inalberano: “Ma come? Viene a farci foto in casa nostra? Pensi a far andare avanti il suo consorzio, che è meglio”.

La questione dei prezzi

Poi attacca la politica dei prezzi. Ribassati, e non di poco. Il consumatore se ne accorge subito, il Sait non naviga più in un mondo parallelo. Però le cose non sono così semplici: i prezzi non si abbassano magicamente, per decreto.

Il meccanismo non è semplicissimo e va spiegato. Sait fornisce, come abbiamo visto, i prodotti a un prezzo di cessione uguale per tutte le coop (dovrebbe essere lo stesso anche per i punti di vendita Sait, le cooperative ne dubitano, ma questo è un altro discorso). Fissa anche il prezzo di vendita al cliente, variabile a seconda delle caratteristiche e della localizzazione del punto vendita (chiaramente Madonna di Campiglio in alta stagione avrà prezzi più alti, e così il piccolo negozio rispetto alla grande cooperativa). Il prezzo di vendita non è vincolante, può essere modificato (con un modesto lavoro, peraltro quotidiano, di riprezzatura) dal singolo direttore; ma non per le offerte, le quali, pubblicizzate sul materiale pubblicitario, sono rigide. Per farla breve: il prezzo al cliente fissato dal Sait in genere rimane. E praticamente tutte le cooperative hanno praticato i nuovi prezzi più bassi. Ma con il cuore in gola: con il dubbio che i prezzi Sait siano gli stessi, i prezzi al cliente più bassi, e a rimetterci allora chi è? Ancora una volta le Famiglie Cooperative?

C’è chi pensa così e sta preparando armi e bagagli per uscire, a questo punto, da Sait. C’è chi, come Zambotti registra “un incremento delle vendite dell’1,38%. Non sappiamo se a detrimento della marginalità – sarebbe un disastro – i conti possiamo farli solo a fine anno”.

C’è chi, come Mattarei, fa un discorso più articolato: “C’è sempre stata poca trasparenza e molta farraginosità dei dati, vedremo con i bilanci delle FC quali siano oggi i margini. Comunque la priorità era far tornare la gente nei nostri negozi, e per far questo devi ricostruire una percezione di convenienza, aggredendo l’immagine in maniera forte. Dobbiamo renderci conto della situazione in cui eravamo: i nostri concorrenti non venivano neanche più a rilevarli i nostri prezzi, semplicemente ci ritenevano fuori mercato; ora invece sono tornati. Ora è pacifico che per un periodo diventa più difficile mantenere la marginalità, cui si dovrà arrivare in un secondo tempo, abbattendo i costi giganteschi del consorzio, perché è pacifico che il prezzo di cessione era iniquo”.

Insomma, secondo Mattarei, per le Famiglie Cooperative questa è la fase uno, quella dei sacrifici. Anche il Sait dovrà fare sacrifici, e dovrà essere più efficiente: e allora ci potrà essere la fase due, quella del riequilibrio. La strada è lunga e in salita.

Sait e Dao

C’è chi a questo percorso non ci crede. Anzi, allo spirito mutualistico del Sait non crede più.

Modesto Povinelli è presidente della Famiglia Cooperativa di Carisolo, una decina di dipendenti, fatturato di 1,8 milioni realizzato da un negozio di 380 metri in centro paese. “Negozio piccolo, in centro piccolo, con pochi parcheggi, su più piani, è tutto complicato” – ci dice. E arriva subito al punto: “Abbiamo già portato in assemblea dei soci l’uscita dal Sait in febbraio: per uscire dovremo pagare le penali, che per noi saranno in due anni 130.000 euro, il che non mi sembra il massimo dello spirito cooperativo. Il fatto è che da dieci anni ci lamentiamo: era sempre difficile capire quale era l’attività di Sait come consorzio e quale come gestore di negozi. E poi i prezzi troppo alti: il prezzo Sait più il margine ci porta fuori mercato. C’è anche un altro fatto: io e i consiglieri siamo volontari, il che viene riconosciuto in paese, dai nostri soci, ma solo se dai loro prezzi adeguati, altrimenti per cosa lavori gratis? E in ogni caso il lavoro volontario non è riconosciuto nel sistema, dove non conti niente, sei visto come un dilettante”.

Questo è molto grave, contro i principi mutualistici

L’impressione nostra, generalizzata nel cda, è che il Sait è più interessato ad avere un punto vendita che una Famiglia Cooperativa, a contare non sono i soci o l’aspetto sociale e comunitario, ma la possibilità di fornire tanta merce ai loro prezzi a gente cui puoi comandare. Negli incontri avuti con Dalpalù e anche con il nuovo direttore, abbiamo percepito che quello non è più il posto per noi: dagli atteggiamenti di sufficienza che dicevano, non a parole chiare, ma dai sottintesi altrettanto chiari: voi siete piccoli, dovete seguire le nostre indicazioni per il bene del sistema, le vostre peculiarità non interessano e non servono”.

Ma voi cosa richiedevate?

Il piano industriale del consorzio, e se per loro ha ancora senso avere tra i soci un negozio all’interno di un piccolo paese. Non hanno risposto sul progetto industriale e il nuovo direttore fa fatica a capire un negozio che lavori così poco. Di fatto noi abbiamo esigenze particolari. L’aggressiva campagna di riduzione dei prezzi di Picciarelli, l’avevamo integralmente sposata, però per noi era nel periodo sbagliato, in estate, quando con i turisti il prezzo può essere più elevato, mentre sarebbe meglio investire una parte del margine offrendo ai soci prezzi più bassi nei mesi di bassa stagione. È questa gestione centralizzata che non va bene, non può andare bene, in un sistema articolato come il nostro”.

E con Dao come vi siete trovati?

È un altro mondo: percepisci subito la differenza vedendo i loro uffici, dignitosi, efficienti, senza sprechi, mentre in quelli di Sait ti pare di essere entrato in un ministero. Con Dao stiamo facendo il nuovo piano industriale: con una marginalità migliore sicuramente di un paio di punti, ma altrettanto importante è la voglia di essere nostro partner, i valori di cui tanto ci fregiamo all’interno di Sait li abbiamo percepiti e pensiamo anche trovati, nell’altro consorzio. Un esempio: in un piccolo negozio ci sono più problemi di costo del personale che in uno grande; però Sait ci ha detto di licenziare: abbiamo un costo di personale del 21%, che va abbassato, Picciarelli ci ha risposto che va portato al 15% anche licenziando; Dao invece ci ha chiesto di arrivare al 18% agendo su altri fattori, lavorando su un controllo delle retribuzioni e l’aumento del fatturato. Contiamo così di poter sostenere anche la penale, e dare una svolta alla cooperativa”.

L’impostazione centralistica quando non sprezzante, di Sait ci viene peraltro confermata anche da Cominotti, già presidente della ben più robusta (di Carisolo) Famiglia Cooperativa di Pinzolo e ora alla Cooperativa Giudicarie: “Le problematiche delle cooperative al Sait non vengono semplicemente prese in considerazione, ti danno appuntamenti per il mese dopo, e quando arriva il giorno, poche ore prima te li rimandano. Non conti niente”.

Anche la Cooperativa Giudicarie è passata, come Carisolo, a Dao.

Ci vuole una cura da cavallo

Questo è il contesto in cui è maturato il preavviso di licenziamento per 130 dipendenti Sait. Il consorzio non funziona, abbisogna di cure da cavallo. E, dopo aver sistemato il direttore commerciale, è passato ai dipendenti.

Mossa obbligata? Forse. Di sicuro apparsa sbagliata quando si è appreso che per effettuarla Sait dovrebbe pagare una penale di 5 milioni alla Provincia, a seguito degli impegni occupazionali presi quando aveva avuto il terreno dove è sorta la nuova munifica sede. Ed ora, se è vero che questi impegni occupazionali presi da tante aziende, molte volte, di fronte a una crisi, vengono disattesi, è curioso che a questo andazzo si allinei il movimento cooperativo. Ed è scandaloso che la penale non voglia pagarla il Sait, che invece si fa pagare, in moneta sonante, le penali cui sono costrette le Famiglie cooperative che, come Carisolo e Giudicarie, vogliono andarsene per conto loro.

Ma soprattutto non si capisce come un’azienda, che evidentemente negli anni ha sbagliato tutto (ricordiamo che parallelamente – crisi o non crisi – i concorrenti come Poli e Dao siano invece cresciuti) possa costringere a durissimi sacrifici le coop socie, possa licenziare i dipendenti, ma mantenga inalterato il vertice. Il presidente Renato Dalpalù infatti, pur responsabile del patatrac, è stato recentemente confermato per un terzo mandato.

A questo punto il problema non è (solo) Dalpalù. È il sistema cooperativo, la democrazia cooperativa, che evidentemente non funziona. Perché Dalpalù – dicono tutti i nostri interlocutori “è stato rieletto dai presidenti delle Famiglie Cooperative. I quali preferiscono allinearsi, far finta di niente, delegare”. “Come nel caso del quarto mandato a Diego Schelfi” - aggiunge Giuliano Beltrami. Si cede ai maggiorenti, confidando che la barca vada comunque avanti, come sempre è successo.

Ma quei tempi sono finiti: se non remi, non togli il timone al comandante incapace, non turi le falle, la barca affonda.

Nel caso del dopo Schelfi una – per ora insufficiente – reazione, c’è stata. Speriamo anche nel caso del Sait, dove peraltro l’acqua è già arrivata al livello di guardia.

C’è chi, come Zambotti e Mattarei, ci vogliono credere: “Qui bisogna mettere a posto tutto. Ma dal Sait non si fugge, si sta dentro e si lotta per cambiare.”