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L’UPT sulla giostra

C’eravamo lasciati in settembre con l’ultima “Politichetta” con la grande (si fa per dire) notizia della riappacificazione tra Dellai e Mellarini e con aperta ancora la partita del Comune di Trento. Ora Andreatta è salvo: attraverso una soluzione basata sulla spartizione di poltrone e poltroncine soprattutto per recuperare il voto di almeno 3 indispensabili consiglieri. Così il Patt (cioè il duo Rossi - Panizza) senza complimenti scarica la giovane assessora esterna Marika Ferrari per un assessorato a Tiziano Uez e per una delega al Bondone assegnata al consigliere Dario Maestranzi.

Nell’Upt-Cantiere si muove soltanto un pedone nella scacchiera, con l’avanzamento di una casella del consigliere Massimo Ducati, promosso a delegato “agli alpini”, in preparazione alla grande adunata del 2018. L’assessora esterna Chiara Maule, difesa fino alla morte da Dellai, resta in giunta mentre escono scornate le ambizioni di Salvatore Panetta e di PaoloCastelli. Le minacce di questi ultimi, ribadite in maniera velata nei giorni più convulsi, si traducono semplicemente nel loro passaggio al gruppo misto. Si continua come prima, il Comune di Trento, debole come non mai con questa amministrazione, cerca una via di riscatto. Crediamo che Andreatta non potesse fare altrimenti, ma l’immagine del congedo lacrimoso con Marika Ferrari, anch’essa in lacrime, dà l’idea di una politica che piange e fa piangere, ma per gli affari suoi, priva di qualsiasi contatto con la vita reale.

Nel frattempo effettivamente Mellarini – uno dei segretari di partito più improbabili che si siano mai visti – trova un accordo con Dellai, rimescolando le carte del congresso e liberandosi di una scomoda maggioranza, ora minoranza interna, scalpitante e desiderosa di esserci, ma sempre messa nell’angolo dai sempreverdi ras che, occupando un posto nelle istituzioni provinciali, sono in posizione di forza.

Cronache dalla politichetta, che nulla sfiorano dei problemi dei cittadini. I protagonisti, ormai vittime di se stessi, ragionano per pure logiche personali o di piccolo gruppo o, al massimo, di casta. Lo abbiamo già detto troppe volte. L’unica novità di un certo rilievo – comunque sempre collocata nel circuito dei posizionamenti o riposizionamenti interni al Palazzo – è l’annuncio dell’assessore provinciale Carlo Daldoss di mettersi in proprio per le elezioni del 2018. Daldoss, uno dei componenti della Giunta più attivi, forte del rapporto con gli enti locali da lui gestito con un certo piglio anche concreto, ha scelto con precisione i tempi per svelare le sue intenzioni restando pur sempre nell’ambiguità. Daldoss attende la resa dei conti nel Patt (altro partito in perenne dissidio interno), e soprattutto il risultato referendario nazionale e le conseguenze sul governo Renzi. Mentre scriviamo non conosciamo l’esito della consultazione, che sicuramente influenzerà lo scenario politico locale. Staremo a vedere, ma il coro di critiche riservato all’assessore esterno, reo di aver dichiarato che i partiti della coalizione di governo sono “inadeguati” (la scoperta dell’acqua calda) dimostra la debolezza della compagine del centro sinistra autonomista logora dopo quasi 18 anni di potere ininterrotto.

Il Partito Democratico è ancora in cerca di autore. Il gruppo lavora, vara leggi (l’ultima delle quali è sull’editoria trentina a firma di Lucia Maestri), ma stenta ad avere una fisionomia chiara, probabilmente scontando l’eterna crisi di identità della sinistra, ora ex sinistra, a cui si sommano le vestigia logore di quello che fu il “cattolicesimo democratico” in politica, cioè la sinistra DC. Orfani, finalmente, di Dellai, i democratici però non riescono ad essere adulti, non sanno e\o non vogliono esprimere una leadership chiara. Si galleggia.

Piccolo esempio fra tutti: la proposta del consigliere PD Mattia Civico per il garante dei detenuti. Una battaglia che servirebbe sicuramente per dire e fare “qualcosa di sinistra”. Invece niente. Civico le ha tentate tutte, trovando addirittura un accordo con il presidente Rossi per far approvare la norma istitutiva del garante all’interno della legge di stabilità. Ebbene, il presidente del consiglio Dorigatti, anch’egli del PD, cassa l’ipotesi adducendo l’incongruità di questa soluzione. Motivi burocratici, dunque, forse inevitabili dal punto di vista giuridico, ma che denotano l’incapacità del PD di fare gioco di squadra e di imporre la propria agenda. Così è avvenuto troppe volte.

Il Trentino resta lo stesso. Non sarà la politica a cambiarlo. Forse saranno fattori esterni difficilmente governabili da noi. Il vento globale che va a destra (si capirà ancora con il voto austriaco); la crisi delle istituzioni europee; un clima neo-centralista che si respira a Roma.

In tempi normali potremmo vivacchiare con governanti mediocri. Tutti aspettano qualcosa o qualcuno. Ma sulla strada non si vedono neppure ombre.