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La bellezza e le bugie

Inaugurata la nuova biblioteca universitaria. Bella, ma non un polo d’attrazione. Si possono fare i conti: costata come la biblioteca di Botta, è grande la metà, in mezzo al nulla. Le autorità cercano giustificazioni, ma ha perso la città, ha perso l’università. Ha guadagnato Isa, e questo sembra sia quello che conta.

È partita la BUC, così viene chiamata la nuova Biblioteca Universitaria Centrale, con una sfiziosa sigla, originale per quanto ne sappiamo, che strizza l’occhio all’inglese (maccheronico): “buc” suona quasi come “book”.

Diciamo subito che l’edificio di Renzo Piano, sul lato sud del quartiere delle Albere, è bello, perfettamente intonato (e ci mancherebbe, il progettista è lo stesso) alle palazzine circostanti, pendant del MUSE distante alcune centinaia di metri, in fondo a via Adriano Olivetti. Anzi, forse un MUSE un po’ più piccolo; come analogo al museo, un po’ più raccolto ma sempre di grande effetto, risulta all’interno, con gli scaffali pieni di libri visibili su e su per i vari piani, così come lo sono gli animali impagliati e gli scheletri di dinosauri nella grande sala centrale del Museo delle Scienze. Con la luce e il vetro, e qui anche con il legno degli scaffali, l’archistar genovese ha saputo giocare da maestro.

Detto questo, la BUC abbellirà indubbiamente, valorizzerà pure il quartiere delle Albere, ma non costituirà un polo di attrazione della città. Non come l’avrebbe costituito la grande biblioteca progettata da Mario Botta in piazzale Sanseverino: di altre dimensioni ma anche di altro impatto, localizzata all’ingresso ovest del centro storico invece che affogata nel nuovo quartiere, a dialogare esplicitamente con il Duomo invece che, implicitamente, con il MUSE. Con tutta l’ammirazione per Piano e la simpatia per la nuova realizzazione, oggi possiamo apertamente dirlo: la rinuncia al progetto di Botta è stata una perdita per la città. Il sindaco Andreatta per quello che conta, l’ex sindaco Pacher e allora presidente della Provincia, la rettrice de Pretis, ma soprattutto gli onnipotenti boss di Isa, Itas e Fondo Clesio, ne porteranno la responsabilità, loro che per rimediare alla sballata speculazione sul quartiere invenduto hanno imposto lo strampalato spostamento

A perdere è stata anche l’università. Anzitutto perché si è vista spostata la biblioteca di quasi un chilometro: a Sanseverino era contigua alle facoltà, a chiudere il progetto di un ateneo innervato nel centro storico; ora se la ritrova decentrata, in fondo a un quartiere per ora terra di nessuno. Ma soprattutto l’università si vede ridotto drasticamente il progetto. “Abbiamo risparmiato” - è stata la litania giustificativa dell’abbandono del progetto Botta. Vediamo i numeri.

Tutti i numeri

La biblioteca di Piano è costata, si dice, 46,8 milioni di euro (non sappiamo, e verificheremo, se sono inclusi i lavori di demolizione di parte del Centro Congressi prima realizzato al suo posto). E quella di Botta? “Eravamo partiti da un costo di 42 milioni, che togliendo un piano si sarebbe ridotto a circa 35 – ci disse l’architetto ticinese esattamente due anni fa - Ma nessuno ha chiesto il nuovo costo. E se ci avessero chiesto di abbassarlo ulteriormente, avremmo trovato soluzioni. Non avremmo di sicuro avuto problemi nel mettere mano al progetto, ma la domanda non è mai pervenuta”.

Non solo: la biblioteca Botta prevedeva nel progetto iniziale 630.666 volumi a scaffale aperto e 1212 posti a sedere, passati, con l’abbassamento di un piano, a 552.090 volumi e circa 1.000 postazioni. E quella appena inaugurata? “340.000 volumi per la maggior parte a scaffale aperto e oltre 430 postazioni” recita il comunicato dell’inaugurazione. Conclusione: la storia del risparmio è una frottola, le due biblioteche hanno costi assolutamente comparabili, ma quella realizzata è grande la metà.

Ed è comprensibile, anzi logico. Spostandosi alle Albere si è dovuto rifare un edificio già costruito come Centro Congressi (quindi si è dovuto prima pagare la scatola del Centro, poi la sua parziale demolizione, quindi la ricostruzione); e si è dovuto remunerare il Fondo Clesio per il terreno di sua proprietà (a differenza di piazzale Sanseverino) e per la costruzione, per di più fatta al di fuori di ogni gara d’appalto.

Domande senza risposta

All’inaugurazione, pur in una comprensibile atmosfera di festa, queste tematiche, lasciate fuori dalla porta, sono rientrate dalla finestra. Un cittadino (Antonio Marchi, noto per la sua passione civile), presente con addosso un vistoso ta-tse-bao “Biblioteca universitaria: fuori posto. Perché?” distribuiva volantini riportanti questi interrogativi; e gli studenti del “Collettivo Refresh” interrompevano il presidente Rossi con un lancio di pseudo-bigliettoni da 100 euro contrapponendo la nuova costruzione, realizzata “per coprire i buchi di bilancio di una speculazione fallita” al taglio dei sussidi agli studenti.

Ma anche in varie parti degli interventi ufficiali, pur dedicati, come logico, alla celebrazione, della struttura come della biblioteca “a scaffale aperto” (in cui il visitatore si trova a contatto con molteplici volumi sull’argomento che a lui interessa, ed è così quasi automaticamente stimolato al confronto, all’ampliamento delle conoscenze); ma che ripetutamente accennavano ad argomentazioni giustificative di una scelta che parte della città e dell’accademia, francamente non comprende.

Discutere se abbiamo fatto bene o male ad abbandonare il progetto Botta non mi sento oggi di farlo – confessava il rettore Paolo Collini – Però una cosa la posso dire: se l’avessimo mantenuto, neanche tra un anno, due, tre avremmo inaugurato l’edificio”. Che è come dire: l’altra soluzione era ferma. Era sabotata. Bene, chi era il sabotatore?

Il principale indiziato, il sindaco Andreatta, ben si guardava dallo spiegare perché il progetto Botta si fosse arenato nei meandri delle commissioni comunali.

Ci pensava il presidente dell’università Innocenzo Cipolletta ad abbozzare una risposta: “Il progetto Botta era bello ma non si è potuto realizzare, la vita è fatta di cose realizzabili, questa si è potuta fare più economicamente e in fretta”.

Appunto: a parte il “più economicamente”, tutto da discutere, perché lo “si è potuto fare più in fretta”? Anche se non era previsto, non aveva alcuna autorizzazione, comportava una demolizione e ricostruzione? Come mai qui le autorizzazioni sono state rapidissime o giudicate superflue, mentre in piazzale Sanseverino erano defatiganti, eterne, “neanche tra un anno, due, tre”?

Infine la ex-rettrice Daria de Pretis, oggi giudice della Suprema Corte, e che a suo tempo avallò lo spostamento, si rivolgeva agli studenti:: “Non perdete le opportunità, e questa era un’opportunità”. Frase che noi leggiamo così: fare la biblioteca sul terreno di Isa era possibile, sul terreno dell’Università no. Ragazzi, imparate a cogliere le opportunità.

Siamo troppo maliziosi?

Il Politecnico, Questotrentino e Le Albere

Lunedì 28 novembre sono arrivati a Trento 45 studenti del corso di laurea magistrale in “Architettura Costruzione Città” del Politecnico di Torino, al termine di un viaggio di studio in vari eco-quartieri in Italia, Slovenia, Austria, Germania.

Il docente, prof. Alessandro Mazzotta, aveva contattato Questotrentino, conosciuto sul web per i servizi sull’urbanistica e in particolare sul quartiere delle Albere.

Abbiamo così avuto il piacere di accompagnare gli studenti a visitare il quartiere: apprezzato per le qualità architettoniche, sconcertante per l’evidente stato di abbandono, con i negozi vuoti e gli appartamenti con le finestre tutte chiuse.

Fra le tante discussioni aperte, c’è stata anche quella sul prezzo di vendita: “A Torino questi spazi si venderebbero, ma a non più di 2.500 euro al metro”. Eventuali (?) acquirenti ne tengano conto.

Ci si è poi trasferiti ad Economia, nella sala conferenze, dove chi scrive e Gianfranco de Bertolini, autore del supplemento a QT “L’affare ex-Michelin” tenevano sul tema un seminario-dibattito.

Sì, dibattito. Perché, dopo la nostra illustrazione della genesi politica, economica, urbanistica del quartiere Le Albere, e dei centri di potere che hanno presieduto all’operazione, si è aperta un’ampia e anche animata discussione. Con gli studenti stessi che chiedevano delucidazioni e approfondimenti, con il prof. Mazzotta, ma anche con il pubblico trentino – non numeroso ma molto informato – presente: cittadini e docenti universitari. Un bel momento civico.

Finita la discussione, siamo stati invitati a Torino, per possibili analoghe iniziative: ci sembra una modalità proficua di fare università; e nel nostro piccolo, anche informazione.