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“Mistero buffo”

La galoppata giullaresca di Ugo Dighero

Mistero buffo

È meraviglioso fare l’attore, si risparmia un sacco sulla palestra!

Se il teatro fosse uno sport, Ugo Dighero sarebbe uno splendido maratoneta o un brillante fantino. Il suo “Mistero buffo”, produzione Fondazione Teatro dell’Archivolto, in scena il 17 e 18 novembre prima a Pergine e poi a Meano (si fa qui riferimento alla seconda replica), è una prova di resistenza senza cedimenti e un’inesauribile galoppata teatrale. Interpretando alla sua maniera Il primo miracolo di Gesù bambino e La parpàja topola, due monologhi tra i più famosi di Dario Fo, l’ex Broncoviz si è dimostrato – mantenendo la metafora ippica – grande domatore di cavalli di battaglia.

Il comico genovese si presenta sul palco in maglietta e pantaloni neri, in una scena completamente vuota. La forza dello spettacolo poggia tutta sull’indubbia capacità giullaresca dell’attore. L’originale miscuglio di dialetti “nordici” (soprattutto, com’è ovvio, lombardi), suoni onomatopeici e parole prive di senso si reincarna nell’eccezionale mimica facciale, nell’efficace gestualità e nella notevole estensione della tavolozza di toni e registri di Dighero, in un insieme che conferisce alla messa in scena un ritmo incalzante ed esilarante.

Mistero buffo” è un titolo sicuramente d’effetto, forse un poco fuorviante, ma senza che ciò sia una nota negativa. I due brani proposti non provengono infatti dal celebre capolavoro, ma di quello mantengono il gusto per il grammelot, per la scrosciante risata combinata ad un forte contenuto, per la leggerezza e la poesia tipici della teatrografia di Dario Fo.

È estratto da “Storia della tigre e altre storie” il primo monologo, “Il primo miracolo di Gesù Bambino”. Storia ispirata al Vangelo (apocrifo) dell’infanzia, parte con una processione di personaggi che vanno a visitare Gesù, su tutti un re magio nero su cavallo grigio che canta a squarciagola una trascinante filastrocca. Si narra poi della fuga della Sacra Famiglia in Egitto, dell’arrivo a Jaffa e dell’inserimento del piccolo Gesù nel nuovo contesto. Dove però è visto con sospetto, perché diverso ed estraneo, dai suoi coetanei, che lo etichettano con nomignoli spregiativi come “il Palestina” o “Terun”. Per farsi accettare come compagno di giochi, il “Bambin Jesus” decide allora di compiere un piccolo miracolo, facendo volare un uccellino d’argilla dandogli linfa vitale. Un gesto che suscita grande ammirazione nei bimbi, che entusiasti lo eleggono capo dei giochi. Finché a rovinare la festa non interviene il prepotente “fiol del padrun della città”, aprendo ad un finale inatteso.

Segue a ruota “La parpàja topola” (termine arcaico provenzale che, senza bisogno di traduzioni, indica intuitivamente l’organo sessuale femminile), pezzo derivato da Il fabulazzo osceno. Protagonista della vicenda è Giovan Pietro, giovane capraio sempliciotto e misogino perché mal istruito sulle donne, che, arricchitosi improvvisamente per un inaspettato lascito ereditario, diventa oggetto dell’attenzione delle donne del paese, specie di quelle con figlie da maritare. Da qui si dipana la beffa giocatagli da don Faina, dalla bella Alessia e dalla Vulpassa, di lei madre, tranello che fa emergere e montare l’ingenuità del ragazzo, che si mette alla frenetica ricerca della parpàja topola, convinto com’è che sia rimasta a casa onde evitare il suo smarrimento nella concitazione della cerimonia nuziale.

La relazione con la platea è, parafrasando Fo, aperta, quasi spalancata, come quella dei giullari medievali. Non esiste quarta parete: prima di ambedue i monologhi il giullare Dighero si rivolge direttamente al pubblico, creando un’empatia che, per mezzo di un umorismo provocatorio ma liberatorio e mai volgare, permane anche quando si cala nella galleria di personaggi abbozzati dall’autore.

Prima dei saluti e dei meritati applausi, c’è spazio anche per una lirica originale dello stesso artista: “Ho deciso di esportare una merce nuova”.