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“Cinema zero” e “Torino film festival”

Due festival a novembre

A ottobre si va per funghi, a Natale ci si chiude in casa e novembre è l’epoca dei festival. Ne ho incrociati ben tre, ma tralascio “Tutti nello stesso piatto”, forse il più interessante, faticoso, originale e parlo d’altro.

Ai suoi inizi, dieci anni fa, la sfida di “Cinema Zero” era vedere che cosa si poteva realizzare, a costo praticamente zero, grazie alla diffusione di elettrodomestici quotidiani come telefonini, videocamere amatoriali e macchine fotografiche digitali. Oggi pare che le cose siano un po’cambiate. “Il festival vuole proporre un cinema autonomo e iper-indipendente con un certo discorso sulle condizioni economiche di no-budget o low-budget… vuole promuovere opere cinematografiche che abbiano un rapporto diretto con il proprio autore in un approccio artigianale, solitario addirittura ascetico”. Così recita il pieghevole.

Nonostante i precisi proclami di intenti, non ho le idee chiare. Per loro natura, da almeno trent’anni, da quando esistono le telecamere a basso costo dvd, i cortometraggi sono stati una palestra per giovani autori che cercavano nuovi linguaggi e producevano artigianalmente a costo quasi zero. Da lì sono arrivati nomi che nel tempo hanno decisamente lasciato una traccia nel cinema indipendente italiano, come Antonio Rezza, Ciprì e Maresco, Daniele Gaglianone, Roberta Torre… e vincevano i festival. Per non parlare dell’aderenza degli autori ai loro lavori.

Non vedo oggi un panorama molto nuovo e diverso. Gli organizzatori dicono che al concorso si sono iscritti circa 350 film. Di questi ne sono stati selezionati dieci, scartando anche i cortometraggi definiti “filmetti”, ovvero piccoli film qualitativamente ben realizzati, ma che non mostrano particolari originalità di linguaggio cinematografico. Bene, però nella selezione risultava presente una percentuale non indifferente di corti (alcuni apprezzabili) che di fatto erano proprio i vituperati filmetti. Ben girati e interpretati, con una storia compiuta, ben prodotti, seppure con mezzi relativamente limitati, il che dimostra solo che in trent’anni ci sono stati notevoli progressi tecnologici a prezzi sempre più contenuti. Dunque l’impressione è stata un po’ quella di una specie di ripiegamento su forme e contenuti più classici. Forse, ma perché, dando per assoluta l’onestà di indagine degli organizzatori?

Forse una certa euforia da smartphone si è già esaurita, oppure non ci si improvvisa autori/registi e alla fine nelle selezioni questi finiscono sempre per emergere. Magari a strumenti nuovi possono corrispondere forme nuove solo in tempi limitati, o ancora le novità produttive contemporanee scelgono altre circolazioni che non sono quelle dei festival. Perché, almeno a Trento, risulta che ci sono più realizzatori di film che pubblico a guardarli.

Fortunatamente il concorso è stato vinto dalla giovanissima Lisa Consolini con “Gabriele”, curioso e personale film di 1h e 24’ che, come recita la motivazione, “mostra un breve, leggero passaggio del suo protagonista sulla soglia della vita”. Umano batte macchina 1- 0.

Auguro a “Cinema Zero” un felice futuro, ma un poco diverso, almeno con uno spazio un po’ meno autoriale, più popolare, anche trash se vi si intravvedono elementi interessanti, provocatori, altri, nuovi. Almeno per evitare il rischio di ritrovarsi in una piccola setta autoreferenziale.

Da venticinque anni frequento il “Torino Film Festival”, che è sempre stato una vetrina interessante, giovane, utile anche per il mio passato lavoro di selezionatore di corti per una rassegna che proponevo a Trento. Ovviamente in 34 edizioni le cose sono molto cambiate e quello che era un bel festival incentrato sui giovani, le loro tematiche e le loro forme di produrre immagini, si è trasformato in altro. L’atmosfera cittadina è sempre molto bella, il pubblico affolla le sale, c’è interesse e partecipazione. Soprattutto ci sono tantissimi film. Oggi che scrivo sono usciti i titoli dei premiati, qualcuno l’ho visto, altri no, anche se ero al festival nei giorni in cui erano presentati. Ma in ogni fascia oraria, dalle nove di mattina alle dieci di sera, si deve scegliere tra dodici proposte contemporanee. Una settantina di film al giorno. Come si fa?

La cosa veramente triste è che solo pochi dei film proposti escono veramente nelle distribuzioni commerciali e se si perde un film, addio. Potevo quindi evitare di andare a vedere l’ultima opera di Clint Eastwood e scegliere un documentario boliviano sullo sfruttamento delle tate a La Paz?

“Sully”

No, non potevo. E consiglio caldamente “Sully” che esce ora nelle sale, perché è un film emozionante, coinvolgente e intelligente per come riporta al centro il fattore umano, in un mondo disumanizzato non tanto dalle macchine, quanto dalle sovrastrutture legali, i protocolli ufficiali, le ottuse burocrazie, gli interessi economici, i media scandalistici. Clint Eastwood è ormai puro umanesimo cinematografico. L’uomo è tale per le scelte che fa. Umano batte macchina 2-0.

“Beyond Mountains and Hills”

Difficilmente riuscirà ad essere visto in Italia, ma vorrei comunque segnalare “Beyond the Mountains and Hills” di Eran Kolirin, un film di straordinaria ricchezza e lucidità nel ritratto di una famiglia ebrea a confronto con la complessità della loro contemporaneità nei territori occupati da Israele.

Insomma, in questa ipertrofia di proposte, cose belle ce ne sono. Inevitabile, ma molti altri film potrebbero anche non esserci. Invece si segue un po’ la moda,con la sezione pseudo horror di “After Hours”, si blandisce il pubblico con retrospettive scontate, ci si concede onnipresenza con i tanti film rastrellati in vari festival di “Festa Mobile”.

Insomma bello sì, ma anche un po’ fighetto, furbetto e suppletivo.