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La ministra, la laurea, la cultura

Nell’affaire sul millantato titolo di studio la neo-ministra dell’Istruzione ci fa la figura di Pulcinella, scugnizza un po’ furbacchiona e un po’ svagata. Si è indotti a supporre che soffra di un complesso di inadeguatezza intellettuale, ovvero: mi sento inferiore perché mi manca il pezzo di carta, quindi me ne invento uno virtuale sperando di farla franca (farla franca in un mondo innervato da reti e database? Ma dove vive la ministra?). Mi spuntano due riflessioni.

  1. È opportuno affidare la guida del Miur a chi mente pubblicamente sul corso di studi, cioè un campo su cui dovrà esercitare le sue funzioni? Secondo me no. Stiamo parlando di un’istituzione, quella scolastica, in cui l’educazione gioca un ruolo fondamentale. E la condivisione di modelli etici costituisce un pilastro dell’attività educativa. Allora pare poco “educativo” che proprio chi sta al vertice di questa istituzione si sia reso protagonista di un comportamento da furbastro. Una studentessa a Trento è stata sospesa per aver falsificato i suoi voti online. Non ci vedo tanta differenza, almeno di sostanza, con la ministra.
  2. Un ministro deve avere per forza una laurea per essere credibile? Secondo me no. Non serve che un... capo sia dotto, ma è radicalmente necessario che sia colto. Non mi sento in grado di fornire una spiegazione esaustiva sul significato di “essere colto”. Posso però tentare di delinearne un aspetto fondamentale. È colto chi si sforza ogni giorno di collegare alla sua personale esperienza di vita le cose che sa, per poter disporre di un ampio raggio di comprensione e di azione nella società. Quindi l’uomo colto non è colui che sa tante cose, ma chi si impegna a incrementare e collegare le fonti del suo sapere per meglio comunicare le cose con gli altri e meglio costruire le cose insieme agli altri. Qui la laurea non c’entra. Se un ministro dubita di possedere queste qualità non si affanni a falsificare le carte, semplicemente non faccia il ministro.
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