“Francesco Motta”

Concerto splendido ma disertato

Quando vivi in una città che non è tua, più a nord, dove fa più freddo, dove gli incontri possono essere meno spontanei e frequenti, soprattutto d’inverno può capitare di andare a caccia di cose da vedere: cinema, teatro, eventi culturali, concerti, per uscire di casa e non entrare nel pericoloso quadrilatero lavoro-cena-coperta-tv. Succede quindi di beccare qualche opportunità per cui star fuori ne è valsa proprio la pena. Trento offre possibilità molte valide, alcune enfatizzate, altre ripetitive, altre sottopotenziate. A ben cercare si può essere piacevolmente sorpresi da qualcosa di inaspettato. Mercoledì 14 dicembre chi ha cercato bene ha assistito a un bellissimo concerto al Teatro Sanbapolis. Il cantautore Francesco Motta ha chiuso la serata dei “Suoni Universitari”, preceduto dal gruppo vincitore dell’edizione 2016, L’Opera di Amanda.

Francesco Motta

In realtà per me non è stata una sorpresa, ma una conferma: quest’estate ero dai miei in Puglia dove ai concerti ci vai per incontrare gli amici, più che per evitare di rimanere in casa o per ascoltare chi suonerà. E infatti non sapevo assolutamente chi fosse Motta, nonostante la sua faccia campeggiasse sulla copertina di “Rumore” di quest’autunno e nonostante quella rivista lo presentasse come un’interessante novità nel panorama musicale italiano. Ho pensato che avrei ascoltato il solito gruppo, magari migliore di altri, con quelle melodie piacione e quei testi il cui ingrediente è per il novanta per cento l’amore, una ragazza, due che prima o poi si rincontreranno, lui che si strugge sottolineato da un assolo di chitarra. Uno di quei cantanti che piace, ma che a me non dice niente. Invece, mi ritrovo davanti un ragazzo giovanissimo, magrissimo, bravissimo, con una voce e delle sonorità piene di carattere e inaspettate, dei testi amari e veri. Sarà stato il contesto, saranno stati gli amici, la calda serata, la Puglia, fatto sta che quel cantante mi è piaciuto tanto che nei mesi successivi l’ho ascoltato spesso, ne ho imparato e ballato le canzoni.

Quando ho scoperto che avrebbe suonato a Trento, ho fissato la data ansiosa di riascoltarlo dal vivo. Il concerto al Sanbapolis è stato diverso, ma altrettanto entusiasmante. Motta si è esibito con la sua band, suonando e cantando “La fine dei vent’anni”, il suo primo e unico disco da solista uscito il 18 marzo (prodotto da Riccardo Sinigallia e vincitore della Targa Tenco per la migliore Opera prima). Dunque non era solo il contesto pugliese: e riascoltarlo mi ha convinto che Motta è davvero un cantante diverso, capace di incrociare testi cantautorali rappresentativi della sua generazione, ritornelli pop e sonorità indie rock con un gusto affatto personale. Dal vivo è emersa un’efficace ed emozionante espansione delle sonorità che, soprattutto negli arrangiamenti della chitarra, ha ampliato le capacità evocative di suoni e testi al limite della psichedelia.

Un concerto bellissimo, grazie alla bravura di Motta, all’eccezionale professionalità dei suoi musicisti e alle alte possibilità tecniche e sceniche che offre un contenitore come il teatro Sanbapolis: luci e suoni perfetti ancorché essenziali, presenza scenica efficacissima e coinvolgente.

Ho seguito il concerto a ridosso del palco, felice di essere lì, ma purtroppo, appena entrata, ho dovuto constatare che i presenti erano solo poco più di duecento ragazzi, per lo più studenti medi. E gli universitari, ai quali la manifestazione era dedicata? Eppure, il concerto era gratis, Motta è un cantante conosciuto che sta girando l’Italia per la gioia di numerosi spettatori paganti. Allora perché tanti vuoti? Perché l’occasione è stata sprecata in quel modo?

Forse è stata gestita male la comunicazione: in giro per Trento non c’era neanche un manifesto che annunciasse il concerto, che pure un po’ di soldi sarà costato. Forse si aspettavano più gente, forse il mercoledì non è un giorno indovinato: l’indomani si lavora e gli studenti a metà settimana preferiscono starsene al Pedavena. Forse è andata così.

Io però ho la sensazione che gli organizzatori il problema non se lo siano posto. Probabilmente all’Opera Universitaria che cura e finanzia la programmazione destinata agli studenti, non interessa avere più gente, e se i soldi non sono un problema forse è perché ci sono. Forse è così. Io però trovo assurdo che un evento del genere non venga pensato e organizzato per coinvolgere quante più persone possibile e non solo gli universitari. Quel teatro è uno spazio dal potenziale enorme, il punto è che viene vissuto al minimo delle sue possibilità. Le cose, i luoghi, non funzionano solo perché sono belle ed efficienti, funzionano soprattutto se c’è un pensiero che le tiene in piedi, un’idea di cosa potrebbero essere, un sentimento ad alimentarle. Il Sanbapolis sembra invece un enorme gigante emarginato e invisibile. Io credo che non sia giusto, che sia uno spreco. Avere a disposizione soldi e spazi per organizzare eventi è una ricchezza da mettere al servizio della comunità col massimo della cura e dell’impegno. Non penso sia soltanto una cosa bella, credo sia un dovere. Probabilmente se ciò accadesse, sarebbe anche una leva per far uscire la gente che se ne sta a casa perché fa freddo, per darle una svegliata.

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