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Protonterapia e i nuovi LEA

Il 12 gennaio scorso sono stati finalmente varati i nuovi LEA, cioè i livelli essenziali di assistenza. Si tratta della revisione di quel complesso elenco di prestazioni sanitarie, ausili, farmaci e trattamenti vari che rientrano nel sistema sanitario nazionale e che quindi dovrebbero essere gratuite (oppure sottoposte a ticket comunque irrisori rispetto alla spesa effettiva) per tutti i residenti in Italia. Il provvedimento, atteso da 15 anni, è passato attraverso un iter parlamentare molto travagliato tra rinvii, congelamenti, crisi di governo; alla fine è stato il governo Gentiloni a vararlo.

In Trentino questo elenco era disperatamente agognato dalla Provincia e dall’Azienda sanitaria, soprattutto per la questione protonterapia.

Come noto, la terapia di cura dei tumori attraverso i protoni non era presente nei vecchi LEA; quindi i pazienti che volevano venire a Trento per sottoporsi all’innovativo trattamento si dovevano pagare le costose cure. Questa circostanza veniva in parte aggirata con accordi con le aziende sanitarie di qualche regione o di qualche distretto o con particolari procedure. Adesso invece chiunque può adire alla protonterapia di Trento da tutta Italia senza dover sborsare nulla.

Festeggiano i trentini, dall’assessore alla salute Luca Zeni al direttore generale dell’APSS Paolo Bordon, fino al direttore della protonterapia Maurizio Amichetti. Il coro è unanime: adesso i pazienti arriveranno! Così il centro comincerà a funzionare a pieno regime e a diminuire le imponenti perdite annuali.

Da mesi i responsabili del rebus protonterapia addebitavano la carenza di utenti alla mancata approvazione dei LEA: ora non ci sono più scuse. Se l’inserimento della terapia nei livelli essenziali di assistenza è sicuramente una buona notizia, l’approdo di numerosi pazienti a Trento non è affatto sicuro. Anzi, i nuovi LEA non spostano di una virgola il problema. I malati – di solito in cura presso altri ospedali – devono, per così dire, essere indirizzati a Trento dai medici curanti. Pochissimi, da soli, hanno le competenze e la determinazione per scegliere in maniera autonoma questo trattamento. Se gli oncologi e i radioterapisti italiani non sono convinti di mandare i propri pazienti a Trento, la protonterapia resterà sempre sotto-utilizzata.

Le domande sono queste: il primario Amichetti ha costruito una rete?

Se non lo ha fatto in dieci anni, ci riuscirà in dieci mesi? E l’Azienda ha investito per davvero nella “pubblicità” del gioiello di via al Desert?

Staremo a vedere; per ora le risposte non sono incoraggianti.

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