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Acciaieria: lettera aperta ai politici trentini

Associazione ValsuganAttiva

Ci rivolgiamo a voi per promuovere una riflessione ad ampio raggio sulle ultime vicende che vedono coinvolta l’acciaieria di Borgo e lo sviluppo economico della Valsugana.

Abbiamo appreso dalla stampa che l’azienda, con produzione ferma da qualche mese, versa in critiche condizioni economico-finanziarie (21,1 milioni di euro di perdita) e che l’imprenditore algerino Issad Rebrab (Cevital-Aferpi) ha manifestato l’intenzione di affittarla per alimentare altri impianti siderurgici dislocati in Italia. Ha infatti espresso il proprio interesse per il forno fusorio che attualmente è sotto-utilizzato (al 30%) con la prospettiva di farlo funzionare al 100%.

L’acquisizione in affitto della azienda non lascia ben sperare quanto a investimenti migliorativi, ma fa temere una strategia “mordi e fuggi” volta esclusivamente alla massimizzazione della produzione e del profitto.

L’associazione ValsuganAttiva, convinta di rappresentare le istanze di buona parte della popolazione della Valsugana, è seriamente preoccupata di fronte a questa prospettiva. La svantaggiata collocazione morfologica della nostra valle fa sì che vi sia uno scarso ricambio d’aria e conseguentemente un preoccupante ristagno di sostanze inquinanti. Anche nella corrente stagione invernale, la Valsugana ha evidenziato una pessima qualità dell’aria, complice anche la presenza di un’arteria importante di traffico pesante qual è la statale 47. In una condizione ambientale tanto precaria la prospettiva di una vecchia fonderia che lavora al 100% delle sue potenzialità atterrisce.

Questa acciaieria, pur non sfruttando completamente la sua capacità produttiva, ha dimostrato di non riuscire a lavorare rispettando i limiti normativi alle emissioni inquinanti. È infatti risultata inadempiente rispetto a molte prescrizioni dell’A.I.A., anche dopo il celebre sequestro del 2009 e le note vicende giudiziarie. Per tali motivi si è vista ancora coinvolta in una quindicina di procedimenti giudiziari e più volte sanzionata. Anche gli organi provinciali di controllo ambientale hanno avuto modo di documentare notevoli ripetute infrazioni. È recente, ad esempio, la diffida a sospendere l’attività di fusione per due giorni, il 14 e 15 novembre 2016. L’impianto, nella sua vetustà, non è in grado di limitare le emissioni inquinanti come prescritto dalla normativa. È stato costruito negli anni Settanta e nonostante le migliorie apportate nel corso del tempo è ancora molto lontano dagli attuali standard tecnologici del settore.

A questo punto riteniamo urgente una riflessione socio-economica: dopo quasi quarant’anni di attività, cos’ha lasciato in Valsugana questa fonderia che ha beneficiato nel tempo di generosi finanziamenti pubblici? Sicuramente ha contribuito a deteriorare in maniera significativa la qualità dell’aria con pesanti ricadute sulla salute pubblica. Nel suolo ha lasciato milioni di tonnellate di materiali di scarto di produzione, comprese pericolose polveri di abbattimento fumi. Questi suoli ora necessitano di bonifica, con un ingente impiego di risorse finanziarie. Tra i numerosi siti inquinati, ricordiamo, a puro titolo esemplificativo, San Lorenzo e via Sacco per i quali sono state preventivate spese di bonifica per svariati milioni di euro. È facile prevedere che saranno ancora i soldi pubblici a sanare le ferite inferte. Viene allora spontanea una domanda: se i cospicui investimenti pubblici a favore dell’azienda fossero stati utilizzati per creare progetti di lavoro alternativi per i lavoratori, non ne avremmo tratto tutti un grande vantaggio (Leali esclusi, naturalmente!)? Sicuramente anche gli operatori economici nel settore agricolo, termale e turistico ne avrebbero beneficiato.

Vorrete concordare con noi sul fatto che questo investimento produttivo per la valle è risultato fallimentare! È il caso di perseverare su questa strada?

Crediamo sia giunto il momento di cambiare rotta e guardare concretamente a un modello di sviluppo sostenibile per la Valsugana e per il Trentino, all’interno del quale una vecchia fonderia come quella di Borgo non può trovare spazio.

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