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“Performance: corpo privato e corpo sociale”

Il corpo riscoperto. Casa d’Arte Futurista Depero, Rovereto, fino al 7 maggio.

Piero Manzoni

In una lettera del 1959, Piero Manzoni - colui che diventerà poi famoso per la “merda d’artista” – parla di un collegamento esplicito delle sue azioni, e di quelle del suo amico Enrico Baj, con le provocazioni messe in scena dai futuristi negli anni Dieci del Novecento.

Si tratta di un radicale antagonismo rispetto alle convenzioni e ai luoghi comuni della critica, ma c’è in comune anche la commistione dei linguaggi e, in particolare, la centralità dell’uso del corpo.

La mostra in corso a casa Depero, a cura di Nicoletta Boschiero e Duccio Dogheria, basata sulla documentazione dell’Archivio del ‘900, di cui fa parte la lettera appena citata, e su opere provenienti dal Mart, getta uno sguardo su quel fenomeno che, a partire dagli anni Sessanta, prende il nome di performance, un modo, o meglio una costellazione di modalità espressive, che contribuisce a rivoluzionare il fare artistico, fino ai nostri giorni, assumendo aspetti contrastanti, talvolta estremi, che lo distinguono dalle esperienze di inizio secolo.

Ciò che avviene in campo artistico nel secondo dopoguerra riflette e in parte anticipa profondi cambiamenti socio-culturali, non limitati a ristrette élites. È una riscoperta della corporeità che reagisce alla sua tradizionale negazione e va di pari passo con i movimenti libertari e anti-autoritari che crescono negli anni Sessanta, trovando anche un poderoso propulsore nel movimento di emancipazione femminile.

Però si vede subito che questa riscoperta va in direzioni diverse. Una cosa sono, per fare un esempio, le azioni scanzonate di Piero Manzoni – qui in alcune foto del 1962 – il suo firmare i corpi di ragazze o di personaggi famosi, in altri casi il giocare col fiato nel palloncino o con le impronte digitali sulle uova date da mangiare al pubblico; oppure, altro esempio, la raccolta – qui riproposta – di frammenti corporali esposta nel 1973 alla mostra “Bodies”. Altra cosa sono le più o meno contemporanee messe in scena dell’Aktionismus viennese: riti sacrificali di compiaciuta crudeltà, che attingono a piene mani a una cultura della colpa e dell’espiazione.

Dalle collezioni del Mart vengono opere di Hermann Nitsch e Arnulf Rainer, esponenti di spicco di quel movimento, a segnalare anche il fatto che l’arte della performance viene praticata con diverse intenzioni: da alcuni artisti, e soprattutto nelle fasi originarie, con un’attenzione quasi esclusiva allo svolgersi dell’azione e interazione con il pubblico – tanto che per certi eventi è difficile, per alcuni impossibile, avere anche una semplice documentazione fotografica. In altri casi, soprattutto in una seconda fase del fenomeno, l’autore non solo si preoccupa di lasciare traccia, ma produce opere che abbiano una specifica richiesta di mercato.

La mostra, prevalentemente documentaria, è accompagnata da un volume che ne va considerato parte integrante, e dichiaratamente non pretende di dare un panorama esaustivo (ad esempio, non si occupa dell’apporto di figure cruciali come Yves Klein o Josef Beuys) ma produce esempi salienti, tra i quali spiccano: sul versante del travestimento e della ridefinizione dell’identità, personaggi come Luigi Ontani, Cindy Sherman e Andrea Serrano; sulle commistioni fra performance e scrittura, Arias Misson e Ketty La Rocca; sul fronte dell’antagonismo politico e culturale, le azioni del Living Theatre, di Enrico Bay e di Sarenco.

Yoko Ono

Documentare un’arte fondata sul farsi di un evento, sulla presenza del corpo, sull’interazione autore-pubblico, è arduo. Ma un certo sostegno può venire dalla visione di tre performances filmate che completano il percorso. Yoko Ono, futura compagna di John Lennon, si sottopone nel 1965 al taglio dei suoi abiti a sforbiciate da parte di alcune persone del pubblico: nonostante l’impassibilità iniziale, la tensione cresce, affiorano turbamenti e conflitti sia in lei sia in coloro, uomini e donne, che eseguono la singolare svestizione. Vito Acconci, nel 1970, si fa ricoprire il torace di baci che lasciano innumerevoli impronte di rossetto, poi le cancella strofinandosi sul dorso di un uomo: relazioni e comunicazione che passano sulla pelle. Sarenco, nel 1970, coinvolge molte persone in una sorta di gioco collettivo con tubi di plastica che vanno gonfiandosi, corpo a corpo anarchico affidato a un filmato amatoriale.

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