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PD trentino: l’unità sul nulla

Nell’editoriale Piergiorgio Cattani acutamente polemizza con il Partito Democratico trentino, per le sue strampalate sortite “territoriali”. Qui facciamo un raffronto tra la scissione nazionale e l’unità provinciale, che finora sembra preservata.

Il conflitto nazionale renziani/antirenziani viene generalmente definito, da media e commentatori, incomprensibile, se non altro all’elettore; chi invece a comprendere ci riesce, o così pensa, vede la frattura come risultato della “fusione a freddo”, del mancato amalgama tra democristiani e comunisti rimasti attaccati alle proprie appartenenze. Noi non siamo d’accordo. Non vediamo alcun conflitto tra programmi vetero-DC da una parte e vetero-comunisti dall’altra; e anche i temi dove teoricamente le diverse sensibilità avrebbero dovute essere più acute – quelli etici, dei diritti civili – hanno in realtà visto il governo Renzi abbastanza attivo e il partito globalmente concorde.

Quelle che hanno conflitto sono invece state due nomenclature, renziane e non, ma anch’esse difficilmente separabili secondo le antiche appartenenze. Difatti nuove sono risultate le linee di demarcazione culturali: celerità, decisionismo, ansia di prestazione, primato della leadership da una parte; pacatezza, riformismo graduale (“dobbiamo modificare, ma con il cacciavite”, l’illuminante metafora bersaniana), ricerca del consenso interno dall’altra. Quando a tutto questo si è sovrapposta la possibilità (infaustamente salvaguardata da una distratta Corte Costituzionale) per il segretario di scegliere lui, con le liste bloccate, i parlamentari, e si è capito che Renzi intendeva approfittarne fino in fondo, è avvenuto il patatrac. Al quale poi, ma solo in un secondo tempo, si sono giustapposte motivazioni più nobili: il contrasto a una politica non certo di sinistra, che con il taglio dell’Imu ai ricchi, le mance ai poveri, l’ulteriore flessibilità del lavoro, l’ostilità alle tutele sindacali ed ambientali, una politica fiscale ambigua, intendeva corteggiare l’elettorato di destra e invece aveva allontanato il popolo di sinistra.

A livello provinciale invece, nulla di tutto questo. O meglio, anche qui non si sono proprio viste le differenze tra cattolici e comunisti; ma nel senso che su nessun tema c’è mai stato alcun confronto, e meno che mai scontro, programmatico.

Il partito si è costantemente diviso, ma esclusivamente su intestine lotte tra cordate, che sarebbe un complimento definire correnti (che sottenderebbero un minimo di sottofondo culturale). Il giudizio su Dellai prima, e su Rossi poi, è stato sempre accuratamente rimosso, non tanto per evitare divisioni, ma perché il tema del governo non interessa proprio. Ed è in questo contesto che si è deciso, per evitare di lasciarsi risucchiare dalle divisioni nazionali, di inventarsi il partito “territoriale” che Cattani sbeffeggia.

Difatti, di fronte al vuoto pneumatico di politica caratterizzante il PD trentino, le pur vistose carenze del PD/DP nazionale, in confronto giganteggiano.